I demoni interiori non esistono
Ebbene, io sono qui oggi per rivelarvi una verità ancora più profonda, ovvero che il demone interiore non esiste. Tutt’al più esistono legami sociali che ci rendono infelici, perché la maggior parte della gente non cerca l’amore e la felicità, concetti e pratiche molto impegnative, ma l’approvazione di un determinato gruppo sociale. Solo che, così facendo, non inquina solo la propria vita, ma anche quella di chi gli sta attorno. E, capite bene che i due concetti non sono esattamente lo stesso.
Ebbene sì, una persona può venire ‘inquinata’ fino al punto di sentirsi con l’eastwoodiano ‘cuore nero’, fino al punto di fare o farsi del male, a partire da costrizioni o concezioni esterne. Ricordate il famoso ‘serial killer delle anoressiche’? Mi si narra che da bambino abbia rischiato di venire ucciso dalla madre, quindi probabilmente anoressizzare le donne per lui significava rendere la madre innocua. Ci credete ancora, adesso, ai cosiddetti demoni interiori? O non sono, certi comportamenti, che una risposta ad un trauma subito?
Ho iniziato a capire questa cosa circa vent’anni fa. Come sa chi mi legge da un po’ su queste pagine elettroniche – i miei meno di venticinque lettori di manzoniana memoria – vent’anni fa o forse di più io ho iniziato a non dormire la notte, e a vivere le interazioni sociali con disagio. La risposta dello specialista da cui mi recai fu inondarmi di medicine – certo, si può obbligare qualcuno a dormire, ma non lo si può obbligare a non sentirsi a disagio in mezzo alle altre persone.
Da questo punto di vista, quindi, se non da quello dell’induzione del sonno, il trattamento fu fallimentare. Anzi, vedendomi rallentato e instupidito dalla quantità di farmaci che assumevo, i miei cosiddetti amici dell’epoca mi lasciarono da parte e mi abbandonarono. Assunsi su di me questo odio interiorizzato (“Sei malato, stacci lontano”) e decisi di porre fine alla mia, come mi dicevo, inutile, vita. Più volte.
Fino a quando non incrociai Charles Mingus, il contrabbassista, e il suo pezzo The Clown, un recitato con accompagnamento musicale dove il musicista raccontava … un suicidio (artistico, ma sempre di suicidio si parlava). In The Clown, infatti, Mingus raccontava di un artista che progressivamente si faceva sempre più intrattenitore, fino al punto di inscenare la propria morte per fare contento chi veniva a vederlo esibirsi cercando solo entertainment.
Eppure io, personalmente, trovo che dovremmo fare un passo avanti. Ad esempio, estendendo quel concetto (odio interiorizzato) a tutte quelle categorie a rischio di esclusione sociale che corrispondono a una non conformità o che sono, anche solo senza motivo, vittime di stigma. E introducendolo anche nelle stanze dell’analisi e della psicoterapia, al posto delle medicine.
Non si può contrastare un’idea suicidaria o omicidiaria, non si può contrastare una tristezza, con un farmaco. Eppure vi farò qualche esempio tratto dalla mia osservazione quotidiana. Quando stavo studiando per fare l’attore, prima che mi rompessi un piede, mi sono ritrovato a osservare una mia collega di corso che aveva perso il compagno, nel senso che lui la aveva lasciata. Piangeva persino in scena, durante le prove o per meglio dire la formazione teatrale.
Decise quindi di rivolgersi a uno psicologo. Questi – penso fosse anche psichiatra altrimenti non avrebbe potuto farle una prescrizione medica – le diede delle pilloline per superare la ‘depressione’. Lei stette a casa una settimana perché non poteva essere ‘presente’ con le pillole in corpo, men che meno fare esercizi teatrali. La settimana successiva tornò, non so se stabilizzata dalle pillole o da quant’altro, e, per consolarsi della settimana perduta, nonché dell’amore perduto, ebbe una relazione (passeggera?) con un ragazzo che studiava con noi.
Capite perché non ho mai fatto nomi di scuole o altro, in questi miei scritti: voglio salvaguardare la privacy delle persone, soprattutto non sottoporle a giudizio, ma nello stesso tempo voglio essere libero di ragionare con voi su quanto ho vissuto e/o visto. Ora, detto che ognuno di noi può fare quello che vuole della propria sessualità, credo che se quella ragazza avesse pianto disperatamente per una settimana invece di subire gli effetti collaterali, per lo stesso tempo, di uno psicofarmaco, ci avrebbe guadagnato in salute.
Lo scrivo perché, anche se siamo tutti diversi in questo mondo fatto da miliardi di persone, io trovo che odierei chi mi impedisse di vivere un malessere come la fine di un amore con delle ‘goccine magiche’ – così avevo sentito chiamare da una psicologa cui mi ero rivolto anni fa un intruglio omeopatico che mi era stato dato e che io mai presi. No, io lo voglio vivere fino in fondo.
Sto parlando del fatto che gli psicofarmaci vengano elargiti come caramelle e che nessuno faccia casino per questo come è stato fatto ad esempio per i vaccini contro il Covid. Forse che le case farmaceutiche non ci mangiano e ci marciano sul ‘chemical imbalance in the brain’ (che è un mito)? Chi mi legge dovrebbe sapere che se mi sono ritrovato a non dormire la notte e a vivere con disagio le mie relazioni è stato perché ho ricevuto una educazione e quindi una pratica sociale che non poteva rendermi felice.
Perché allora, invece che propormi un farmaco, nessuno mi ha proposto di cambiare vita? Troppo difficile? Beh, cominciamo a parlarne! Gli psicologi e gli psichiatri sanno benissimo che molti dei loro pazienti dovrebbero mandare a quel paese o il padre, o la madre, o il compagno, o la compagna, o il capoufficio, ma non possono dirlo, o meglio non vogliono prendersi nessuna vera responsabilità terapeutica nei vostri confronti, e quindi … basta un poco di zucchero e la pillola va giù.
Ma non è tutto qui. Oggi, mentre mi reco a una fiera del Vinile a Milano, trovo in stazione un uomo della mia età che conosco bene, il quale stava sbraitando perché a fronte del suo cercare di fare una colletta per procurarsi da mangiare, si è ritrovato di fronte a persone che gli hanno detto ‘vai a lavorare’. Come se fosse facile in Italia nel 2024 trovare lavoro per una persona disabile. Bene. Quest’uomo gode (si fa per dire) di una pensione di poche centinaia di euro, con cui l’amministratore di sostegno si premura di pagare le bollette e fornirgli parte del cibo di cui ha bisogno. Per il resto, quest’uomo vive di elemosina. Fuma sigarette, ad esempio: deve chiedere l’elemosina. Ha voglia di una birra: deve chiedere l’elemosina.
Un giorno, più di un anno fa, mi ha detto: “Non mi vuole bene nessuno”. Al che gli ho risposto: “Nemmeno a me”. Viviamo due vite diverse ma un male comune. Possibile che l’amore, che è una forza di trasformazione, faccia così schifo al mondo in cui entrambi viviamo? In virtù di quale principio non ne possiamo godere? Io ho deciso che non andrò in depressione per questo motivo, un po’ perché chiedere poi medicine al posto di attenzioni umane, carezze, e quant’altro, mi sembrerebbe ridicolo.
Un po’ perché ogni mattina quando mi sveglio e guardo fuori dalla finestra trovo che ho voglia di godere di qualcosa, fosse un raggio di sole o il tepore dello stesso. Ricordo ancora una delle ultime volte che visitai un ospedale per farmi operare d’ernia. La mattina dopo l’operazione mi svegliai, la finestra socchiusa, un velo d’aria ad accarezzarmi la mano che pendeva dal letto. Era il buongiorno della realtà. C’è sempre qualcosa che mi tira fuori dal buco nero, anche una cosa apparentemente piccola, ed è per questo che quando vedo i miei simili che si uccidono per un extraprofitto non li riconosco come esseri umani come me.
Perché in fondo a me quell’uomo fa simpatia. Non perché sfortunato, ma perché è un uomo che odia essere irretito. “Tu non devi subire, devi ribellarti a chi cerca di metterti sotto” mi disse una volta. Io credo che ogni persona non adatta a farsi sfruttare come fa la massa sia una potenziale risorsa in più. Solo che lui queste cose non le sa, e mettermi a fargli i pipponi dicendogli ‘Tu sei anarchico e non lo sai’ onestamente non è una cosa che potrebbe tornare a sua utilità.
So solo che una persona così in un mondo non dominato dai soldi come è il nostro sarebbe una persona libera e felice. Ma se vivi in una realtà dove tutto va acquistato, compresa l’identità, è molto, molto difficile riuscire a trovare una quadra che sia una situazione virtuosa. Un’ultima riflessione e poi vi lascio a meditare. Qualche anno fa litigai su un treno (ci eravamo scontrati, lui mentre saliva, io mentre scendevo) con un fascista.
Lo incrociai qualche mese dopo, e assieme al tatuaggio di una svastica mi fece vedere una lama. Mi raccontò, invece di affettarmi, che, dopo essere stato in galera per aggressione e lesioni, aveva iniziato a soffrire di ansia, e che portarsi dietro un coltello a serramanico era l’unico modo che aveva per placarla. Si era fatto fascista perché quei tizi erano gli unici che ‘lo capivano’, che in qualche modo accettavano malessere e soluzione.
Di chi è la colpa di tutto ciò? Del suo ‘demone interiore’? Nossignori. E’ colpa nostra, che non lo abbiamo aiutato ma ci siamo limitati a sanzionarlo, e dei fascisti ovviamente, anche, che se ne sono approfittati facendo finta di accettarlo per poterlo manipolare e magari in futuro, chissà, usarlo come carne da cannone. Molti di voi leggendo tutto ciò salteranno sulla sedia e diranno: “Eh no, la responsabiità è una cosa individuale!”. Ve l’hanno raccontata bene.
O ve la siete raccontata bene. Per quel che mi riguarda, fa lo stesso. In realtà la vera cosa che dovremmo domandarci è: chi stiamo rendendo infelici oltre a noi stessi nell’accettare il conformismo sociale, la rinuncia alla felicità individuale e l’accettazione dei sacrifici?”. Provate a pensarci ogni tanto. E se non avete ancora capito il concetto, provate a dare una letta a James Baldwin, in particolare al suo “La Stanza di Giovanni”. Buona lettura e buona riflessione.




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