Restituire il maltolto (Abbiamo pazientato ... )

Io sono una persona malata… sono una persona cattiva. Io sono uno che non ha niente di attraente. Credo d’avere una malattia al fegato. Anche se d’altra parte non ci capisco un’acca della mia malattia, e non so che cosa precisamente ci sia di malato in me. Non mi curo e non mi sono mai curato, anche se la medicina e i dottori io li rispetto. Per di più sono anche superstizioso al massimo grado; o per lo meno quanto basta per rispettare la medicina 

(Fedor Dostoevskij, Memorie dal Sottosuolo)

 

Vivo in un piccolo paese di provincia. Uno di quelli in cui secondo David Lynch … beh, oramai la sapete anche voi la storia. I miei genitori hanno cercato di educarmi a sani principi sociali. Non ci sono riusciti. Io sono venuto fuori dalla loro educazione, e da quella dei miei medici, anarchico e spiritualista. Credo infatti in tutte le religioni, o per essere più corretti in tutte le filosofie, nel senso che ogni filosofia, che si tratti di induismo, di buddismo, di cristianesimo, hanno in sé un po’ di umano. 

Questo fa di me un bersaglio, in un mondo dove si crede al massimo nella Patria e in un Dio biondo e dagli occhi azzurri che pare uscito da un fumetto. Fortunatamente ci sono persone che sperimentano, a proprio rischio, col loro corpo e le loro menti. Io sono una di queste. Intendiamoci: non faccio uso di droghe, non faccio uso di alcool, non faccio abuso di nulla. Apparentemente. Non sono nemmeno un supererore, uno bidimensionale da fumetto, quindi se cercate qualcuno in cui credere avete sbagliato blog e persona.

Dicevo, un bersaglio. Come la Maddalena ho scelto di farmi tutti i traumi possibili, di prendere la scossa a tutte le recinzioni mentre le distruggevo passandovi attraverso. Per questo qualcuno (lo accuso pubblicamente) ha cercato di mettere fuori uso la mia mente e di togliermi credibilità sociale. Per questo dovrei iniziare, e non è detto che non la incomincerò, o che addirittura non l’abbia già iniziata, una Sacra Crociata contro l’uso che della psicologia e della psichiatria si fa in questo Paese e in questo mondo, ovvero rafforzare lo stigma sociale dicendoti che tutti i problemi stanno nel tuo cervello, e prescrivendoti farmaci per darti una finta, farlocca soluzione.

Sono stato picchiato due volte, da adolescenti, col pretesto di non voler dar loro danaro, nel mio bel paesello, dieci o più anni fa. Era il periodo in cui quello scriteriato di mio padre si preoccupava di aumentare i pregiudizi sociali contro di me per non dovermi rendere conto di sé stesso, come se questa fosse una mia richiesta, lui che era attivo politicamente in una forza politica di centro destra. Era il periodo in cui se mi recavo dalle forze dell’ordine per denunciare chi mi aveva picchiato e fatto finire in ospedale uscendone colle stampelle venivo gentilmente accompagnato alla porta.

Ma questo è il passato, nulla di ciò è rimasto – hah! – nella mia testa. Non ci sono ferite da rimarginare. Il passato è passato. Non nelle teste di tutti, qui attorno – mettere lo sporco sotto il tappeto non è far passare il passato – ma nella mia sì. Il fatto vero (esiste una verità, anche piccola, ed è ciò che percepisce e sente il vostro cuore) è che io non ho ancora iniziato a combattere, a lottare, seriamente contro quello stigma. Non facendo l’attivista (con un blog? Sul serio??), ma diffondendo nel mondo, con la mia presenza, una realtà diversa, e cercando di capire perché quella realtà diversa non si diffonde, nel caso.

Per un poco ho pensato che diffondere la cultura e l’arte, e usare me stesso come veicolo di diffusione culturale, il mio corpo o quant’altro, fosse parte de La Strategia. Non che sia completamente sbagliato, ma questa cosa non basta. Sono vent’anni che non vengo ricambiato quando mi innamoro, ad esempio. Temo che le donne abbiano paura di mettersi contro la società che mi circonda. Ho anche perso degli amici per questo, figurarsi se riesco ad avvicinare persone nuove, al di fuori dei circuiti dove faccio arte o dove lavoro, detto che con ‘avvicinare’ intendo semplicemente creare rete nel senso più ampio e neutro possibile.

Ma tutto ciò non basta. Per un po’ ho pensato di utilizzare certe associazioni per diffondere il Mio Verbo (sì, con le maiuscole) ma al primo video di Igor Sibaldi che ho fatto circolare relativo ai traumi imposti a chi ha una grande energia di amore da parte della società mi è stato fatto letteralmente il gesto dell’ombrello. Solo dopo un bel dito medio però. Perché gli psicologi hanno  paura di perdere clienti, e io non fornisco garanzie se non relative al mio stato di salute, per la quale ho combattuto con la fede dei crociati e tirando fuori unghie e denti. Figurarsi se ho tempo con quisquilie come gli stipendi altrui.

Frequento anche reti di compagni, ma devo capire bene come funzionano prima di iniettare in quelle reti contravveleni non richiesti. Ma torniamo a noi. Torniamo al piccolo paese. Qui frequento solo poche persone, persone che la società ritiene problematiche e che non sono nemmeno mie amiche – non ci si aiuta a vicenda, si condividono solo momenti a casaccio un po’ come vengono – ma persone per cui provo simpatia, perché riconosco in loro una parte di me – l’energia di amore antisociale di cui sopra – ma non l’assecondare il fatalismo che non gli fa realizzare un cazzo nella vita.

Sia chiaro, io sto con Bukowski: non me la bevo la cosa della meta, là, del successo protestante che significa Grazia divina e prestigio sociale assicurati. Ma non mi bevo neanche il familismo amorale da quarto mondo che va per la maggiore in Italia e nei paesi pseudo democratici. E quindi torniamo all’arte. Apprendo oggi della morte per una ‘brutta malattia’ (ma chi li scrive i necrologi?) di Dario Parisini, chitarrista voce e mente (assieme agli altri certo) dei Disciplinatha, un gruppo industrial punk anni Novanta che fondeva un immaginario parafascista a suoni che di solito evocano altre parti politiche.

Il fatto è che Dario veniva, come me e di soli sei anni più grande di me, dalla provincia esattamente come me. Dalla provincia emiliana. Che non significava che non era provincia, la sua, anzi. La musica che produceva era una ferita aperta contro un certo modo di intendere e vivere la realtà. Provate ad ascoltare soprattutto i primi LP, “Abbiamo Pazientato Quarant’Anni” e “Crisi di Valori”. Quella sì era musica. Dario sul palco a volte metteva la maschera di Berlusconi mentre suonava la sua Gibson, mentre sugli schermi dietro di lui scorrevano immagini da Colpo Grosso e dai cinegiornali Luce.

L’aveva capita benissimo la lezione di Pasolini lui. Per quello ha rischiato artisticamente di morire d’inedia, non ostante la sua bravura. Ecco. Se amo l’arte è perché trovo sempre, anche se sotto l’ombra della morte come in questo caso, qualcuno che ha qualcosa da insegnarmi. Per un attimo oggi, mentre ascoltavo le sue cose, ho avuto l’immagine di un palco con un grande cellulare, o un grande Mac, con una corda da impiccato a pendere da essi. Non so cosa significa e non mi interessa l’arte sociale, ma bisogna sempre capire quali sono i contesti …

Tra due settimane avverrà quello che considero il mio vero debutto teatrale. Dopo cinque anni di teatro sperimentale che però non mi ha portato ad allargarmi da nessun’altra parte, inizio con tutte le mie lacune, che colmerò nei prossimi anni, a calcare un palcoscenico, seppure quello di un laboratorio. Si andrà in scena con Durenmatt, “La Visita della Vecchia Signora”. Io sarò un prete, quello che a un certo punto nella drammaturgia rompe tutte le maschere pur essendo autorità, strumento del potere. Mi piace molto questa cosa.

Ricordo che la prima sera in cui ho recitato quella parte, alle prove, mentre attendevo l’autobus che dalla città mi riportava al paesello, mi sono bevuto quella mezza bottiglia d’acqua – era primavera e faceva caldo – dicendomi ‘te la sei proprio meritata’. L’acqua più buona del mondo. Peccato non aver iniziato a vent’anni. Purtroppo all’epoca chiunque, dalla famiglia in su, avrebbe affossato le mie pruderie, diciamo così, artistiche. Almeno questo è quello che percepisco ‘nella mia testa’. Quindi questo lavoro non è solo lavoro artistico, ma è anche riappropriazione di me. Una parte, certo. Spero di non deludermi.

 

Proprio come ogni sbirro é un criminale
e tutti i peccatori sono santi
e la testa è (anche) croce
allora chiamatemi semplicemente Lucifero
perché ho bisogno di un po' di riservatezza

Così se mi incontrate
abbiate un po' di cortesia
abbiate un po' di sintonia, e un po' di tatto
Usate tutta la vostra ben educata cortesia
Oppure io trascinerò la vostra anima alla perdizione, sì

E' stato un piacere conoscervi
spero che abbiate indovinato il mio nome
Ma ciò che vi lascia perplessi
è la natura del mio gioco, intendo, andare giù

(The Rolling Stones, Sympathy for the Devil)

 


 

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