Il gioco del mondo. E il mio gioco?
Un altro artista che ho amato profondamente è Fabrizio De André. L’ho conosciuto poco dopo la sua morte, con l’album dal vivo registrato al Teatro Brancaccio (che perfezione negli arrangiamenti) e mi colpirono soprattutto i brani estratti da La Buona Novella, disco del 1970 registrato in compagnia dei membri della futura PFM e ispirato ai Vangeli Apocrifi. Mi colpì soprattutto la figura di Maria, costretta in tenera età a vivere circondata da vecchi e addirittura a sposarne uno, finché, col consorte lontano per lavoro, non trova uno straniero che le dice di essere un angelo e la mette incinta.
Insomma, in breve mi procurai l’intera discografia del cantautore genovese. Ascoltavo i suoi dischi in ordine cronologico, uno dopo l’altro, e mi lasciavo affascinare da concept album quali Tutti Morimmo a Stento (“come potrò dire a mia madre che ho paura?”) come dalle opere finali quali Anime Salve, tutt’ora il mio album preferito di Fabrizio De André. Per non parlare di canzoni magnifiche quali quelle contenute in Storia di un Impiegato (un disco cinematografico, dove è possibile trovare una ricchezza di linguaggio che fa davvero quasi impallidire uno dei suoi dichiarati modelli, il menestrello di Duluth Robert Zimmerman in arte Bob Dylan).
E chi ascoltava quei suoni non credeva ai politici. Perché sapeva chi e cosa è un Master of Puppets: qualcuno che prende dei Disposable Heroes e li trascina in una guerra per far soldi e acquisire risorse e potere, per poi lasciarli alla mercé del proprio PTSD in un Sanitarium qualsiasi. Poi, solo dopo, verrà il grunge col suo malessere esistenziale. L’heavy metal era ancora quasi solo entertainment, ma qui e là quei ragazzoni con le chitarre distorte e gli assoli studiati al metronomo ci avevano comunque tenuto ad avvisarci delle cose essenziali della vita, tipo non fidarsi di chi vuole amministrare il Potere pur senza averne la vocazione – sempre Pier Paolo ce lo disse – e di chi usa la religione per fotterti la testa, staccarti dai tuoi istinti e far di te una macchina pronta a obbedire.
Eppure, se mi guardavo attorno nei primi anni Novanta, all’inizio della cosiddetta Seconda Repubblica, attorno a me vedevo il vuoto. Il vecchio PC si era dato una mano di vernice come PDS e aveva accettato se non lo storico compromesso molti compromessi, e le facce di quegli uomini lì a me parlavano di voglia di Potere e non di servizio al popolo, mentre la squadra che si stava formando dall’altra parte beh, tra nani e ballerine, non l’avrei raccomandata al mio peggior nemico. Metteteci che in università poi avevo fatto degli esami su Bakunin, Goodwin e ‘gentaglia’ simile, ed eccomi circondato da ‘cattive compagnie’ che a me sembravano buonissime.
Ma torniamo alla musica. Curiosamente, proprio negli anni Ottanta De André in più di una intervista parla della ‘tribù’ dei metallari cui io aderivo in maniera più che lusinghiera, sia per l’essere un movimento di giovani che non si rassegnava al cosiddetto riflusso, descritto così bene nel disco Le Nuvole, sia per quella musica che era anticommerciale e che trasudava valori differenti rispetto al godereccismo degli scintillanti e vacui anni Ottanta. Sembrava tutto perfetto. E invece no. Qualcosa avrebbe lasciato un’ombra su quelle mie fruizioni.
Ma andiamo con ordine. Ho accennato ai Metallica. Ne parla anche Faber. Ovviamente lui non può saperlo, ma la band originaria di San Francisco ha una spiacevole tendenza al plagio. Ciò si nota già dalle prime note del loro disco d’esordio, quel fantastico Kill’Em All del 1983 che per molti ha segnato la nascita di un nuovo genere musicale, il thrash metal, che constava di una fusione tra elementi presi dal prog metal e altri presi dal punk. Ascoltando l’incipit di quel disco i più attenti hanno notato la forte assonanza con l’intro di un altro brano di tre anni prima, Set The Stage Alight degli Weapon.
Oggi i musicisti si sono fatti furbi e dato che siamo passati tutti dal rap e dai campionamenti, si parla di citazioni, che si esplicitano addirittura. Ma alla mia epoca tali finezze non esistevano. Un gruppo che storicamente viene prima dei Metallica, i Led Zeppelin, da tutti considerati come gli inventori dell’heavy metal, e che io ho amato molto, presentano criticità analoghe. Senza voler infatti considerare la causa decennale per plagio relativa a Stairway to Heaven, la band di Jimmy Page e Robert Plant infatti aveva più volte rimodellato vecchi blues (soprattutto di Willie Dixon) senza citare l’autore nei credits dei dischi originali (sono presenti invece nelle ristampe attualmente in commercio).
Cosa c’entra tutto questo con Fabrizio De André direte voi. Allora, innanzitutto se siete curiosi potete saltare alla fine di questo articolo e andare al video che ho caricato su questa pagina, dove troverete tutti i ‘plagi’ di Fabrizio de André con gli originali a fianco, potrete quindi ascoltarveli tutti e farvi un vostro giudizio, seguendo quello che vi suggeriscono le vostre orecchie. Ma vorrei segnalarvene qualcuno qui, per chi invece ha voglia di continuare a leggere queste righe. Partiamo con Dove Vola L’Avvoltoio di Buttarelli e Calvino, ‘trasformata’ ne La Guerra di Piero.
E se Stairway to Heaven è in fondo solo un brano misticheggiante e per You Shook Me si può tranquillamente andare a godere degli originali, con Fabrizio de André le cose si fanno decisamente più spinose. Perché con Faber io sentivo di condividere degli ideali. Una visione della vita e dell’uomo. Io ho imparato molte cose da lui, al punto che ancora di recente sto facendo ricerche in rete su articoli o libri che trattino l’argomento dell’abolizione delle carceri ad esempio – non in un’ottica di riduzione, come fa Livio Ferrari ad esempio, ma proprio di loro cancellazione.
Si effettuano perché le performance artistiche sono state almeno fino a due decenni fa pièce uniche, non ripetibili, nell’ottica della materializzazione dell’arte e della coincidenza dell’oggetto artistico con l’artista in sé. A un certo punto, sono comparse queste nuove ‘versioni’, fatte come seguendo appunto una partitura, per rimanere su una metafora musicale, in modo che più persone potessero finalmente tornare a godere delle emozioni che quei lavori avevano suscitato, invece di leggerne in maniera fredda su un libro d’arte.
Moriyama fotografava su pellicola e poi dedicava alla post il mio stesso tempo. Ma i risultati sono diversi, anche se la filiazione è evidente. Eppure per un certo periodo mi sono sentito un imitatore, ero tanto preso dal mio modello da farmi quasi fagocitare da esso. Quanto le dinamiche del ‘plagio’ sono simili a quelle dell’assimilazione? C’è in entrambi i casi la paura di non riuscire a esprimersi autonomamente, di non aver contenuti propri da esibire o mostrare? C’è forse quella sindrome dell’impostore che si trova in quei lavori che ho tanto amato di Leos Carax? Finite le ferie inizierò un periodo di prova presso una scuola di teatro, e lì se tutto va bene lavorerò con persone che mi aiuteranno a comprendere quali sono le dinamiche ispirative che più mi sono consonanti.
Com’è difficile essere sé stessi. Ecco, se devo dirla tutta, questo scritto non è su Fabrizio ma su di me. Ma se parlo di me è perché, se mi guardo attorno, vedo pochi esempi nell’arte odierna di persone che sono se stesse. Non parlo del teatro perché è da due anni che non mi ci reco per assistere a un allestimento altrui, complice la pandemia, eppure se penso alla musica o al cinema, oggi siamo in grossa crisi. Spero vivamente di poter apportare qualcosa di nuovo al mondo che mi circonda. Ma quello che mi spetta non è sperare, bensì vivere. E quello che ho attorno è un mondo che finge. Che gli vadano bene le cose, ad esempio, anche con sé stesso. Per paura. Paura di guardarsi dentro. Dove troverò abbastanza sincerità e spontaneità da lasciarmene ispirare?












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