Il gioco del mondo. E il mio gioco?


Ci sono artisti che segnano un epoca. Con la loro arte, con la loro sensibilità, con la loro capacità inventiva o di sintesi, con la loro capacità di far fare un passo avanti a chi ne fruisce l’opera. Uno di questi è Pier Paolo Pasolini, di cui mi limiterò a dire che, prossimo alla morte all’epoca di Petrolio e di Salò o le 120 Giornate di Sodoma, rilasciò un’intervista in cui disse pacificamente che tutte le cose sono collegate tra loro. Come un maestro zen. E questo, su quelle ultime opere tanto cupe al punto che il romanzo verrà pubblicato solo nei primi anni Novanta del secolo scorso, getta una nuova luce, levando loro il maledettismo che sta nell’occhio di chi guarda e illuminando un Pier Paolo che, ce lo avessero lasciato vivo, chissà cosa ci avrebbe raccontato ancora per anni e anni di bello.

Un altro artista che ho amato profondamente è Fabrizio De André. L’ho conosciuto poco dopo la sua morte, con l’album dal vivo registrato al Teatro Brancaccio (che perfezione negli arrangiamenti) e mi colpirono soprattutto i brani estratti da La Buona Novella, disco del 1970 registrato in compagnia dei membri della futura PFM e ispirato ai Vangeli Apocrifi. Mi colpì soprattutto la figura di Maria, costretta in tenera età a vivere circondata da vecchi e addirittura a sposarne uno, finché, col consorte lontano per lavoro, non trova uno straniero che le dice di essere un angelo e la mette incinta.

Ovviamente i testi di Faber tratti da quel disco sono di una delicatezza e di una capacità introspettiva incredibile (“I vecchi quando accarezzano hanno paura di far troppo forte”), ma anche testi quali quello della stupenda Amico Fragile, in versi senza rima – “Finalmente!” Mi dissi quando la ascoltai – e su un giro di chitarra preso da certe composizoni di Leonard Cohen – ecco, ci stiamo avvicinando a una delle criticità del mondo di Faber, ma non anticipiamo troppo – non possono lasciare indifferenti chi li ascolta: “Potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli di parlare ancora male e ad alta voce di me”,  per non parlare poi di quella chiusa “E mai che mi sia venuto in mente di essere più ubriaco di voi”.

Insomma, in breve mi procurai l’intera discografia del cantautore genovese. Ascoltavo i suoi dischi in ordine cronologico, uno dopo l’altro, e mi lasciavo affascinare da concept album quali Tutti Morimmo a Stento (“come potrò dire a mia madre che ho paura?”) come dalle opere finali quali Anime Salve, tutt’ora il mio album preferito di Fabrizio De André. Per non parlare di canzoni magnifiche quali quelle contenute in Storia di un Impiegato (un disco cinematografico, dove è possibile trovare una ricchezza di linguaggio che fa davvero quasi impallidire uno dei suoi dichiarati modelli, il menestrello di Duluth Robert Zimmerman in arte Bob Dylan).

Addirittura avevo iniziato, o meglio reiniziato, a definirmi anarchico. Dovete sapere che negli anni Ottanta del secolo scorso l’anarchia era in voga tra chi come me ascoltava quella musica che per molti era solo rumore, fatta da musicisti sudatissimi e pieni di borchie. Sì, quella cosa lì, l’heavy metal. Ecco. Quello da ragazzo era il mio universo sonoro, dai primi Iron Maiden ai Metallica, dai Judas Priest che avrebbero istigato con messaggi registrati al contrario i propri ascoltatori al suicidio (le destre già all’epoca tentavano di screditare chi non apparteneva alle loro schiere in questi modi poco carini e poco aderenti alla realtà) ai Deep Purple, dai Black Sabbath ai Testament.

E chi ascoltava quei suoni non credeva ai politici. Perché sapeva chi e cosa è un Master of Puppets: qualcuno che prende dei Disposable Heroes e li trascina in una guerra per far soldi e acquisire risorse e potere, per poi lasciarli alla mercé del proprio PTSD in un Sanitarium qualsiasi. Poi, solo dopo, verrà il grunge col suo malessere esistenziale. L’heavy metal era ancora quasi solo entertainment, ma qui e là quei ragazzoni con le chitarre distorte e gli assoli studiati al metronomo ci avevano comunque tenuto ad avvisarci delle cose essenziali della vita, tipo non fidarsi di chi vuole amministrare il Potere pur senza averne la vocazione – sempre Pier Paolo ce lo disse – e di chi usa la religione per fotterti la testa, staccarti dai tuoi istinti e far di te una macchina pronta a obbedire.

E quindi, quando i dischi di Fabrizio De André entrarono nella mia casa, mi ricordai di quando ero un ragazzo e discutevo di politica coi miei amici – quelli più grandi, non i miei coetanei – che mi volevano convincere ad andare a votare anche facendo solo scheda bianca perché poi se no rischiavo di perdere i diritti civili (questo fino al 1993). Certo, la norma era ufficialmente nata per evitare che la gente si astenesse e che magari votassero solo i fedelissimi di qualche partito di stampo fascista, ad esempio. Almeno questo era il motivo ufficiale di quella legge.

Eppure, se mi guardavo attorno nei primi anni Novanta, all’inizio della cosiddetta Seconda Repubblica, attorno a me vedevo il vuoto. Il vecchio PC si era dato una mano di vernice come PDS e aveva accettato se non lo storico compromesso molti compromessi, e le facce di quegli uomini lì a me parlavano di voglia di Potere e non di servizio al popolo, mentre la squadra che si stava formando dall’altra parte beh, tra nani e ballerine, non l’avrei raccomandata al mio peggior nemico. Metteteci che in università poi avevo fatto degli esami su Bakunin, Goodwin e ‘gentaglia’ simile, ed eccomi circondato da ‘cattive compagnie’ che a me sembravano buonissime.

Ho smesso solo recentemente di definirmi anarchico a tutto spiano, o a sprone battuto che dir si voglia, perché frequentare spazi liberati dove anarchici e compagni si trovano insieme mi ha fatto diventare più morbido, voglio dire che non mi interessa definirmi quanto piuttosto verificare quanto io stia, giorno per giorno, vivendo, anche se la definizione di “anarchia ontologica” e relativa spiegazione trovata in “TAZ – Zona Temporaneamente Autonoma” di Hakim Bey mi ha fatto battere il cuore.

Ma torniamo alla musica. Curiosamente, proprio negli anni Ottanta De André in più di una intervista parla della ‘tribù’ dei metallari cui io aderivo in maniera più che lusinghiera, sia per l’essere un movimento di giovani che non si rassegnava al cosiddetto riflusso, descritto così bene nel disco Le Nuvole, sia per quella musica che era anticommerciale e che trasudava valori differenti rispetto al godereccismo degli scintillanti e vacui anni Ottanta. Sembrava tutto perfetto. E invece no. Qualcosa avrebbe lasciato un’ombra su quelle mie fruizioni.

Un’ombra che non ho intenzione di trattare moralisticamente, prendendo una posizione ‘dura e pura’, ma che nemmeno voglio tralasciare, e che invece vorrei si potesse discutere criticamente. Prendete dunque questo scritto come una bozza per una discussione più ampia. E partiamo proprio da alcuni dei musicisti che ho amato di più. Infatti, quando arriveremo a parlare di De André in questo contesto – quello che sto per presentarvi ora – il punto per me non è tanto la descrizione e il valore da dare al cantautore, quanto il senso che sto cercando di dare a una serie di incontri artistici da me effettuati sin dall’adolescenza.

Ma andiamo con ordine. Ho accennato ai Metallica. Ne parla anche Faber. Ovviamente lui non può saperlo, ma la band originaria di San Francisco ha una spiacevole tendenza al plagio. Ciò si nota già dalle prime note del loro disco d’esordio, quel fantastico Kill’Em All del 1983 che per molti ha segnato la nascita di un nuovo genere musicale, il thrash metal, che constava di una fusione tra elementi presi dal prog metal e altri presi dal punk. Ascoltando l’incipit di quel disco i più attenti hanno notato la forte assonanza con l’intro di un altro brano di tre anni prima, Set The Stage Alight degli Weapon.

Ma non è finita qui. La lunga cavalcata di The Four Horsemen infatti vede un arpeggio di chitarra preso a prestito da Sweet Home Alabama dei Lynyrd Skynyrd, per non parlare di un riff dei Saxon su Princess of the Night che viene posato dritto dritto dentro Seek And Destroy, mentre la parte di chitarra che segue il riff di quest’ultimo brano pare provenire da Dead Reckoning dei Diamond Head. Ci fermiamo qui perché il focus di questo articolo non sono i Metallica, ma direi che molti dischi dei Metallica godono di ‘riferimenti’ quali quelli qui descritti.

Oggi i musicisti si sono fatti furbi e dato che siamo passati tutti dal rap e dai campionamenti, si parla di citazioni, che si esplicitano addirittura. Ma alla mia epoca tali finezze non esistevano. Un gruppo che storicamente viene prima dei Metallica, i Led Zeppelin, da tutti considerati come gli inventori dell’heavy metal, e che io ho amato molto, presentano criticità analoghe. Senza voler infatti considerare la causa decennale per plagio relativa a Stairway to Heaven, la band di Jimmy Page e Robert Plant infatti aveva più volte rimodellato vecchi blues (soprattutto di Willie Dixon) senza citare l’autore nei credits dei dischi originali (sono presenti invece nelle ristampe attualmente in commercio).

Jimmy Page si era giustificato in più di un’occasione dicendo che le versioni originali cui si era ispirato duravano circa tre minuti, mentre le sue riscritture arrivavano fino al quarto d’ora di durata. Lascio giudicare voi. Ma poi c’è anche quella Babe I’m Gonna Leave You originariamente eseguita da Anne Brendon alla fine degli anni Cinquanta che … ecco, voglio dire, la conoscete lei? Perfetto, neanch’io fino a quando ho avuto modo di ascoltarla in un confronto con la versione dei Led Zep. Dunque, posso dire che due dei gruppi musicali che più ho amato da ragazzo scopiazzavano senza pietà altri musicisti.

Cosa c’entra tutto questo con Fabrizio De André direte voi. Allora, innanzitutto se siete curiosi potete saltare alla fine di questo articolo e andare al video che ho caricato su questa pagina, dove troverete tutti i ‘plagi’ di Fabrizio de André con gli originali a fianco, potrete quindi ascoltarveli tutti e farvi un vostro giudizio, seguendo quello che vi suggeriscono le vostre orecchie. Ma vorrei segnalarvene qualcuno qui, per chi invece ha voglia di continuare a leggere queste righe. Partiamo con Dove Vola L’Avvoltoio di Buttarelli e Calvino, ‘trasformata’ ne La Guerra di Piero.

E se Fila la Lana è un palese prestito da File La Lain di Jacques Douai – una cover non dichiarata insomma – la mitica Canzone dell’Amore Perduto è in realtà il Concerto in Re Maggiore per tromba, archi e continuo di Telemann. Non vado avanti oltre perché c’è il video cui vi accennavo riportato qui alla fine, ma quando ho scoperto queste e altre marachelle del Nostro ho proprio avuto un momento di scoramento. Perché ho proprio pensato: ma possibile che gli artisti che più mi piacciono o più mi sono piaciuti sono artisti che hanno preso a piene mani dal passato senza aggiungere qualcosa di personale?

E se Stairway to Heaven è in fondo solo un brano misticheggiante e per You Shook Me si può tranquillamente andare a godere degli originali, con Fabrizio de André le cose si fanno decisamente più spinose. Perché con Faber io sentivo di condividere degli ideali. Una visione della vita e dell’uomo. Io ho imparato molte cose da lui, al punto che ancora di recente sto facendo ricerche in rete su articoli o libri che trattino l’argomento dell’abolizione delle carceri ad esempio – non in un’ottica di riduzione, come fa Livio Ferrari ad esempio, ma proprio di loro cancellazione. 

Sono arrivato a domandarmi se in fondo non fossi solo una persona che a sua volta assimila idee di altri senza porsi il problema dell’originalità di quanto poi rigurgita nel mondo. Il che sarebbe grave, perché io sono a mia volta un artista. Di recente ho rifatto, ad esempio, Sleep di Andy Warhol. Un reenactment. Quindi ho preso un’opera d’arte di un artista famoso e, seguendo una tradizione di re-incorporazione, l’ho ripresentata in una veste contemporanea e con un significato diverso, attuale. Fin qui nulla di male, i reenactment vengono presentati anche nella gallerie.

Si effettuano perché le performance artistiche sono state almeno fino a due decenni fa pièce uniche, non ripetibili, nell’ottica della materializzazione dell’arte e della coincidenza dell’oggetto artistico con l’artista in sé. A un certo punto, sono comparse queste nuove ‘versioni’, fatte come seguendo appunto una partitura, per rimanere su una metafora musicale, in modo che più persone potessero finalmente tornare a godere delle emozioni che quei lavori avevano suscitato, invece di leggerne in maniera fredda su un libro d’arte. 

Per cinque anni sono stato, inoltre, attore di una compagnia teatrale nella metropoli vicina al paesello dove vivo. Ho forse copiato qualcuno? No. Però ero ispirato dalla mia regista. Come fotografo ho lavorato seguendo dei modelli ben precisi (il gruppo giapponese Provoke in cui militava Daido Moriyama). Ho forse copiato il suo lavoro? Sicuramente le foto che scattavo in città avevano, come quelle di Moriyama, lo scopo di mettermi sulle tracce di frammenti di umanità. Ho lavorato molto anche in post produzione, cambiando modalità da foto a foto, passando spesso da un programma all’altro in modo da non fossilizzarmi sullo stesso tipo di post produzione.

Moriyama fotografava su pellicola e poi dedicava alla post il mio stesso tempo. Ma i risultati sono diversi, anche se la filiazione è evidente. Eppure per un certo periodo mi sono sentito un imitatore, ero tanto preso dal mio modello da farmi quasi fagocitare da esso. Quanto le dinamiche del ‘plagio’ sono simili a quelle dell’assimilazione? C’è in entrambi i casi la paura di non riuscire a esprimersi autonomamente, di non aver contenuti propri da esibire o mostrare? C’è forse quella sindrome dell’impostore che si trova in quei lavori che ho tanto amato di Leos Carax? Finite le ferie inizierò un periodo di prova presso una scuola di teatro, e lì se tutto va bene lavorerò con persone che mi aiuteranno a comprendere quali sono le dinamiche ispirative che più mi sono consonanti.

Eppure è da un mese che studio i film e la vita di Gian Maria Volonté, che tra tutti gli attori sento quello che più ‘mi chiama’. Vuoi per il suo essere impegnato, vuoi per il suo non essere prono a metodi standardizzati (“non entro e non esco da nessun personaggio” aveva detto in una intervista), vuoi per quella leggera vena di follia che emerge ad esempio da quello che è il suo film che amo di più, ovvero La Classe Operaia Va in Paradiso (non parlo della depressione degli ultimi anni, ché quella era derivata da una crisi di identità che qualsiasi persona intelligente avrebbe affrontato in quegli stessi anni: io stesso da adolescente non me la sono vissuta benissimo).

Com’è difficile essere sé stessi. Ecco, se devo dirla tutta, questo scritto non è su Fabrizio ma su di me. Ma se parlo di me è perché, se mi guardo attorno, vedo pochi esempi nell’arte odierna di persone che sono se stesse. Non parlo del teatro perché è da due anni che non mi ci reco per assistere a un allestimento altrui, complice la pandemia, eppure se penso alla musica o al cinema, oggi siamo in grossa crisi. Spero vivamente di poter apportare qualcosa di nuovo al mondo che mi circonda. Ma quello che mi spetta non è sperare, bensì vivere. E quello che ho attorno è un mondo che finge. Che gli vadano bene le cose, ad esempio, anche con sé stesso. Per paura. Paura di guardarsi dentro. Dove troverò abbastanza sincerità e spontaneità da lasciarmene ispirare? 

 



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