Da Mellow Gold a Disintegration in un solo giorno
Ed eccomi scendere dal treno. Pochi passi a piedi e sono in Corso Italia, dove oggi si tiene la fiera in oggetto. Le prime bancarelle sono scoraggianti. Poi trovo la prima di quelle giuste. Un sacco di album usati di musica alternativa per pochi spicci. Inizio a guardare, estrarre, controllare prezzo e qualità dell’oggetto, a selezionare cosa portarmi a casa. A dire il vero c’era tantissima roba, ma ho dovuto scegliere.
I primi due dischi di Beck, Mellow Gold e Odelay (era tanto che non riascoltavo il signor Hansen delle origini), una copia un po’ dissestata – qualcuno ha tagliato la seconda pagina del libretto e la ha attaccata in fondo alla quarta di copertina – di Trout Mask Replica di Captain Beefheart, che nei negozi non vedevo più da chissà quanto tempo, Cripple Crow di Devendra Banhart e The Boy With The Arab Strap dei Belle and Sebastian, tanto chiacchierati all’epoca quanto ingiustamente dimenticati oggi, e poi, che sorpresa!, i Sebadoh di Harmacy e per finire i Cure di Disintegration.
E dunque, ora sono a casa, ho mangiato ascoltando qualche cosina e ora mi sono messo alla tastiera a buttare giù queste righe. Perché gli anni Novanta – quasi tutto quello che mi sono portato a casa è stato prodotto in quegli anni – sono stati anni pieni di colori, di baldanza, di voglia di cambiare il mondo o anche solo la propria vita a suon di note. Forse voi eravate da un’altra parte, forse voi guardavate da un’altra parte, io no.
Finita la sbornia religiosa a traino della famiglia, mi sono immerso in suoni e parole, in solchi e righe, per godere delle esperienze altrui e avere pensieri nuovi. Era la fine dei Novanta ma io ero vivo e vegeto. Patti Smith mi aveva dato il coraggio di rifuggire dalle croci e dai peccati (Gloria in Excelsis Deo), Tom Waits mi aveva insegnato l’importanza di restare bambino (I Don’t Wanna Grow Up), il post rock e il free jazz mi stavano per introdurre all’ascolto interiore, e così via.
Per non parlare della letteratura: Kundera, Harry Miller coi suoi Tropici, Bukowski e la leggerezza pur nella pesantezza di vite vissute a metà, Burroughs e il disprezzo per gli individui da parte del Potere, altri poeti Beat, e quant’altro. Erano gli anni in cui tutti sapevano delle mie difficoltà e tutti mi avevano lasciato solo. Ma a parte momenti di angoscia dovute all’impossibilità di mandare giù un abbandono così pesante, totale e onnicomprensivo, non ero solo. Avevo tutto quello che avete letto.
E poi Il Manifesto, Internazionale, Carta. E poi il G8 di Genova. Poi il gaslighting in famiglia, perché doveva essere chiaro a tutti, soprattutto a me, di chi era la colpa di quelli che mio padre chiamava i miei fallimenti. Tutto in quegli anni. Ma se torno al materiale che mi sono portato a casa oggi e lo esamino, quanto colore, che festa, che varietà di accenti, che ricchezza. Chi ce lo restituisce il maltolto?Vivo in un mondo che ha picchiato persone come i giottini e silenziato persone come me per diventare felice l’ombra di se stesso, attaccato ai soldi, leccaculo coi potenti, violento coi deboli, e che ha cercato di non ascoltare ogni voce contraria, da quelle singole come la mia a quelle collettive come quelle dei ragazzi più politicizzati o quella della comunità degli artisti. Oggi cosa vi rimane, a parte lo spritz ma non per tutti?
Mi sale la rabbia. Se penso a chi ho intorno, alle facce di chi un mese o più fa vicino alle poste stava arringando un coetaneo anziano istigandolo all’odio nei confronti degli extracomunitari rei di non voler vivere la stessa vita nostra ma di volere di più (eh, già, proprio così). Cosa ve ne fate dell’odio che mi avete riversato addosso anni fa, come di quello che riversate ora nei confronti di chi ha la pelle più scura della vostra?
Sapete solo odiare. Come i mafiosi cinesi di China Girl di Abel Ferrara, che per non saper non solo creare ma nemmeno essere in grado di divertirsi ballando il sabato sera hanno imparato a distruggere quello che altri creano. Carmelo Bene diceva “Io non vi sfido, io non vi vedo” al MCS, io invece vi vedo eccome, e vi giudico. L’odio che sento provate per me in tanti perché sono ancora in piedi è ricambiato, seppiatelo.
Ma io non ho tempo per voi, preferisco lo stupore di fronte a quelle note o a quelle parole, o a certe immagini se parliamo di cinema. E’ meglio così. E’ più saggio così. E’ più umano così. Voi non sapete a cosa avete rinunciato. O meglio, sì, lo sapete, e per questo avete distrutto tutto ciò di cui anche voi potevate godere per poi decidere che valeva la pena vivere un’altra vita. Sì, voi folli. Collettivamente, istericamente folli. Non i vostri governi. Ma proprio voi.
Sono le due, e oggi pomeriggio studierò il copione nuovo per la seconda domenica di fila, dopo un caffè e qualche biscotto che introdurrò nel mio organismo tra un’ora. Voi non sapete, ma io sì. E se non fossi testimone della vostra pazzia, se in qualche modo non cercassi di farvi voltare indietro a guardare cosa avete perso, e cosa ancora potreste recuperare, sarei disumano come voi. Riappropriatevi della vostra vita. Ora.Iniziate a pensare che c’è qualcosa che vi è stato sottratto con l’inganno. E poi, ma poi, che fare? Ecco, sappiate che questo è l’ultimo dei problemi. Se non avete ancora distrutto tutto, qualcosa vi chiamerà a se. Qualcosa da cui farsi mutare, trasformare. Io sono in compagnia quando lavoro, ma sono solo nei giorni di festa. Non era scontato che anche la prima parte dell’ultima frase fosse per me raggiungibile grazie ai vostri trattamenti. Eppure ce l’ho fatta. Ma voglio di più.
Seguitemi, allora. Desiderate anche voi. Raffinate i vostri sentimenti, le vostre esistenze. Il vostro essere interiore non è solo il vostro stomaco. L’estetica non sono solo i vostri stupidi vestiti. Cercate di più. Cercate meglio. Non lasciatevi vivere. Se vivete male, quando arriverete alla fine di questo percorso che è la vita avrete paura. Paura di perdere ciò che non avete ancora vissuto. Volete davvero questo?
Non sarebbe meglio invece rischiare di ottenere o costruire qualcosa di diverso? Perché continuate a preferire il peggio del peggio? Non lasciatevi più traviare. Provate a capire che voi siete le vostre relazioni ad esempio, non la vostra identità. Non costruite recinti attorno a voi. Imparate a non avere confini, e pian piano anche la testa inizierà a girarvi di meno. Dovete abituarvi. Perché se vi affidate alla visione di qualcun altro, date a quel qualcuno un grande potere.
Ed è giunta l’ora di riprendervelo, quel potere. Se obbedendo avete compiuto anche solo con l’indifferenza atti privi di amore, ora è il momento di smettere di avere paura del giudizio su voi stessi che potete avere. Prima che sia troppo tardi, prima di non poter tornare indietro. C’è già una generazione che si autodefinisce ultima. Ma per voi il tempo non è così generoso: siete voi gli ultimi nella vostra vita. Traete vantaggio da questo insegnamento, e non abbiate paura delle conseguenze.



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