Voglio qualcosa di nuovo

Oggi è il compleanno del sassofonista Peter Brotzmann. Ottantadue anni. Esce oggi un suo nuovo disco. Io mi sto ascoltando l’album in solitaria No Nothing del 1991, dove suona vari tipi di sassofoni e clarinetti. Una compagnia che nel tempo mi ha lasciato qualche ferita – ricordo un periodo in cui avevo i suoi dischi in casa e non lo sopportavo, perché i casi della vita mi avevano rimpicciolito l’animo e quella musica mi urtava a livello non solo epidermico – ma che è sempre stata presente, assertiva come poche, precisa e tagliente nell’intenzione e nell’esecuzione.

L’ho anche intervistato per un mio blog il Brotzmann. Abbiamo parlato assieme per due ore di tutto, dalla musica all’arte contemporanea, da cui proviene, alla politica. Quella sera doveva suonare al Leoncavallo di Milano e prima del concerto ci siamo trovati nel suo albergo, di pomeriggio, una bottiglia d’acqua e poi via di ricordi: Nam June Paik, Toshinori Kondo, Don Cherry (quest’ultimo assieme ad Anthony Braxton sarà protagonista della mia futura scrittura per il mio blog sul jazz) i nomi che mi vengono in mente andando a memoria a quel giorno. E poi ricordo un concerto a Oslo poco tempo prima in cui mi aveva strappato le lacrime dagli occhi, e non solo a me, con un blues che ti montava dentro come una marea.

Ho bisogno di cose nuove. Lavoro da due settimane, sono ancora in formazione, il mio ruolo è Ad Support Specialist. I colleghi sono simpaticissimi. Questa cosa mi sta facendo venire voglia di novità. Ad esempio sono anni che non mi innamoro più, e di solito ci si innamora di cose o persone che hanno un futuro, e io un futuro non lo leggo negli occhi e nell’anima di nessuno in questo momento. Nel mondo, dico. Ogni tanto osservo la mia almeno un po’ ricostituita collezione di dischi e penso che forse ho fatto male a rimettermi a ascoltare quelle cose. Che forse è solo la malinconia che mi guida, la malinconia per un mondo che non c’è più dico.

Ho provato ad ascoltare cose nuove. La scena post-punk attuale, quella di Idles, Algiers, Black Midi, Fontaines DC, e poi Moor Mother. Lei fa una cosa nuova nell’ambito della spoken poetry con accompagnamento musicale, ha una sua prerogativa particolare: certe volte mentre recita i suoi versi si perde, e ripete una frase fin quando la musica non la aiuta a ritrovarsi. Come John Giorno, ma non è un mantra e non c’entra nulla con la religione tibetana. Fosse un uomo, l’avrebbero già imitata e questa sua caratteristica sarebbe diventata un birignao per molti. Ma è donna, e poetessa, non cantante, pertanto questa cosa la noteranno in pochi. In pochi infatti hanno letto il mio post su di lei, sempre nell’altro mio blog sul jazz.

Il laboratorio di teatro quest’anno sarà meno complesso di quello del 2022, almeno credo andando a naso: ci sono molte persone giovani pertanto si dovrà asciugare, ma la cosa bella è che invece di cimentarci con un testo altrui ne stiamo costruendo uno nostro. Vedrete se verrete a vederci, a luglio, sotto la metropolitana di Porta Vittoria. Ho scoperto che ho una generosità che fa morire letteralmente dal ridere chi mi guarda e sente. Non so se ho la tecnica, i tempi comici, il controllo del corpo, e tutto l’armamentario che va acquisito col tempo per toccare quelle corde, ma quando sono sul palco la gente che mi osserva non riesce a trattenersi. E pensare che io sono fissato col tragico e col drammatico.

E poi mi sono rivisto nei video dello spettacolo dello scorso anno. I riflessi, cazzo. Mi devo esercitare. Ho fatto una ricerca in rete per trovare qualcosa che potessi eseguire da solo per essere più presente. C’è questo esercizio ad esempio in cui ti metti su un piede solo e conti sessanta secondi. Poi procedi sull’altro piede. Prima cogli occhi aperti, poi chiusi. A occhi aperti ci arrivo fino a sessanta secondi di equilibrio prima su un piede e poi sull’altro, ma cogli occhi chiusi riesco a stare in equilibrio al massimo per dieci secondi, almeno per ora. Ecco, ho altro da fare oltre che riprendere gli esercizi di dizione che complice la tensione dell’attesa del lavoro nuovo ho tralasciato.

Questo weekend invece è stata la mia prima volta al Teatro della Cooperativa. C’era Massimo De Vita, alla fine, che ha rievocato un poco le origini di quel teatro, costola del lavoro con Dario Fo ma con caratteristiche proprie. Ma la mia attenzione era tutta per Barbara Eforo, autrice, regista e attrice dello spettacolo La Cura. Lei, sola sul palco a interpretare sia la badante di origine straniera che la vecchia malata di Alzheimer mi è piaciuta. Meno mi è piaciuta la struttura di quello spettacolo. Mancava qualcosa nell’arco narrativo, alla fine dell’ora in cui si è dipanata la pièce avrei voluto vedere e sapere di più su quelle due donne.

Tutto questo, ecco, è vivacchiare per me, ora. Certo, devo stare attento al danaro, devo stare attento a non sprecare energie, devo impegnarmi. Ma tutto questo non mi basta. E’ equilibrismo. Vorrei qualcosa di più, e non so dove andarlo a trovare. Oggi ho ripensato a quel sassofono che non ho e alle lezioni che dovrei prendere per imparare a suonarlo, ma il problema è sempre quello: a parte il costo delle lezioni, a parte che ho qui i colori e i bloc notes per diventare pittore autodidatta, su cui sto anche cercando di disegnare ma con scarsi risultati – non mi piacciono i miei bozzetti, c’è sempre qualcosa di storto o di distorto, non sono mai belli – a parte tutto, non sono soddisfatto.

E’ la somma delle cose che mi fa sentire come se mi mancasse l’essenziale. Lavoro impegnativo, niente amore, interessi vecchi. Chi mi sente parlare si immagina che io sia chissà quale quintessenza dell’impegno, e invece le cose stanno diversamente. Non fraintendetemi. Non toglietemi le cose che ho imparato a fare e quelle che sto imparando. Quello che sento è che mi manca davvero la MIA COSA, quella che ti dà soddisfazione quando la fai e che quando ti osservi farla o dopo che l’hai fatta stai bene. Potrebbe essere il sesso, potrebbe essere il teatro, potrebbe essere la musica, potrebbe essere tutto e niente.

L’anno scorso era diverso. La sera delle prove al laboratorio in cui per la prima volta abbiamo provato la scena chiave, quella de La Visita della Vecchia Signora di Durenmatt in cui il protagonista scopre che tutti sono contro di lui e che la sua vita sta arrivando al punto di svolta, io ero contentissimo della mia performance. Stavo aspettando l’autobus di mezzanotte che mi riportasse a casa, avevo in mano una bottiglietta d’acqua, avevo sete e quell’acqua mi sembrava la più buona del mondo e la più meritata.

Quest’anno non è più così. Annaspo. Ce l’ho chiaro da qualche giorno. Non so cosa abbia determinato questa transizione. Ma c’è un chiaroscuro lungo, dalla fine dello scorso anno a oggi, dalla solitudine di Natale e Capodanno al punto in cui sono ora. Non è che ho fatto degli errori, non è qualcosa che riguarda la coscienza, semplicemente le cose sono accadute. Posso solo guardarmi attorno e aspettare di incontrare qualcuno o qualcosa. Posso solo tenermi l’inquietudine sperando che mi faccia da bussola. Posso solo evitare la contentezza (dal verbo: contenere) e tenermi l’insoddisfazione. 

 


 

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