Amore e Potere nella musica d’arte popolare

Sto seguendo come tutti il caso di un noto artista italiano che ha, titola il Corrierone, ‘sbroccato’ contro il pubblico insultandolo anche con epiteti omofobi. E sto seguendo il dibattito sul canale di un noto non so che italiano – ‘non so che’ non lo scrivo per dispetto o per antipatia, è che il soggetto in questione si sta ricavando una buca che gli fa da cassa di risonanza senza essere né un critico, né un entertainer, né un sociologo né altro, ma una specie di tuttologo nel mondo della musica; posizione anomala ma, andiamo avanti.

In questo dibattito sono emersi elementi importanti. Il pubblico dei concerti musicali sta vivendo l’esperienza del live come un tentativo di abbassare l’artista al proprio livello, con quindi una linea di confine tra amore e odio che sta diventando sempre più labile. La situazione è eccellente, avrebbe detto un certo celebre ‘dittatore’ di un secolo fa, perché ci permette di mettere un po’ di carne al fuoco e nutrirci. Roba buona, ve lo prometto.

Allora. Innanzitutto pare, lo scrivono in tanti addetti ai lavori, oggi come oggi il rapporto fan/artista è diventato un rapporto tra tanti Stan (il personaggio inventato e poi preso di mira da Eminem) e un idol. Cosa vuole il pubblico? Innanzitutto esso ha perso la dimensione collettiva, ma si vive come composto da tanti io singoli ognuno dei quali vuole essere protagonista di quell’evento. Ballando sotto il palco, lanciando gas al peperoncino, tirando oggetti sul palco, insultando gli artisti. 

Questa dinamica è stata instillata dai social media, i quali in qualche modo fanno da cassa di risonanza ai nostri ego lasciandoci privi di – ahem – socialità. Siamo tutte monadi, mi dicevo da adolescente inquieto, lo dicevamo in tanti tra chi di noi frequentava il liceo classico e non aveva tempo di rispondere alle palle di neve che ci tiravano d’inverno, sperando di farci male, quei presunti maschi alfa del vicino ITIS. Avevamo ragione noi?

Sta di fatto che i concerti sono sempre stati, fino a poco fa, una esperienza collettiva, e che una parte di questa esperienza collettiva sia stata distrutta anche dal classismo di creare parterre da 200 euro di contro a spazi più lontani dall’artista venduti a prezzi più popolari. Fin qui ho copincollato i contenuti espressi nelle live di Twitch del noto non-so-che-sia di cui sopra – non faccio nomi ma non cito nemmeno le sue fonti, che sono articoli che trovate online, semplicemente perché le considerazioni importanti arrivano ora.

E sono tutte mie. Dunque, partiamo dall’inizio. Nella metà degli anni Sessanta i Rolling Stones iniziano a smettere i panni dei wannabe bluesmen, ne indossano di simili a quelli dei cugini Beatles e … il pubblico impazzisce. Ovviamente non è una mera questione di outfit. Tutta l’immagine e il suono dei RS viene ricalibrato in modo da ottenere un effetto dirompente. In una biografia di Keith Richards che sto leggendo in questi giorni, il chitarrista dice che l’effetto dal palco era quello di un ruggito da parte del pubblico, soprattutto femminile, di un boato di dimensioni …. Reichiane. 

Eh sì. L’effetto che gli Stones avevano ottenuto era quello di scatenare una vera e propria tempesta ormonale di proporzioni epiche. Per questo di lì a poco Jagger, Richards e Jones rischieranno la galera – Richards ci passerà un giorno prima che gli si paghi la cauzione: perché avevano infranto un tabù, legando il proprio nome a quello della liberazione sessuale e culturale, come se l’una non potesse essere senza l’altra. Ed era un rito collettivo.

Cosa dire allora di quanto avvenne poi ad Altamont, e che negli annali del rock è riportato come l’evento traumatico che fece perdere al rock e agli anni Sessanta la sua innocenza? Portruppo non sono un sociologo, ma basta che vi facciate un giro in videoteca e vi procuriate il Dvd di Paura e Delirio a Las Vegas di Terry Gilliam. Il Potere aveva vinto. In vari modi. Con l’introduzione di droghe letali come l’eroina, con le guerre, con la repressione. Non rimaneva, ai ragazzi, altro che la rabbia e la violenza (auto)distruttiva.

Ricordo ancora, ai tempi dell’università, alcuni miei colleghi di Comunione e Liberazione durante una discussione. Uno di loro, appassionato di New Wave come me, mi disse: “Guarda quel vecchio professore. E’ diventato invalido. Non riesce più a lavorare. Finito il Sessantotto, ha appeso le scarpe al chiodo. Ecco cosa fa l’utopia: quando ci si risveglia dal sogno non si riescono più a infilare le scarpe della realtà”.

Ovviamente le metafore sono frutto della mia mente, e non del dialogo reale col mio vecchio amico, ma la sostanza non cambia. Ci hanno piallato l’anima per trent’anni con questo discorso i benpensanti. Hanno vinto loro, e lo vedete che bel mondo ci hanno lasciato. Quanti stupri avete contato dall’inizio dell’anno? Quanti femminicidi? I reati di omofobia nemmeno li contiamo perché non abbiamo una legge specifica, se non ricordo male (come classificarli se non come reati per futili motivi? O sbaglio?).

Ecco. Ma, tornando al tema di questo articolo, “l’ultima generazione capace di parlare d’amore” – così la definì Philippe Garrel, il regista post Nouvelle Vague – venne spazzata via da quel miscuglio di sostanze mortali, guerre, repressione e moralismo – fare la morale su chi si è voluto perdere E’ moralismo sempre. Si stava assieme solo per farsi del male. Un tentativo di rendere esplicito questa dinamica non potrebbe essere il pogo? Il farsi male mentre si ascolta della musica dal vivo, a ritmo di bassi elettrici e batterie?

E dunque. Io purtroppo non sono un sociologo vero, non ho quegli studi nel mio bagaglio culturale, ma mi faccio delle domande. Del resto ancora negli anni Novanta c’era un sentore di quello che sarebbe successo poi. Bjork, caspita. Lei che ha rischiato di morire per mano di un fan poco più che ventenne, che le inviò un pacco bomba all’indirizzo di casa nel 1996. Intercettato dalla polizia di Londra, il pacco non arrivò mai a destinazione.

E se per ogni Taylor Swift che dialoga con la propria fanbase, coi propri Stan, c’è un Bob Dylan che obbliga il pubblico a imbustare e sigillare i cellulari fino alla fine del concerto, è vero che gli artisti in questa battaglia sono soli. C’è chi ha proposto di regolamentare la situazione, come il tizio senza ruolo di cui sopra. Io prima volevo proporre due considerazioni. La prima.

Se sono i social media ad averci resi più ipertrofici a livello di ego, è dai social media che dovrebbe partire la battaglia. La riforma dovrebbe essere lì. Non so cosa si dovrebbe cambiare, modificare, troncare e sopire – ahem – ma qualcosa bisognerebbe farlo. Proprio in questi giorni un mio amico di Faccialibro – che però conosco anche nella vita reale – mi dice che i social, con l’eccezione fatta notare da me degli attivisti, sono lì solo per mettersi in vetrina.

I social hanno delle policies stringenti sul sesso, non si potrebbe impedire l’egolatria? Non con dei divieti, ma con una riorganizzazione del comparto. Ad esempio si potrebbe creare dei social specifici per interesse. Come Instagram che ce l’hanno tutti i fotografi, ad esempio. Altro che pubblicare le foto del cibo perché l’unica cosa che so fare è andare a mangiare bene per ricompensarmi del mio duro lavoro. Fanculo il food porn.

Ecco, si potrebbe diffondere l’idea che ogni individuo per non sentirsi vittima di una società alienante potrebbe sperimentarsi in una attività culturale o artistica. E poi vedere chi è più ispirante. Se si diffondesse l’idea non che è figo, ma che è umano avere a che fare con la creazione artistica. Poi ognuno può prendere come ‘cultura’ quello che vuole. Perché non il modellismo? I social possono essere una fonte di ispirazione notevole per chi disegna, dipinge, scatta, costruisce, eccetera.

Così si limiterebbero i danni da egolatria. Perché lo sapeva bene Fassbinder, che in fondo ogni rapporto umano è un rapporto di potere. Sentimenti come l’amore non sono da meno. E cos’è il rapporto con un artista e la sua opera? Perché acquisto tutti i dischi di un determinato artista, magari anche quelli meno riusciti? E allora, ecco che finalmente stiamo arrivando al secondo punto. Quello che abbiamo buttato fuori dalla porta ci rientra dalla finestra.

Lo dico a tutti coloro che come me hanno coltivato passione per la musica ‘di qualità’ (eh?). Per l’arte. Anni fa leggevo l’articolo di una giornalista appassionata di Cure e Nick Cave dire che l’ascolto della musica per lei era un fatto identitario, e che certi suoni e certe musiche la colpivano in negativo perché le riteneva un insulto alla propria intelligenza. Così siamo stati educati noi appassionati di musica.

Qualsiasi esperto di olismo vedrebbe all’istante dove è il problema. Eravamo egomaniaci noi più che gli appassionati del pop di consumo, che invece sono dei semplici ascoltatori distratti ai cui padiglioni auricolari le radio e le TV fanno il culo e il lavaggio del cervello. Ma noi, non era sentirci superiori o degli eletti il punto. Inizialmente era salvarsi il culo e il cervello suddetti. Ma il punto era soprattutto una questione di amore. Per noi stessi e per chi ci salvava culo e cervello. Amore che abbiamo negato proprio perché inconsciamente sapevamo quello che Fassbinder ci aveva insegnato coi suoi film.

Ho citato l’olismo perché cuore e cervello devono andare assieme. Me l’aveva detto un trombettista jazz tanti anni fa. Il cuore: la tua capacità di amare. Il cervello: la tua capacità di … boh, io sono tutto cuore, quindi lascio a voi decidere a cosa serve l’altro organo. Io l’ho sostituito con lo stomaco. Ma non con quella pancia con cui si dice oggi ‘ragiona di pancia’ o ‘la pancia del Paese’. No. Io parlo dell’istinto, e a me l’istinto parte dallo stomaco.

Tant’è che anni fa ho studiato Vipassana per imparare a farmi amica la mia mente, a dialogarci, ma non ho ancora trovato nulla che mi faccia dialogare con lo stomaco. Se litigo con la donna che amo io non mangio o non dormo, almeno per la prima notte, o almeno questo è il mio istinto al netto dell’autodisciplina. Mi prende una morsa lì, e non mi lascia più. Ma anche se devo fare una determinata cosa, lo lascio decidere allo stomaco. Frequentare quelle persone, cercarmi un nuovo lavoro, eccetera.

E come si fa per l’altro problema, per l’evitare di essere schiavi di qualcun altro? Non si può evitare. Non a priori. Si può scegliere innanzitutto di non essere degli schiavisti però. E poi si può decidere di mettersi al sole e asciugare come un cetriolo dalla salamoia, dalla salsa del potere. Pian piano. Oppure si può fare come diceva Foucault. Sapete, quei giochetti sessuali … le strade sono tante. A ognuno la libertà di trovare la sua. Se ne avete di vostre, lasciate magari un commento al post. 

 


 

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