Kiss Me Deadly One More Time
Il quadro di Rubens che qui si riporta è molto più realistico e disturbante ai miei occhi, mentre quello di Goya è quasi splatter, il ‘bambino’ che sta divorando sembra un adulto e quindi c’è una incongruenza rispetto al tema che ci può distaccare, e in questo essere lontano da noi risulta molto più rassicurante (spaventa il nostro cervello, col suo ‘messaggio’, non i nostri sensi). Ma la mia impressione può essere viziata dalla mia fruizione di opere cinematografiche, dove i ‘mostri’ in fondo sono quasi sempre la rappresentazione del ‘diverso’ e quindi da un lato sono oggetto di desiderio (di conoscenza) ma col loro essere ‘altro’ ci rassicurano (quasi volessero dirci che non sono noi). Restano senza risposta molte domande. Chi ha inventato il tempo come lo conosciamo, ovvero un tempo che può scorrere in una sola direzione? Sappiamo ad esempio dai Vangeli gnostici – e c’è chi dice che il cristianesimo non sia altro che una riattualizzazione del mito di Iside e Osiride poi – che tramite una parte della nostra mente chiamata “nous” noi potremmo tornare indietro nel tempo e seguire da lì in poi due linee temporali, due realtà differenti, contemporaneamente.
Di queste teorie la scienza contemporanea, più propensa a guadagnare coi brevetti (doverosa premessa: mi vaccino tra un paio di settimane, state tranquilli) che a fare ricerca, ha quasi smesso di occuparsi, lasciando il tutto in mano o agli appassionati di spiritualità o al cinema e alle serie TV di fantascienza, che spesso sono un po’ didascaliche al riguardo – basti pensare a Interstellar di Christopher Nolan o alla serie DC Comics di Flash. Spesso, quasi sempre. Ma non sempre. C’è infatti un regista, non a caso erede del surrealismo di Bunuel, che ha ripreso sia la metafora – o la realtà se preferite – di Saturno o Crono che dir si voglia, sia la questione del multiverso. Questo regista è David Lynch. Di cosa parla infatti il suo film d’esordio Eraserhead? Esattamente di un padre che uccide il figlio. Un omicidio non casuale, dato che nei suoi sogni, è evidente se guardiamo con attenzione l’opera, quell’assassinio è preannunciato; e alla fine, dopo aver ucciso la strana creaturina, il protagonista del film si ricongiunge con la strana donna-freak da lui sognata, che con tutta probabilità rappresenta, direbbe Jung, la sua anima.
Avremmo dunque, forse, da un lato la scienza della psiche, dall’altro l’arte – e quella di stampo surrealista, lo ricordo, è debitrice ma non succube nei confronti del medico ebreo e dei suoi epigoni – a contendersi l’immaginario dell’uomo contemporaneo e, con esso, l’uomo stesso. Per trattenerlo, o per avvisarlo, comunque per orientarlo. Sono proprio due visioni differenti dell’uomo quelle che vediamo nella seconda metà del Novecento e fino ai giorni nostri. Una battaglia così importante che, a un certo punto, essa esce dal laboratorio intellettuale e tracima nella cultura pop di massa. Abbiamo infatti, prima alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, e poi alla fine del decennio successivo, due figure femminili che incarnano una le paure e le sirene d’allarme dell’arte, la Laura Palmer de I Segreti di Twin Peaks, l’altra un ideologico ritorno all’innocenza e al ‘non pensare’, un vero e proprio inno al pragmatismo americano e alla sua sensualità, la Britney Spears recentemente salita alle cronache in quanto privata della propria capacità di intendere e volere proprio dal padre.
La vita nella profonda provincia americana non era mai stata così disperante. Ma la cosa interessante della serie e del film sono gli sdoppiamenti dei personaggi. Bob e il padre di Laura sono la stessa persona, l’agente speciale Dale Cooper che indaga sulla sua morte ha un doppelganger – un doppio malvagio, e del resto è ovvio: com’era quell’adagio di Nietzsche sull’abisso che scruta dentro di te? – il pretendente di Laura, Bobby, ha un doppio anch’egli perverso nell’amante e fornitore di polvere d’angelo James, la stessa protagonista ha un doppio in Maddy Ferguson, sua cugina. Niente che non si sia già visto – ricordate La Donna Che Visse Due Volte di Alfred Hitchcock? Ebbene, è ovvio che se il cinema è specchio per lo spettatore, questo specchio mostrerà personaggi doppi allo scopo di renderlo cosciente della propria doppiezza, ma evidentemente mostrare un solo doppio non era stato sufficiente per raggiungere lo scopo finora. Le cose si fanno ancora più interessanti nella terza stagione, quella girata venticinque anni dopo le prime due, in cui assistiamo all’origine di Bob o meglio all’origine del Male Assoluto – la bomba atomica e la distruzione di Hiroshima e Nagasaki sarebbero dunque l’inquinante della falda acquifera contenente la linfa vitale della società statunitense – e a un Dale Cooper che viaggia appunto in differenti linee temporali senza mai riuscire a salvare la Laura originale, che soccombe alla tragedia non per debolezza ma nonostante la sua forza, che però non sarà sufficiente.
Straordinaria è anche l’idiozia di un certo tipo di pragmatismo. Del discorso lynchiano in USA sono state recepite due cose infatti: che vivere in provincia non era bello e che del resto questo era il segreto di Pulcinella, e che gli americani avevano un cuore di tenebra. E’ così, con la paglia tra le gambe, che nasce il mito di Britney Spears. Bionda e giovane, magliette attillate perché dove vive lei fa tanto caldo, entertainment per adolescenti femmine che si identificano con lei e maschi che se la vorrebbero fare – scusate il politicamente scorretto – i primi suoi successi corrispondono ai singoli Baby One More Time e Oops! … I Did It Again. La solitudine che uccide e la biondina che seduce e poi si nega. Eh sì, questi sono i veri drammi all’alba del nuovo millennio. Non a caso il video dell’ultimo brano si apre kubrickianamente con un astronauta che su Marte incontra proprio la nostra icona. Quasi lei fosse il monolite – in realtà è solo una usurpatrice, quasi che lui fosse un alieno rispetto a sé stesso – e che non lo sai, come giocano le ragazze?
Aggiungo solo un ultimo elemento da Gummo, film del 1997 di Harmony Korine in cui si narra di come vissero i superstiti al tornado del 1974 nella cittadina di Xenia, in Ohio. Ora, esiste un eterno ritorno, per prendere in prestito – ma solo in prestito – il termine nietzschiano, in cui le persone si rifiutano di trascendere, di cambiare, per rimanere eternamente quello che sono. Perché? Per paura. Perché nel cambiamento è insito un rischio, quello del non sapere dove si andrà, cosa si incontrerà, cosa si diventerà. Perché nel cambiamento tu perdi quello che possiedi. Fa niente se per possedere cose tu hai dovuto mentire, rubare, uccidere. Fa niente se per possedere persone tu hai dovuto ingannarle, sottometterle, togliere loro la libertà. L’importante è l’ordine, e che nulla muti. Il perché è espresso benissimo dalla frase “Io accetto il caos. Non sono sicuro che lui accetti me”. La frase è stata resa famosa da Bob Dylan, ma la sua origine è incerta. Credo, ma non sono certo, fosse originariamente di Rimbaud. Ma come avrete capito, non è questo l’importante. L’importante era trasmettervi una certa urgenza …






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