Per farla finita col dio minore

E così qualche settimana fa una psichiatra ci ha lasciato le penne. Non ne scriverò il nome perché se ne è parlato abbastanza. Se ne è occupata sia l’informazione ‘seria’ sia la ‘TV del Dolore’. Si è detto che si è lasciata libera una persona pericolosa perché il disturbo antisociale di cui soffre non si può curare con i farmaci e quindi non si può curare tout court, perché non si può obbligare nessuno a fare psicoterapia e che questa situazione è problematica di per sé.

Si è detto che dopo la chiusura degli OPG le Rems hanno pochi posti e quindi molte persone pericolose e disagiate sarebbero a piede libero. C’è chi ha parlato quindi di rivedere la legge 180, la famosa Riforma Basaglia, e c’è invece chi ha sottolineato che è tutto il sistema sanitario italiano a essere allo sfascio in attesa di una futura ‘revisione’ di taglio privatistico. Leggasi: a pagamento.

Il che implica la trasformazione del malato mentale da paziente, con tutta la problematicità di questo termine che però almeno implicava il concetto di cura, ovvero di relazione, in un cliente. Si sa che gli psichiatri si parano il culo dando farmaci perché se il paziente, o l’utente, o il cliente si scompensa e succede qualcosa, a lui o a qualcun altro, lo specialista ha fatto il suo dovere.

A questo considerare l’altro come un mero problema da gestire si aggiungerà il piacere di avere qualcuno che fortunatamente, me lo sono sentito dire da una psicoanalista, ha dei problemi che permettono a qualcuno di portarsi a casa la pagnotta. Vedrete che bello la salute mentale, come il resto della sanità, totalmente in mano ai privati. 

Per prima cosa, comunque, mi sento di dire che non c’è stata nessuna catena di ‘RiP’, di preghiere o di lamentazioni quando anni fa è morto Andrea Soldi per un eccesso di contenzione, anzi diciamo morto di Trattamento Sanitario Obbligatorio. Perché alcuni membri della società paiono non essere figli di nessuno, neppure del famoso Dio minore.

Rimettiamo un po' di cose a posto allora. Gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari sono stati chiusi perché erano dei Lager. Non si poteva andare avanti con quelle strutture, con gli ergastoli bianchi, con le vessazioni (da parte del personale vuoi perché non adeguatamente formato vuoi perché inviato in 'punizione' a lavorare lì dentro) e i peggioramenti dei pazienti a causa dell'isolamento sociale.

Mi fa arrabbiare lo psichiatra che dice, intervistato da La7, che le persone che soffrono di disturbo antisociale non possono essere trattate coi farmaci e quindi non possono essere trattati in toto perché non si riesce a costruire con loro una relazione. Lo dico da paziente affetto da altra patologia che per un certo numero di anni è stato etichettato come narcisista: ogni psicologo o psichiatra con cui ho avuto a che fare mi ha dato una diagnosi diversa, addirittura più di una diagnosi a distanza di tempo. Quindi laddove la diagnosi è labile, la relazione, che nel mio caso non c’è mai stata con nessuno, è tutto. Perché almeno c’è una presa in carico individuale, con tutte le sfumature concesse dalla situazione. Onori e oneri.

Ma io so che se dovessi avere dei problemi l'unica risposta che troverei sarebbe comunque sempre e solo farmacologica. Altro che relazione terapeutica. La mia psichiatra me l'ha detto chiaro e tondo: "Lei ha parlato anche troppo con gli psicologi". Il che significa: per te nessuno si prende responsabilità. Hai il culo scoperto, perdonatemi il francese. Perché? Perché per certa gente, per la scienza occidentale, o meglio per parte di essa, la mente coincide col cervello e le sue reazioni chimiche.

Non è così dappertutto: in Nord Europa si curano persino le allucinazioni uditive con la psicoterapia e l'Italia è impermeabile a questo approccio per clientelismo e interessi, oltre che per degrado e mancanza di fondi per fare ricerca. Ma se siete curiosi andatevi a leggere “Guarire dal Male Mentale” di Ron Coleman, tradotto in italiano venti anni fa col titolo che avete letto in queste righe, e se vi capita andate a qualche conferenza di Intervoice.

Mi spiace dunque molto per la morte che si poteva evitare con la costruzione di una buona alleanza terapeutica (se gli psichiatri non ne sono capaci si facciano da parte a favore di soggetti che invece lo sanno fare) nel tempo. Certo, nel tempo. E' da vent'anni che frequento quegli ambienti. Ho ricevuto solo farmaci e qualche spazio dove parlare ma a vuoto, quasi senza ottenere mai una risposta adeguata alla domanda. Fortunatamente ho passioni, lavoro, costruisco relazioni a partire dai miei interessi e come qualsiasi essere umano mi interrogo su quale segno posso lasciare nel mondo, in positivo.

Ma i pregiudizi sono molti e i miei giorni liberi dal lavoro o dal teatro li passo da solo, perché la società non contempla che una persona come me abbia amici o addirittura, che vado a pensare, affetti. Ho provato a frequentare qualche associazione ma mi sono trovato di fronte a medici no vax, psicologi quelli sì narcisi, volontari che, non tutti, spesso costruiscono rapporti di potere sulla pelle dei pazienti e pazienti che non vengono aiutati a capire come produrre la propria salute e diventare col tempo indipendenti (i disturbi psicologici non sono come i disturbi neuronali checché ne dicano alcuni finti esperti).

Dico questa cosa perché dieci e più anni fa questo era un obiettivo della OMS: produrre la propria salute, non mendicare un certificato o una cura esterna al soggetto stesso. Oggi le cose sono cambiate? Forse sì, ad esempio le Comunità Residenziali Terapeutiche sono diventate Comunità Residenziali Assistenziali; forse non c'è voglia, certo la sanità, con tutte le criticità che ho esposto in tema di salute mentale, è al collasso e quindi tende a peggiorare i propri trattamenti. C'è persino chi sta cercando di riproporre l'elettrochock, sebbene sotto sedazione.

L'unica cosa corretta che è stata detta da parte di alcuni specialisti è che quelli come me rischiano di essere vessati dalle persone normali più che il contrario. Io ad esempio nel paesino dove vivo sono stato bullizzato due volte da ragazzini, finendo in ospedale e con la caviglia slogata per la caduta in seguito alle spinte entrambe le volte; e i carabinieri muti (le forze dell'ordine non ci sono mai per me, nemmeno quando le interpello).

Eppure ci sono persone che soffrono di una qualche forma di disagio, a vario titolo, e che hanno prodotto arte grandiosa. Il misterioso fotografo Miroslav Tichy, solitario e borderline, che si era pure costruito una macchina fotografica da solo e che amava catturare forme e luoghi; Daniel Johnson, cantautore amato da Kurt Cobain, Tom Waits e Idles, che ha raccontato in musica il proprio desiderio di essere amato, nudo e crudo; il poeta surrealista Antonin Artaud, condannato a estenuanti sedute di elettroshock dopo essere tornato imbottito di peyote dalla sierra degli indiani Tarahumara in Messico e autore di poesie, romanzi e testi teatrali incredibilmente belli e terribili allo stesso tempo.

Per non parlare poi di Sarah Kane, la scrittrice di opere teatrali ‘in yer face’ ma zeppe di desiderio di amare e di essere amata. Non chiedetemi perché una persona disturbata finisca con il desiderare la morte di una persona sana e attuare questi suoi propositi. Io non ho di questi desideri, mai avuti. Chiedetevi piuttosto perché questo fatto corrisponde a uno stereotipo, ovvero quello della persona ‘normale’ che ‘si fa la sua vita come tutti’ – anzi un’eroina in questo caso, dato che la psichiatra in questione è stata incensata come fornita di un’umanità superiore quasi – che ad un certo momento vede la propria vita deragliare per colpa di un folle.

In realtà, per lo più, come dice Salvo Randone nel bellissimo La Classe Operaia va in Paradiso, “sono gli altri a decidere quando diventi pazzo”. E’ la società che decide per i suoi membri. Se non sa o non vuole capire il perché di un comportamento, o a volte di un simile ragionamento, bizzarro. Quindi siete voi il pericolo per chi come me ha vissuto per tanto tempo isolato dal suo contesto sociale e privato dei suoi diritti (il lavoro, i soldi, l’amore, l’amicizia, magari non tutte queste cose assieme e non in quest’ordine necessariamente).

Lo hanno scritto anche il filosofo Gilles Deleuze e lo psichiatra Félix Guattari in MillePiani, alla fine degli anni Settanta: il nevrotico è uno che vuole tornare nei binari della “normalità”, con tutta la problematicità di questa nozione, non guarire, mentre lo schizofrenico o lo psicotico sono persone che vogliono produrre a partire dal loro desiderio. Provate a leggere, o meglio ad ascoltare, “Per farla finita col giudizio di dio”, rigorosamente minuscolo, di Artaud.

Sarà anche delirante, nel senso che si fa fatica a trovare il bandolo della matassa, a ricondurre quel discorso alla vostra logica di lavoro, soldi, calcio, famiglia. E io aggiungo: dov’è il problema? Inoltre va detto che se Artaud era stato rinchiuso per i suoi atteggiamenti antisociali, non è per questi che gli sono stati somministrati un numero incredibile di elettroshock. Assolutamente no. Il vero motivo è che aveva ‘delirato’ dando a Ferdière, il suo psichiatra, dell’eroinomane, chiedendogli di poter provare quella sostanza a sua volta – pare Ferdière la usasse per sopire le proprie angosce nel dover gestire un manicomio durante la Seconda Guerra Mondiale e l’occupazione nazista.

Abuso di potere bello e buono. Scrivo tutto questo semplicemente perché nessuno parla (più?) di queste cose, e allora forse è bene ripartire dal concetto di macchina desiderante di Deleuze. Che aveva capito una cosa, ovvero che l’individuo è felice quando può cercare, non quando trova. Voi cosa cercate? Cosa vi muove? Cosa vi fa alzare dal letto la mattina, il senso del dovere? La paura di rimanere senza soldi, senza niente? Capite la differenza di prospettiva? Chi è il vero folle ora?

Proviamo a creare uno spazio di libertà. Uno spazio dove poter sentire. Liberamente. E possibilmente col corpo, non con il tanto abusato cervello. Provate a osservare le persone che vi stanno attorno chiedendovi cosa desiderano loro, e cosa desiderate voi quando entrate in relazione con loro. Fate esperimenti. Giocate. Non ne avete il tempo? Non sapreste cosa fare? Questo è un problema.

Perché forse sarete ancora vivi, nel senso che siete in grado di respirare, di mangiare, di lavorare, di andare alla partita di calcio e tifare. Ma non so se si possa dire che siete ancora vivi. Fortunatamente, il processo è reversibile. Ma dovete volerlo e accettare la fatica. Che poi fatica non è. Ma di questo parleremo un’altra volta …  


 

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