Riannodiamo un po' di fili ....
Siamo attorno alla metà degli anni
Quaranta del secolo scorso. Il pittore Jackson Pollock dà il via
alla sua privata rivoluzione artistica, che presto avrà
ripercussioni su tutto il mondo dell'arte. Dà una bella sistemata al
granaio dietro la sua abitazione, e qui inizia a porre le tele per
terra. Tiene con una mano il barattolo di vernice, e con una spatola
o un mestichino scaglia il colore sulla tela.
La sua tecnica è debitrice nei
confronti della pittura con la sabbia dei nativi americani. La figura
dell'artista, nel novecento, assume contorni particolari. L'artista è
un po' creatore e un po' sciamano. Emana energia, e questa energia è
qualcosa di difficilmente riconducibile a un discorso razionale.
Spesso finisce con l'ispessire l''aura' dell'artista stesso, a volte
gli si ritorce contro con inusitata violenza.
Un esempio di ciò sono le performances
della serie 'Rhythm' di Marina Abramovic. In Rhythm 5, la Abramovic
era imprigionata all'interno di una croce di legno a cinque punte.
Dopo aver dato fuoco alla croce, rischiò di venire soffocata dai
fumi del rogo. La Abramovic perse i sensi. Nel 1974 invece, durante
la performance Rhythm 0, l'artista si trovò coi vestiti tagliati, la
pelle tagliuzzata, e persino con una pistola rivolta alla tempia: il
pubblico stava dando il meglio di sé.
Gli artisti decidono di dare un taglio
alla funzione borghese dell'arte, funzione decorativa e consolatoria,
e di rischiare. Torniamo a Pollock. Il pittore non dà un titolo ai
suoi quadri. Se ne occupa invece Ralph Manheim, che guarda caso è il
traduttore ufficiale delle opere di Jung in inglese. Ecco che
improvvisamente Pollock viene psicologizzato. Jackson beve molto, e
fioccano i tentativi di interpretazione sull'artista 'maledetto', uno
dei tanti.
Il fatto è che Pollock sta al di qua
del verbale. Nel pre. Se vogliamo capire la sua arte, più utile
della psicologia è probabilmente l'antropologia. Victor Turner, in
particolare, ha mutuato da studi più antichi il concetto di
liminalità. Nelle antiche culture, i passaggi di status sociale –
dal basso in alto come dall'alto al basso – avvenivano tramite riti
di passaggio. Durante il rito, prima dell'accesso al nuovo status, la
persona viveva un periodo che veniva definito liminale.
La liminalità però non era una
caratteristica esclusiva dell'individuo. Anche le società potevano
attraversare mutamenti, e durante essi vi era una fase liminale in
cui le vecchie regole venivano tutte messe in discussione, fino a
quando non nascevano regole nuove. Ecco che l'artista del Novecento è
un artista liminale, si fa cioè carico dell'essere un possibile
strumento di mutamento sociale.
Di qui il gravoso fardello: ogni
artista vero e proprio col proprio lavoro crea nuove categorie, e
nello stesso tempo è soggetto a un quid di inquietudine e
insicurezza proprio di chi apre al nuovo, al non ancora detto. Il
carico di incertezza, individuale e collettiva – siamo sempre
nell'ambito di una nuova arte per una nuova società – e il bisogno
di dionisiaco per slatentizzare le capacità creative, spiegano da
sole la dipendenza dall'alcool. In fondo, ognuno fa come può, con
ciò che ha a disposizione.
Ma non è finita qui. Nel 1961 esce un
disco intitolato Free Jazz, la cui copertina è un quadro di Pollock.
La musica è fornita da due quartetti – due sax, due trombe, due
bassi e due batterie – che suonano in contemporanea. Disco epocale
– tutto un genere musicale, il più innovativo del decennio, verrà
chiamato come questo disco, reca in calce il nome di Ornette Coleman.
Coleman non beve, non ha atteggiamenti
autodistruttivi. Eppure è un innovatore. Inventa un suo linguaggio
musicale, cui dà il nome di 'armolodia' – la musica viene liberata
da qualsiasi centro tonale, permettendo progressioni armoniche
indipendenti dalla tradizionale nozione europea di 'tension' e
'release' – ed è un umanista – tra le opere cui avrebbe voluto
mettere mano c'è la versione in musica del Baudolino di Umberto Eco.
Ma soprattutto, non è solo.
La comunità jazz è con lui. Non da
subito. Si dice infatti che dopo uno dei suoi primi concerti tenuto
utilizzando un sax di plastica – per via dei microtoni, dirà lui –
il batterista Max Roach, uno dei responsabili dello stile di voga il
decennio precedente, il bebop, gli spaccò il naso. Era irritato
perché Coleman avrebbe 'rovinato la musica', se fosse andato avanti
in quella direzione.
Eppure. Eppure, pochi anni dopo anche
Coltrane si darà al free. Ne sarà così fervente seguace da
trovarsi, a pochi mesi di distanza dalla morte, a suonare per un
massimo di dieci persone a concerto. Eppure, tutti i musicisti di
Coleman diverranno leaders, diffondendo il suo verbo. Eppure una
intera etichetta, la ESP, pubblicherà dischi di free jazz di artisti
diversi. E le etichette si moltiplicheranno in USA e persino in
Europa, dove abbiamo avuto la francese BYG/Actuel.
Qual è il 'segreto' di Coleman? Cosa
lo rende diverso da Pollock? Due cose. Intanto la mentalità tipica
degli artisti afroamericani, la totale coincidenza tra arte e vita.
'Voglio essere una forza per il bene', dice Coltrane. 'Voglio
diventare un musicista migliore perché voglio essere un essere umano
migliore', dice Albert Ayler. Nati e cresciuti in ambiente WASP, gli
afroamericani sanno che devono lottare per non odiarsi, per non
diventare autodistuttivi, per l'autoaccettazione.
L'arte serve loro per questo scopo. Non
che sia tutto rose e fiori: Don cherry, trombettista di Coleman,
lotterà per anni contro la dipendenza da eroina. Ma l'arte e la vita
stanno dalla stessa parte: migliore la musica, migliore l'uomo. E
viceversa. Un nome per tutti: lo scrittore gay e nero James Baldwin.
L'arte afroamericana tutta è impregnata di questi concetti: rifare
l'uomo, rifare la comunità, altro fattore fondamentale.
Per questo il free jazz è liminale,
come la pittura di Pollock, o la performance art, ma nello stesso
tempo l'artista non è solo e non c'è schisi del soggetto. L'artista
afroamericano ha dalla sua la propria storia di ex schiavo e di
persona ancora non del tutto grata, ma ha la comunità che si ricrea
ogni volta nella catarsi collettiva della performance e che è una
comunità in divenire.
Ecco perché artisti come Giuseppi
Logan o Charles Gayle potranno per periodi più o meno lunghi essere
homeless, e suonare per la strada, senza sentirsi soli dentro. Sarà
poi la generazione successiva, quella degli anni Settanta, a creare
strutture cooperative per l'avanzamento dei musicisti creativi, a
Chicago come a New York.
Impermeabile alla cultura nera,
l'Europa e gli Stati Uniti bianchi hanno proseguito a dar vita ad
artisti solitari, scissi come è scisso ogni uomo, in ascolto delle
proprie ferite, singolari o collettive, fino al nulla o quasi del
nostro nuovo secolo. L'arte si è stancata di automutilarsi, di
rischiare, ed è tornata a imborghesirsi e a parlare a pochi – non
sono molti i borghesi in giro, oggi. Se vogliamo trovare un futuro
per l'arte, sicuramente esso è fuori dalle gallerie e dalle sale da
concerto. Dove, chissà.
Gian Paolo Galasi
Attore, aiuto regista, fotografo
Gian Paolo Galasi
Attore, aiuto regista, fotografo




bello e intenso Giampi
RispondiEliminapensa che sono andato al concerto di Coleman a Milano lo faceva al teatro dell'arte al parco sempione. Il disco qui sopra che menzioni è bellissimo ce l'ho, comprato tanti anni fa.
Elimina