Sulla memoria e sull’arte come dispositivo
“Mi interessa capire come la memoria deforma gli oggetti. E’ come un apparato che smonta le cose e le assembla saltando dei pezzi; il ricordo è sempre un’impressione distorta.”
(Tom Waits intervistato per la rivista Sounds nel 1983)
Ovviamente non posso sapere quanto e se i miei ricordi del passato sono deformati. Ma ho fatto un esperimento. Dopo dieci anni di lontananza dalle sale cinematografiche – tanto a parte Lanthimos di cose entusiasmanti ne sono capitate pochine – ho provato a recuperare le mie vecchie videocassette, quelle con su, mescolati a caso, Wakamatsu e Truffaut, Cronenberg e Hitchcock, Lynch e Corman. E mi sono stupito per una cosa in particolare: molti di quei film nella mia testa erano diversi. Diverso il finale, diverse le scene madri, diversi persino gli attori, a volte.
“Chissà se qualcosa del genere è avvenuta anche coi miei ricordi personali”, mi sono chiesto. Oggi stavo riascoltando Rain Dogs, disco del 1985, ed ecco che noto che il pianoforte di Tango Til They’re Sore è scordato – amo queste cose, lo sa solo dio quanto – anche se non tanto quanto il pianoforte suonato da Mal Waldron nel disco di Eric Dolphy At The Five Spot. Solo che in questo secondo caso, il piano era distorto perché semplicemente era l’unico presente nel locale e quindi il quintetto si dovette accontentare. Tom invece volle un piano scordato appositamente.
Ecco, cercatevi quella canzone. Ascoltatela bene. Quel pianoforte sono i nostri ricordi modificati dal passare del tempo. Suonano magnificamente, ma sono stonati – non sono più ciò che ci è accaduto, ma, al contrario, sono ciò che la nostra mente ci ha lasciato in eredità. Vi ricordate Blade Runner? Qual era la differenza tra gli umani e i replicanti? Che i primi hanno dei ricordi. Ebbene, il senso del film era proprio che siamo tutti replicanti senza ricordi. Qualcun altro, la nostra mente, li ha fabbricati per noi, per farci stare al sicuro e non farci agitare dovesse venirci in mente la domanda ‘ma io chi sono?’.
In uno dei miei post precedenti ho parlato dei viaggi nel tempo. Si può tornare indietro nel tempo, dicevamo, ricordate? Questo vi farà vivere poi in due presenti, quello ‘originale’ e quello ‘mutato’. Non so perché avevo così tanta voglia di riascoltare quella musica in questi giorni. Era un dispositivo per tornare al passato? E a quale passato? La prima volta che avevo sentito I Don’t Wanna Grow Up, era stato in un’auletta universitaria contigua a quella dove io e dei miei amici stavamo studiando. In quell’aula c’era un disco dove delle voci di bambini cantavano Non Voglio Crescere Più in italiano.
In quel periodo con un mio amico stavamo architettando di mettere su una band. A me avevano rifilato una chitarra elettrica nera, che suonavo – quattro accordi, non pensiate che sapessi fare chissà che – con la tessera di Blockbuster al posto del plettro – mi permetteva di andare più veloce dei plettri che avevo in tasca. Avevamo trovato un buon batterista, defenestrato dal mio amico perché troppo vicino alla filosofia di Nietzsche – vi giuro, è tutto vero – e un altro chitarrista, futuro sindacalista con la passione per Robert Smith. Arrangiammo un pezzo scritto da quest’ultimo.
Avevamo questa chitarra effettata, la sua, che sembrava uscita da un programma della Rai – sì sarebbe stato perfetto come sindacalista pensai – tipo la Domenica Sportiva, che faceva a pugni con la mia ultradistorta ma messa sullo sfondo, poi avevamo un batterista – non Zarathustra, un altro – senza infamia e senza lode, il mio amico al basso e un testo declamato. Sembrava un pessimo mix tra Sex Pistols, Massimo Volume e The Cure. A voi la sentenza, solo a descriverlo era una cosa allucinante, figuratevi a suonarla ‘sta roba. Comunque io provai e riprovai per diverso tempo ad applicarmi alla chitarra, ma non imparavo nulla.
A dire la verità, quando vivevo ancora coi miei, mi piaceva imparare delle parti di chitarra acustica tipo Led Zeppelin – gli arpeggi di Stairway To Heaven e Babe I’m Gonna Leave You – ma da punkettone … beh ecco, diciamo che quelle cose mi veniva meglio ad ascoltarle che non a metterci mano in prima persona. Comunque, ben presto assieme alla passione per la musica arrivarono le notti insonni. Ma non nel senso che stavo sveglio tutta la notte a suonare. Ma proprio nel senso che non dormivo. Me ne stavo nel letto con la luce spenta e gli occhi sbarrati. E poi la mattina mi sentivo strano. Iniziavo a pensare che la gente ridesse di me.
E sì che la legge Basaglia e la cultura che l’aveva promossa erano state vincenti proprio un ventennio prima. Dopo vent’anni, la gente non si era ancora abituata a considerare delle merde chi ti propinava certi cocktail, e a non discriminare te che per inesperienza ti eri fidato e li avevi assunti. Ma andiamo avanti. Non avendo più una vita sociale, dovetti farcela con la cultura. Dio che concerti. I Sonic Youth sotto la pioggia che interagivano col maltempo, facendo tuoni fulmini e saette con le chitarre e il basso. E poi la prima visione de I 400 Colpi di Truffaut. Per dire due cose a caso.
Prima di tutto ciò, dopo un semestre da incubo, lo specialista mi aveva fatto scalare tutte le medicine, quelle che prendevo a dosi da cavallo. Niente più insonnia. Niente più paranoia. In compenso spesso avevo dolori incredibili alla testa, e non importava dove fossi, magari anche per strada, magari anche di notte, dovevo accasciarmi. Mi è andata bene che non sono mai stato scippato, perché non avrei potuto opporre resistenza nemmeno a una violenza. Fortunatamente non ero una donna. Presi a non uscire la notte per precauzione, comunque.
Un altro effetto collaterale di quei medicinali fu che iniziai a pensare intensamente alla mia morte eventuale. Non voglio appesantirvi troppo l’appetito, o qualsiasi altra cosa stiate facendo mentre leggete, comunque non ho problemi a dire che ciò che mi girava per la testa era: “Non sei riuscito a resistere alla chimica, sei un debole. Cosa facevano a Sparta a quelli come te? Bene, e ora che sai qual è la sentenza, perché non metti in atto la condanna?”. Cose così. Cose cui non avevo mai pensato prima, e cui non avrei più pensato dopo aver smesso completamente di assumere sostanze chimiche legali – legali di che?
Ora, per tornare alla domanda iniziale, perché tornare a un periodo così doloroso con la mente, e per lo più con tutte le distorsioni del caso? Semplice: perché è stato anche il periodo più immaginifico. Per farvi capire cosa voglio dire, vi descriverò la mia giornata di oggi. Ieri ho riascoltato alcuni di quei dischi, e oggi mentre percorrevo il viale dalla stazione a casa mia, quei vicoli in cui taglio per far prima, con quei pali della luce antiestetici, quel viale alberato con a fianco il cimitero – puoi guardare dentro e vedere delle tombe – tutto mi sembrava animato, per la prima volta interessante.
Non che improvvisamente mi sembrava di vivere in un bel posto – che schifo anzi la periferia di una città per ricchi come Milano – ma per la prima volta i dettagli erano più importanti del senso. E questo era esattamente il modo in cui avevo ascoltato per decenni la musica di Waits. Tom è un vecchio Beat, e come Bukowski sa che il Mito Americano del Successo è una idiozia, fatta per tenerti all’amo e per vederti obbedire al tuo capo, al tuo schiavista, e per questo applica il prisma deformante dei freaks per farti vedere cosa significa veramente il mondo in cui vivi. Ecco dunque Frank, che dà fuoco alla casa con dentro la moglie e il cane che aveva sempre odiato, perché lui voleva solo prendere un treno e andare alla ricerca della sua occasione.
Solo che poi ti affezioni alle emozioni di questo figlio di puttana fatto e finito – finito nel senso di ‘gone’, perché, ebbene sì, sono le tue. Anche se non lo sai. E c’è un’altra cosa importante: i dettagli. Tutti quei suoni, quelle inflessioni vocali, quei ritmi che si sfaldano e che si sfaldano con un senso ben preciso, creatori di una estetica nuova. Stessa cosa per le melodie. Ecco, era un po’ come diceva John Cage: se riusciamo ascoltando musica fatta con tubi di plastica a percepire la bellezza dei tubi di plastica che troviamo in un vecchio edificio, in cui magari dobbiamo passare ore alienanti, forse quel mondo e la nostra vita saranno un po’ meno alienate.
La mia amica non poteva saperlo, ma io per un po’, finita l’università, avevo giocato a riprodurre dei quadri di Mirò perché mi vergognavo troppo a provare a fare dell’arte mia, ma nello stesso tempo volevo assorbire le sensazioni che quelle opere mi davano, e allora eccomi lì, a farmi sotto, a riprodurre quelle stelle, quei cerchi di due colori, quelle linee, quelle intersezioni … sono opere che non farei vedere a nessuno – non so nemmeno se le ho ancora in casa o se le ho buttate via – ma per me in quel momento erano essenziali. Forse non volevo perdere tempo a leggere della critica d’arte, e immagazzinavo sensazioni che quei quadri mi trasmettevano senza neanche saperlo.
Ora, il passo successivo è chiedersi: se un’arte – che sia la musica di Tom Waits o i quadri di Joan Mirò – possono modificare la nostra percezione della realtà riportandoci all’infanzia, è possibile allora modificare la realtà, dando non risposte automatiche agli stimoli che ci circondano ma provando a fare qualcosa di nuovo, un nuovo gioco? Le rivoluzioni politiche sono state tutte fermate, a suon di sangue sonante, e oggi grazie alla propaganda sembra che chi voleva eliminare la ricchezza ingiustificata e mettere qualche soldo e qualche ideale in saccoccia dei poveri sia peggio di chi ha parlato di volontà di espansione di un popolo trasformandoci in violentatori di donne straniere.
Ma anche l’arte non se la passa bene. Oggi essa è ridotta a entertainment. Vediamo un po’ qual è la differenza tra le due. L’arte come abbiamo visto modifica la nostra percezione della realtà, facendo di noi dei bambini. L’entertainment invece modifica i nostri desideri. ‘Ooooh che fiha quella cantante … la vorrei … tanto … e allora ecco che per via di una transustanziazione posso mangiare un po’ di lei ascoltando i suoi dischi in streaming o andando ai concerti…’. C’è molto cattolicesimo in tutto ciò, ma perché il cattolicesimo è stato il primo regime dell’epoca post-classica, in fondo e molto semplicemente.
L’entertainment non fa altro che farci il lavaggio del cervello. Voi sentite una canzone alla radio, e vi dite: “Com’è stupido questo brano. Che ritmo insulso. Che melodia poco originale”. Poi la risentite al centro commerciale con le vostre amiche, mentre fate shopping, e spinti dalle endorfine iniziate a pensare che quel brano non è poi così male. E’ iniziato il mindfucking. Poi magari andate su Youtube e vedete il video tra i suggerimenti, ed è proprio il video di quella canzone. Che figo il cantante. Ecco, avete visto come è stato semplice, per usare un termine caro a chi il mindfucking lo applica, “trasmettervi una emozione” (o meglio “vendervi una emozione”)?
La mia risposta è: per caso. Perché ad esempio venite scartati. E’ la mia storia. Come vi ho raccontato, io già da preadolescente leggevo Pasolini e ascoltavo Bob Dylan. Cose che per me erano già più importanti del prendere un bel voto o del pensare a una carriera – al liceo per l’orientamento universitario mi fece un monologo un bocconiano, il quale mi disse “La letteratura è solo un piacere”. Fu allora che diedi un giudizio di valore su quelle scelte formative che non è per niente lusinghiero, e per questo ve lo risparmio. No, non potevo essere integrato.
Ma voi che mi leggete, e che magari avete una vita meno traumatica della mia, cosa potete fare per risvegliarvi poco a poco senza finire nella discarica? Sinceramente non saprei. Psichiatri e psicologi sono tutti cooptati dal sistema, e quei professionisti un po’ più sensibili – counselor e coach – sono stati fatti fuori per legge proprio perché c’era un sistema da preservare. No, datemi retta. L’unica cosa positiva potrebbe essere una EVACUAZIONE DI MASSA. Se in tanti decideste di farvi scartare, il sistema non potrebbe ignorarvi e non potrebbe decidere di fare a meno di voi. Purtroppo le lusinghe e le paure che dovrete attraversare saranno terribili.
Forse è molto meglio coltivare quello sguardo, quello di cui ho parlato in questo post, dovete solo trovare i vostri dispositivi. Per la mia amica è stato Mirò, per me Waits, per voi potrebbe essere qualsiasi altra cosa. E’ vostra cura e responsabilità non fermarvi a un artista qualsiasi di quelli proposti dalle radio generaliste – che poi sono quelle che si oppongono all’utilizzo di un linguaggio meno esclusivo e ad altre cosucce in nome di un conservatorismo tanto più nascosto quanto più feroce – ma scavare e trovare quelli che poi attivano certe zone della vostra corteccia e vi permettono di non dare sempre le stesse risposte. Quando smetterete di accettare molestie e violenze come ciò che vi spetta di diritto? E non sto parlando di donne. O meglio, non solo.






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