Kiss Me Deadly One More Time

Il quadro Saturno che Divora i Suoi Figli, dipinto tra il 1821 e il 1823, appartiene alla vasta produzione di Francisco Goya. Tema già affrontato nel 1637 da Rubens nella sua tela omonima, l’opera faceva parte di una serie di ‘pitture nere’, non nate su commissione che Goya dipinse nella Quinta del Sordo, così era chiamata la villa nella periferia di Madrid dove il pittore si ritirò a dipingerla. Goya stava curiosamente perdendo l’udito, e c’è chi dice anche la sanità mentale. Il quadro in questione venne ad esempio trovato nella sala da pranzo. Ma le ‘pitture nere’ non erano state create per essere viste dal pubblico. Varie sono le interpretazioni: lo scorrere del tempo, le vicissitudini della Spagna dell’epoca, la condizione dell’uomo contemporaneo. Precedentemente Napoleone aveva invaso il Paese e straziato chiunque si fosse opposto al suo regime. Quando esso crollò, nel 1812 la Spagna si diede una Costituzione, ma Ferdinando VII quando salì al potere strappò la carta e fece arrestare chi l’aveva ideata. 

Il quadro di Rubens che qui si riporta è molto più realistico e disturbante ai miei occhi, mentre quello di Goya è quasi splatter, il ‘bambino’ che sta divorando sembra un adulto e quindi c’è una incongruenza rispetto al tema che ci può distaccare, e in questo essere lontano da noi risulta molto più rassicurante (spaventa il nostro cervello, col suo ‘messaggio’, non i nostri sensi). Ma la mia impressione può essere viziata dalla mia fruizione di opere cinematografiche, dove i ‘mostri’ in fondo sono quasi sempre la rappresentazione del ‘diverso’ e quindi da un lato sono oggetto di desiderio (di conoscenza) ma col loro essere ‘altro’ ci rassicurano (quasi volessero dirci che non sono noi). Restano senza risposta molte domande. Chi ha inventato il tempo come lo conosciamo, ovvero un tempo che può scorrere in una sola direzione? Sappiamo ad esempio dai Vangeli gnostici – e c’è chi dice che il cristianesimo non sia altro che una riattualizzazione del mito di Iside e Osiride poi – che tramite una parte della nostra mente chiamata “nous” noi potremmo tornare indietro nel tempo e seguire da lì in poi due linee temporali, due realtà differenti, contemporaneamente.

La fisica quantistica parrebbe, dicono i più audaci, aver convalidato questa teoria: se qualcuno riuscisse a tornare indietro nel tempo e a cambiare qualcosa del passato, non ci sarebbe un futuro differente (come nel famoso film con Michael J. Fox) ma due futuri: quello inalterato e quello alterato. Einstein avrebbe detto che il tempo non esiste (non è oggettivo e astratto dall’esperienza del soggetto: se io mi muovo più velocemente, il tempo scorrerà più lento, se sono su un’astronave e fluttuo nello spazio il tempo scorrerà diversamente rispetto a chi mi aspetta a terra, etc.), negli ultimi anni della sua carriera scientifica. Gilles Deleuze nel suo libro La Logica del Senso avrebbe raccontato che il tempo non è una linea ma un anello di Moebius. Percorrendolo, scorriamo dall’interno di esso all’esterno, per poi ripiombare nell’interno. Si tratta forse del libro più bello del filosofo francese, oscurato da Differenza e Ripetizione e da Millepiani perché un pelo più facilmente comprensibili a chi fino a qualche decennio fa si poneva il problema della diversità e quello del desiderio (comprensibilmente certo, ma). 

Di queste teorie la scienza contemporanea, più propensa a guadagnare coi brevetti (doverosa premessa: mi vaccino tra un paio di settimane, state tranquilli) che a fare ricerca, ha quasi smesso di occuparsi, lasciando il tutto in mano o agli appassionati di spiritualità o al cinema e alle serie TV di fantascienza, che spesso sono un po’ didascaliche al riguardo – basti pensare a Interstellar di Christopher Nolan o alla serie DC Comics di Flash. Spesso, quasi sempre. Ma non sempre. C’è infatti un regista, non a caso erede del surrealismo di Bunuel, che ha ripreso sia la metafora – o la realtà se preferite – di Saturno o Crono che dir si voglia, sia la questione del multiverso. Questo regista è David Lynch. Di cosa parla infatti il suo film d’esordio Eraserhead? Esattamente di un padre che uccide il figlio. Un omicidio non casuale, dato che nei suoi sogni, è evidente se guardiamo con attenzione l’opera, quell’assassinio è preannunciato; e alla fine, dopo aver ucciso la strana creaturina, il protagonista del film si ricongiunge con la strana donna-freak da lui sognata, che con tutta probabilità rappresenta, direbbe Jung, la sua anima.

Ma Eraserhead, che influenzerà ad esempio tantissimo la trasposizione cinematografica di Shining di Kubrick – la leggenda vuole che il buon Stanley mostrasse ogni sera il film di Lynch alla troupe per instillare in loro il mood desiderato, e anche qui abbiamo un padre che vuole uccidere un figlio anche se in questo caso il figlio sarà più intelligente del padre e farà perdere le proprie tracce nel labirinto-giardino al genitore – non è l’unica pellicola in cui il regista di Missoula affronta questo tema. Perché, evidentemente, gli sta particolarmente caro. Infatti, tra Rubens, Goya e Lynch si è intromesso Sigmund Freud. Il padre della psicoanalisi si è messo di buzzo buono a spiegarci che erano i figli a voler la morte del padre, e non viceversa. Ricordate il complesso di Edipo? Provate a osservare la trasposizione cinematografica del mito greco effettuata da Pasolini, e vedrete convivere entrambi i miti – Crono ed Edipo – a testimonianza di quanto il mito primigenio fosse forte nella coscienza della nostra ‘meglio gioventù’. 

Avremmo dunque, forse, da un lato la scienza della psiche, dall’altro l’arte – e quella di stampo surrealista, lo ricordo, è debitrice ma non succube nei confronti del medico ebreo e dei suoi epigoni – a contendersi l’immaginario dell’uomo contemporaneo e, con esso, l’uomo stesso. Per trattenerlo, o per avvisarlo, comunque per orientarlo. Sono proprio due visioni differenti dell’uomo quelle che vediamo nella seconda metà del Novecento e fino ai giorni nostri. Una battaglia così importante che, a un certo punto, essa esce dal laboratorio intellettuale e tracima nella cultura pop di massa. Abbiamo infatti, prima alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, e poi alla fine del decennio successivo, due figure femminili che incarnano una le paure e le sirene d’allarme dell’arte, la Laura Palmer de I Segreti di Twin Peaks, l’altra un ideologico ritorno all’innocenza e al ‘non pensare’, un vero e proprio inno al pragmatismo americano e alla sua sensualità, la Britney Spears recentemente salita alle cronache in quanto privata della propria capacità di intendere e volere proprio dal padre.

Ma torniamo indietro nel tempo (visto che si può?). Siamo nel 1989, e in tutto il mondo occidentale risuona una sola domanda, un tormentone. Chi ha ucciso Laura Palmer? Contemporaneamente alla prima stagione del serial voluto, ideato, messo in scena e sapientemente distribuito da David Lynch e Mark Frost, esce un diario – frutto della penna della figlia di Lynch – della adolescente più pericolosa degli Stati Uniti, tra droghe, soprattutto cocaina, sesso sfrenato, amore represso e morte. In fondo Laura non è altro che un aggiornamento del personaggio del Duca Bianco creato da David Bowie, anch’egli dipendente dalla famosa polvere e teso a trovare una giovane ragazza che lo salvi dal vuoto dell’esistenza. Un altro che ci capiva molto, del Nuovo Mondo ma non solo. Dopo le prime due stagioni, uscirà il film Fuoco Cammina Con Me, presentato a Cannes nel 1992. Nel lungometraggio veniva finalmente svelato il mistero: l’abusatore di Laura, l’inquietante Bob, non era altri che il padre di lei, e sarà proprio lui a ucciderla per un misto di rabbia per il rifiuto della ragazza di continuare a farsi violentare e di paura per le conseguenze se il mondo fosse venuto a sapere di quanto accaduto alla ragazza sin dalla tenera età. 

La vita nella profonda provincia americana non era mai stata così disperante. Ma la cosa interessante della serie e del film sono gli sdoppiamenti dei personaggi. Bob e il padre di Laura sono la stessa persona, l’agente speciale Dale Cooper che indaga sulla sua morte ha un doppelganger – un doppio malvagio, e del resto è ovvio: com’era quell’adagio di Nietzsche sull’abisso che scruta dentro di te? – il pretendente di Laura, Bobby, ha un doppio anch’egli perverso nell’amante e fornitore di polvere d’angelo James, la stessa protagonista ha un doppio in Maddy Ferguson, sua cugina. Niente che non si sia già visto – ricordate La Donna Che Visse Due Volte di Alfred Hitchcock? Ebbene, è ovvio che se il cinema è specchio per lo spettatore, questo specchio mostrerà personaggi doppi allo scopo di renderlo cosciente della propria doppiezza, ma evidentemente mostrare un solo doppio non era stato sufficiente per raggiungere lo scopo finora. Le cose si fanno ancora più interessanti nella terza stagione, quella girata venticinque anni dopo le prime due, in cui assistiamo all’origine di Bob o meglio all’origine del Male Assoluto – la bomba atomica e la distruzione di Hiroshima e Nagasaki sarebbero dunque l’inquinante della falda acquifera contenente la linfa vitale della società statunitense – e a un Dale Cooper che viaggia appunto in differenti linee temporali senza mai riuscire a salvare la Laura originale, che soccombe alla tragedia non per debolezza ma nonostante la sua forza, che però non sarà sufficiente.

Ora sappiamo quindi qual è, almeno secondo Lynch, il peccato originale del mondo contemporaneo. Ma forse, questa origine va presa anch’essa in senso metaforico, se artisti del calibro di Goya e Rubens avevano provato a mettere su tela le stesse sensazioni e le stesse angosce. Senz’altro ai tempi di Goya e Rubens non c’era stata l’invenzione della scissione dell’atomo. A meno che non volessimo filosofeggiare, come fa Fritjof Capra nel suo bel libro Il Punto di Svolta, su quanto la scienza da Cartesio in poi abbia avuto la pretesa di separare l’uomo dalla natura per renderlo padrone di essa come se fosse una macchina più che un organismo complesso. E’ l’eredità del pensiero newtoniano e dell’atomismo di Locke. Che tutto ciò fosse stato avvertito dall’arte e che essa abbia provato in tutti i modi a metterci i pericoli di questo modo di intendere la realtà sotto il naso è straordinario. 

Straordinaria è anche l’idiozia di un certo tipo di pragmatismo. Del discorso lynchiano in USA sono state recepite due cose infatti: che vivere in provincia non era bello e che del resto questo era il segreto di Pulcinella, e che gli americani avevano un cuore di tenebra. E’ così, con la paglia tra le gambe, che nasce il mito di Britney Spears. Bionda e giovane, magliette attillate perché dove vive lei fa tanto caldo, entertainment per adolescenti femmine che si identificano con lei e maschi che se la vorrebbero fare – scusate il politicamente scorretto – i primi suoi successi corrispondono ai singoli Baby One More Time e Oops! … I Did It Again. La solitudine che uccide e la biondina che seduce e poi si nega. Eh sì, questi sono i veri drammi all’alba del nuovo millennio. Non a caso il video dell’ultimo brano si apre kubrickianamente con un astronauta che su Marte incontra proprio la nostra icona. Quasi lei fosse il monolite – in realtà è solo una usurpatrice, quasi che lui fosse un alieno rispetto a sé stesso – e che non lo sai, come giocano le ragazze?

Tutto viaggia secondo copione: il successo, i soldi, la fama, l’appoggio a Gorge W. Bush durante la guerra – guardate il documentario di Michael Moore Fahrenheit 9/11, la crisi – inevitabile per tutte le donne entertainers oggetti del desiderio – e più di recente l’interdizione. Anche le drag queen terminavano i loro spettacoli alzando il pugno e scandendo ‘Free Britney Spears’. Ironia della sorte: l’artista che più di tutte negli ultimi decenni ha incarnato il desiderio di innocenza e il bisogno di evasione, guadagnando cifre astronomiche, si è trovata fagocitata proprio dal padre. E qui torniamo al punto di partenza. Qualcuno direbbe che gli avvenimenti storici, se non compresi, sono destinati a ripetersi come farsa. Ma in questo caso, essendoci in gioco il destino di una persona fatta come noi di carne e sangue, non possiamo ovviamente minimizzare. Certo tutti conosciamo una Britney, se non siamo magari noi ad aver subito anche solo per un periodo un destino simile al suo. 

Aggiungo solo un ultimo elemento da Gummo, film del 1997 di Harmony Korine in cui si narra di come vissero i superstiti al tornado del 1974 nella cittadina di Xenia, in Ohio. Ora, esiste un eterno ritorno, per prendere in prestito – ma solo in prestito – il termine nietzschiano, in cui le persone si rifiutano di trascendere, di cambiare, per rimanere eternamente quello che sono. Perché? Per paura. Perché nel cambiamento è insito un rischio, quello del non sapere dove si andrà, cosa si incontrerà, cosa si diventerà. Perché nel cambiamento tu perdi quello che possiedi. Fa niente se per possedere cose tu hai dovuto mentire, rubare, uccidere. Fa niente se per possedere persone tu hai dovuto ingannarle, sottometterle, togliere loro la libertà. L’importante è l’ordine, e che nulla muti. Il perché è espresso benissimo dalla frase “Io accetto il caos. Non sono sicuro che lui accetti me”. La frase è stata resa famosa da Bob Dylan, ma la sua origine è incerta. Credo, ma non sono certo, fosse originariamente di Rimbaud. Ma come avrete capito, non è questo l’importante. L’importante era trasmettervi una certa urgenza … 

 


 

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