La Scuola (è) cattolica: ovvero, i mostri siamo tutti noi

Vent’anni fa scrissi un pezzo per una rivista distribuita esclusivamente tra gli appassionati di psichiatria – sto giocando, era la rivista di una associazione di persone che soffrono di disagio psichico, anche se io preferisco dire esistenziale – in cui criticavo e mettevo sotto analisi un articolo di una nota testata giornalistica in cui, parlando di Erika e Omar, il giornalista diceva ai PM: “Per favore, non diteci che sono normali”. Una bella ingerenza, ma spia di un atteggiamento di cui siamo tutti colpevoli. Infatti quei due ragazzi ancora minorenni in qualche modo ci interrogavano su che cos’è l’umanità. Abbiamo preferito rinchiuderli con quell’etichetta, quella di “anormali”, e dar loro dei mostri piuttosto che farci delle domande. Abbiamo insomma fatto loro violenza.

Fast forward. Ieri ho visto al cinema “La Scuola Cattolica” di Stefano Mordini. La mia recensione del film sta su un altro blog, ma non è di questo che vi volevo parlare, bensì del fatto che guardando tutti quei ragazzi e non solo i tre altri “mostri” mi sono ricordato dei miei anni al liceo. Eh sì, perché anche se nella mia classe eravamo sei ragazzi su 24 presenze, e quindi per osmosi femminilizzati – cosa che non indico con ironia, ma anzi cui guardo in maniera molto positiva – in realtà è stato dal primo giorno di liceo che, parlando con un ragazzo nemmeno troppo aggressivo, mi sono chiesto da dove saltava fuori tanta violenza, quella che emergeva dalle sue parole e dai suoi atteggiamenti come chiaro indice di rabbia e sessualità repressa.

Rewind. Alle scuole elementari ero un bambino come tutti. Almeno così credevo. In realtà, io ero figlio di due adulti che erano venuti a stare in un piccolo paese da Milano. E che pertanto erano molto mal visti, in un ambiente così chiuso. Mio padre col passare del tempo inizierà a farsi ben volere con il suo lavoro e la sua passione per la politica. Ma nel frattempo mia madre attirava gli sguardi di tutti ogni volta che, era la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, entrava in un bar, lei donna, a bere un caffè. Insomma, scene che per i sovranisti attuali accadono solo nei paesi islamici avvenivano anche da noi quarant’anni fa o poco più. Ma non finiva qui. Io, in quanto figlio del peccato – figlio di due forestieri, voglio dire – non ero ben visto dalle madri dei miei compagni di scuola.

Pertanto solo una volta sono riuscito ad intrufolarmi a casa di un compagno. Andrea, questo era il suo nome – non lo sto citando anche per cognome quindi so di non fargli torto, doveva venire da me a studiare e passare quel pomeriggio. Ma il tempo passava e lui non arrivava. Mia madre allora, era autunno come ora, mi veste, si veste, e mi porta a casa sua. Non so cosa si siano dette le nostre madri, ma poi abbiamo potuto passare il pomeriggio tra libri, merende e tivù. Ma è stata una eccezione. Nulla trapelava a scuola, una scuola statale dove teoricamente eravamo tutti uguali e gli umori dei nostri genitori ancora non imbevevano di sé le nostre coscienze. Pertanto tutto scorreva in maniera tranquilla, solo io ero votato a una solitudine che un po’ mi pesava – ma complici i giochi di cui i miei mi riempivano per rimediare, la situazione non era greve.


Forward. Alle scuole medie io e la mia famiglia cambiammo ancora paese. Tre anni in un posto sempre attorno a Milano ma meno collegato – solo autobus, niente treni – e la morte dei miei nonni materni, entrambi. Mia nonna morì in casa, abbandonata dall’ospedale perché insomma quando stavi per morire accadeva così, che le strutture ti mollassero il semicadavere in casa. Mio nonno pure. Per quanto riguarda la scuola, l’oratorio che frequentavo, e le persone che trovavo in essa, avrei dovuto subodorare che qualcosa non andava. Ma ero ancora perso nei fumi di sei anni di carcere bianco precedente, probabilmente. Comunque non successe nulla di irreparabile.

Semplicemente iniziavo a venire preso di mira da dei piccoli bulli. Intendiamoci, solo una volta mi trovai un pugno buttato in faccia e fu perché io ne buttai uno al petto, per non ricordo quale motivo, a un energumeno grande il doppio di me, quindi fu, anche se non ricordo bene la dinamica del tutto, parzialmente colpa mia. Ma ricordo che dovevo tassativamente portare in giro la bicicletta con cui mi recavo al campetto da calcio dell’oratorio con una catena, che trovavo puntualmente segnata da tentativi di manomissione. Li avevo anche sgamati i due furbastri, uno in classe con me e l’altro un suo amico. Ora, tutti potete rendervi conto che si trattasse di poca roba, ma non so se tutti voi potete rendermi contezza del perché di quella, anche poca, aggressività.

Era colpa dei miei occhiali spessi, che portavo dalla fine delle elementari? Del mio baschetto da eterno bambino? Del mio non essere particolarmente prestante nelle ore di ginnastica e non particolarmente attratto dal calcio? Nulla di tutto ciò può giustificare atteggiamenti aggressivi, e non tanto per le conseguenze che non ci furono, ma perché non ne vedo, nemmeno ora che ci penso, il motivo. Colpa mia che non ho introiettato il posto sociale che mi sono ritrovato spettarmi di diritto, allora? No. Semplicemente non c’è mai stato nulla di scritto col sangue nella mia vita interiore, né allora né dopo.

E l’educazione cattolica? Ah sì giusto, quasi dimenticavo. Dovete sapere che i miei genitori erano rispettivamente un padre amorevolmente socialista e una madre sospettosamente cattolica. Craxi e Woytila, insomma. Certo, sarebbe stato dalle superiori che mi sarei confrontato seriamente con la portata simbolica di queste figure, eppure avere un padre con la schiena dritta (de che) e moderatamente gaudente, sposato con una donna per cui il piacere veniva solo dopo una overdose stordente di dovere, era quanto meno comico.


Tra l’altro, io ero un bimbo curioso. Spesso chiedevo ai miei come ero nato. Mio padre non mi dava mai una risposta. Mia madre ne trovava di fantasiose. Sarei poi stato informato ai tempi del liceo che tutta la prima parte dell’Antico Testamento, ovvero la cacciata dal Paradiso Terrestre, non sarebbe stato altro che una metafora della punizione divina per il non aver rinunciato al sesso da parte di Adamo ed Eva. La catechesi ufficiale era meno tossica, dato che il prete con cui avevo rapporti alle scuole medie mi aveva semplicemente posto in una saggia via di mezzo.

Scopo dell’oratorio sarebbe stato infatti, parole sue, quello di insegnarmi a reggere all’urto dei ragazzi più grossi e scapestrati senza sfogarmi a mia volta sulle persone più deboli. Che non è male come insegnamento. Resta da capire il dove venga questo istinto, ammesso sia un istinto, a doversi contemporaneamente difendere e attaccare. Questo, nessuno me lo ha mai spiegato: pare sia un dato immutabile di natura. I “comunisti” dicono che tutto ciò è aggiustabile con l’educazione, ma si sa che, come dice la donna, madre, cristiana, i “compagni” avevano dato vita allo Stalinismo e in più mangiavano i bambini. Per non parlare poi delle foibbe.

E dunque eccoci al liceo. Primo giorno. Mio padre mi accompagna in macchina e mi lascia davanti al classico, che sta di fianco a un istituto professionale. Mi dice che mi lascia in buona compagnia, perché vede un ragazzo che, mi comunica, gli sembra proprio un bravo ragazzo. Simpatico burlone mio padre. Ma il ragazzo c’è davvero. Iniziamo a parlare, del resto è presto e non c’è ancora nessuno al primo giorno di scuola. Mi comunica però due cose: la prima è che spera che i nostri compagni “non siano dei figaccioni”, con un’aria da cane bastonato, la seconda è che ha saputo che la insegnante di ginnastica ha, lo dice entusiasta e con uno strano fare cattivo sulla faccia, “le poppe d’oro”.

Ecco, quello è il momento in cui mi domando cosa è successo. Mi trovo di fronte a un essere che esprime desiderio sessuale con aggressività e paura per il proprio ruolo sociale. E non mi ci riconosco per nulla. In nessuna delle due cose. E’ ancora troppo presto per me per pensare al sesso (inizierò a fantasticarci a sedici anni, un poco dopo) mentre per quanto riguarda il mio ruolo sociale me ne frego tutt’ora. Eppure quei due vettori mettono in ansia e in sbatti, come si direbbe oggi, nel 2021, il mio interlocutore. Lo so che la maggior parte delle persone che mi leggono si metteranno a ridere, pensando che mi sono preoccupato per niente. Ma allora, sappiatelo, siete parte del problema, non certo la sua soluzione.


Torniamo al liceo. Io lo vivo su un doppio binario. Da un lato le incombenze scolastiche creano un me che impara a giocare con la propria intelligenza per salvarsi il culo dalla noia e dal non senso. Ricordo ancora una interrogazione in filosofia dove l’insegnante mi dice che si capiva che non avevo studiato nulla a casa ma che ero stato molto attento a lezione, e che ciò che lei non aveva spiegato lo avevo ricostruito a logica – l’interrogazione verteva sul pensiero di non ricordo quale filosofo. Imparerò anche che a certi adulti – ad esempio l’insegnante di italiano e latino – potevo stare antipatico, e che seguire il mio istinto di non rapportarmi per nulla al potere e alle conseguenze di questa mia incuria mi avrebbero potuto portare a soccombere come “figlio né obbediente né disobbediente”, per citare Porcile di Pasolini.

L’altro lato del binario è la famiglia. Mio padre ha una tresca con una donna ricca e di città, che vive dove lui tiene l’ufficio, per andare a letto con la quale fa debiti; mia madre mi riempie di frustrazioni e doveri (lo studio, la preghiera). Dopo qualche anno e parecchi debiti mio padre molla l’amante, chiede a mia madre di aiutarlo economicamente – mia madre era una discreta sarta sebbene self-made – e io rimango interi pomeriggi ancora in casa, da solo – era ormai abitudine: io dovevo studiare! – coi libri di Baudelaire e le cassette dei Metallica.

L’alcool non mi interessava, le ragazze ecco, iniziavano a solleticarmi, finalmente qualcosa di cui avrei potuto parlare con gli amici ma scoprii presto che di quelle cose era meglio parlare poco. Non si potevano condividere le frustrazioni per non aver ancora fatto sesso, ad esempio. Si poteva parlare di sesso sì, ma non dell’essere ancora vergini – nozione che leggo sui giornali di questi giorni è stata messa in discussione a livello di evidenza scientifica, e devo dirmi d’accordo – sebbene lo fossimo tutti o quasi, ma soprattutto il sesso ti metteva in condizione di rischio, imparai.

Ad esempio se provavi desiderio o sentimenti per qualcuno che non ti ricambiava. A un certo punto provai attrazione per una compagna di classe. Un altro compagno mi chiese sfacciatamente se mi piacesse proprio di fianco a lei. Risposi di no. La storia finì lì. Ma se avessi risposto diversamente, sarebbe stata una noia e qualcosa di cringe, si dice oggi, non l’approfondimento di una relazione di qualsiasi tipo tra noi tre, ad esempio. Ecco, dopo le tresche genitoriali anche le bambinate tra coetanei. Io non mi ci trovavo per niente in questo modo di gestire i rapporti. Lo trovavo letteralmente insensato.


Fu così che mi avvicinai a un movimento cattolico di destra, o meglio, si trattava, in fondo, del primo tentativo di rossobrunismo in Italia, venti o trent’anni prima che il rossobrunismo prendesse piede. Data la mia educazione, non potevo che pendere a destra. Ma far parte di un movimento il cui fondatore riteneva compimento del Sessantotto era già qualcosa. Di quel movimento in fondo se ne parlava. E molta della musica che io ascoltavo in quei giorni, da Jimi Hendrix a Jim Morrison, era zeppo di una spiritualità che io ancora non capivo, ma che è parte dell’arte indipendentemente dalla religione, che è un’altra cosa – ma queste per me erano sottigliezze all’epoca.

Fu una discussione con ragazzi di un’altra classe con cui all’epoca facevo ginnastica, in cui io mi espressi proprio con le parole “A volte mi chiedo che senso abbia la nostra vita”, a indicare tutto quel grumo di cui nelle righe sopra queste, a farmi ottenere una risposta del tipo “Guarda che queste domande se le fanno solo quei cattolici ” e di conseguenza a farmi alzare il radar verso quel tipo di persone. Peccato fossero poi come gli altri, ricordo ancora una rivista tutt’ora esistente dove si diceva che se Leopardi era così pessimista era perché era uno sfigato che non giocava a calcio – sic – e che non aveva incontrato il divino tramite una compagnia umana per via della sua ehm, sfiga.

Ma quelle contraddizioni emergeranno e esploderanno, col mio ateismo, solo una decina d’anni dopo. Non è di quello che voglio parlarvi, bensì del fatto che tutta l’educazione che abbiamo ricevuto io e i miei compagni di allora, e tutta la società che abbiamo sperimentato, era fondamentalmente cattolica. Cattolico vuol dire etimologicamente ‘universale’, che è una bella pretesa se ci pensate. Ma ogni società umana si basa sul suo essere ‘tutto ciò che c’è’. I greci infatti  dicevano che la democrazia, lo diceva ad esempio Eraclito, era solo il governo dei deboli.

Se sei più grande di così, ti dicono ‘i pari’, vattene, perché noi non sappiamo cosa farcene di te. Ancora oggi c’è gente che leggendo una mia recensione di cinema magari mi dice “tu ti ritieni ‘sto cazzo” se difendo le mie posizioni in una discussione in cui non faccio altro che spiegare perché dico e scrivo certe cose piuttosto che altre. Ora, essere “più grandi” significa aver subìto più traumi nel corso della vita, non necessariamente essere più intelligenti. Significa avere amato di più. Ci sono persone intelligentissime che obbediscono come cani alla società, si mettono addirittura a fare ad essa da guardia. Penso agli articoli che scriveva quand’ero adolescente su un grande quotidiano nazionale quel giornalista, di cui ora non mi sovviene il nome, quello che scriveva sempre “fare all’amore” anziché “scopare”. Magari avesse fatto più all’amore e avesse scritto di meno.



Fare parte di questa cattolicissima società, ecco, da un certo momento in poi non ha più fatto per me. Il mio corpo, in essa, esisteva solo quando facevo ginnastica alle medie e al liceo. Ho dovuto scoprire il sesso e la bioenergetica, le mie ragazze e Wilhelm Reich o Alexander Lowen. Con tutto che se non ti eserciti per un po’, in entrambe le discipline, poi il vivere sociale, per quanto tu possa essere riservato, ti toglie le abilità che acquisisci e la loro influenza sul tuo spirito. Per non parlare poi della mia mente, che non poteva pensare certi pensieri perché “strani”.

Quindi per carità, se avete letto fin qui queste righe sperando che io avrei scritto, o curiosi di sapere se lo avrei fatto, che la società in cui viviamo è piena di mostri assassini psicopatici, beh, è vero che ci sono ma non è questo il punto. Il punto è che siamo così privi di empatia, di capacità di comunicare, di reindirizzare, di rimediare, che arriviamo sempre dopo un delitto o una serie di delitti, mai prima. Marco Mariolini non ci ha fatto porre delle domande nemmeno dopo che aveva pubblicato “Il Cacciatore di Anoressiche”. Ha dovuto proprio ucciderla, la povera ragazza di cui parlava nel libro cambiandole solo il nome, perché venisse fermato e isolato.

Ora io non dico che dobbiamo vivere in o creare una società o un mondo dotato di psicopolizia come in A Scanner Darkly di Philip K. Dick, dove si arrestano le persone sulla scia di quello che si prevede faranno, dico solo che potremmo anziché tenere in vita una società debole da difendere a posteriori col carcere per i colpevoli, porci il problema di come creare una società forte capace di prevenire e curare i malesseri di ognuno di noi. Certo, dovremmo rinunciare a dei rapporti di forza che fanno un po’ comodo, da cretini furbi quali siamo – avrebbe detto Carmelo Bene, cioè cretini che si credono o che giocano a fare i furbi – a tutti o alla maggior parte di noi. Siamo disposti a rinunciare alla difesa di questi stupidi e ridicoli interessi?  


 

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