Una cura per questa malattia

Qualche settimana fa, di notte, sogno di entrare in un negozio di dischi (mi accade spesso di fare questo tipo di sogni, io lo collego alla ricerca e al piacere che essa ci dà) e di uscirne con una copia di Pornography dei Cure. Non so perché ho sognato proprio quel disco, ma devo dire che, dopo averlo acquistato davvero, nella realtà, e ascoltatolo un po’, mi è piaciuto, pur essendo il mio primo album della band britannica e pur essendo il disco che tutti consigliano di ascoltare solo quando l’umore è adeguato, perché si tratta di un album molto cupo. 

In particolare mi ha colpito In The Hanging Garden, che suona in italiano un po’ come ‘I Giardini Pensili’ ma a me ha fatto pensare a Ian Curtis che si è suicidato impiccandosi. E in effetti Pornography è un disco da New Wave cupa, con Robert Smith che alla fine dell’album declama ‘I must find a cure for this pain’ che forse è il senso di una vita dedicata all’arte. Ma conoscendo ancora poco la band, non voglio fingere di possedere chiavi di lettura che non ho.

Qualche giorno fa, invece, mi sveglio e mi sento di un vuoto assurdo dentro. Penso che in fondo non ho fatto altro che provare rabbia per la solitudine in cui ho vissuto nell’ultimo periodo, e che a furia di dirmi ‘No, devi nutrirti di altro’ ho cancellato le mie emozioni fino a non provare nulla per non vivere di sentimenti negativi, e quel che mi resta è appunto il nulla. Ma questa sensazione è durata giusto un giorno perché proprio ieri mattina ho fatto un altro sogno. 

Dal mio Diario dei Sogni (sì, ne ho uno, è un diario generale ma ci scrivo spesso i miei sogni). “Questa notte ho fatto due sogni.  Nel primo sogno ero attaccato da un branco di pipistrelli e temevo si impigliassero nei miei capelli lunghi. Scappavo, ma loro mi inseguivano con quei loro strilli acuti. Nel secondo sogno invece mi recavo in una libreria dell’usato dove chiedevo a un commesso di trovarmi libri di performance art.

“Mentre il commesso mi consegnava libri uno a uno, la gente che guardava tra gli scaffali si voltava per parlarmi. Intuivo che si trattava di insulti, ma io non li sentivo. Allora dicevo a una ragazza coi capelli lunghi e la coda: ‘Speciazione simpatrica: si è compiuta’. E allora mi svegliavo. Entusiasta”. Se volete sapere cos’è la speciazione, è una specie di evoluzione dell’individuo che per averla compiuta lascia dietro di sé gli altri individui ora incapaci di capirlo, il tutto senza abbandonare il posto dove vive – “simpatrica”: altri animali invece per compiere il salto evolutivo cambiano anche territorio. 

Bene. Non so ancora dove mi porterà questo nuovo stadio evolutivo, so solo che si è compiuto, lo dicono i miei sogni, e che scriverlo qui è un modo per mettere un punto definitivo a una situazione che vivo da parecchi mesi, in pratica dal secondo lockdown, e che è fatta di incomprensioni, pusillanimità, cattiveria da parte di molte persone che mi circondavano e che ho abbandonato. Nel frattempo ho portato in rete una mia performance, ho ripreso a scrivere di musica e cinema ma sono comunque solo.

“Parli di cose troppo difficili” mi diceva una donna di una associazione cui partecipo qualche mese fa, prima del secondo lockdown. E io non sapevo onestamente che dire o fare. Semplificare significa per me mentire, mentre io sento che ci sono molte cose di cui dovrei parlare e elaborare mentre ne parlo, per dare il mio contributo all’umanità. Un argomento che mi sta molto a cuore ad esempio è quello dell’abolizione delle prigioni.

Livio Ferrari e Giuseppe Mosconi parlano nel loro libro “No Prison” esattamente di questo. Ferrari è stato addirittura garante dei detenuti per tantissimo tempo, e ne ha viste di cotte e di crude. La sua ottica non è totalmente e radicalmente abolizionista, ma riduzionista – dice insomma che su 15.000 persone attualmente ospitate dalle nostre prigioni, almeno due terzi potrebbero essere liberate trovando per loro misure alternative al carcere.

Altrove nel mondo si parla assai di questo problema, perché laddove il carcere è più duro la recidiva è altissima – le persone entrano delinquenti e escono delinquenti e con la voglia di rivalsa o vendetta, vedete un po’ voi. Ma poi per me è proprio il principio che è sbagliato. Innanzitutto punire qualcuno per un danno fatto alla società è un principio religioso, e mi stupisce che spesso anche le persone che sono o si definiscono atee cadano in questo principio.

E allora qual è il principio giusto? Semplice: fare leva sulla responsabilità delle persone prima che esse commettano reati, eliminando i fattori che li facilitano – ad esempio la povertà o l’ascensore sociale bloccato – invece di puntare tutto sulla paura della punizione. Gli individui se vengono trattati da bambini infatti, finiranno col comportarsi come tali. Se trattati da adulti, diventeranno persone responsabili, perché si faranno volentieri carico del loro pezzetto di mondo interiore ed esterno.

A questo punto sorge spontanea una domanda: il Potere ci vuole adulti? A giudicare dalla fine che hanno fatto Feltrinelli e Pasolini, a giudicare da quello che trasmettono le nostre televisioni e pubblicano i nostri giornali, a giudicare dalla nostra politica direi proprio di no. E allora non mi stupisco più della mia solitudine, della mia scarsità di mezzi per comunicare, dei pochi legami sociali – ci sono, ma sono pochi e poi spesso molta gente cerca di farti abbassare la testa anziché farsi guardare negli occhi – della mia ritrosia o non voglia di comunicare.

Poi però mi viene la curiosità, e allora eccomi qui a provarci. Molti mi dicono che sono molto colto, che è un bel paravento per non rispondere alle domande che pongo con le mie frasi, con questi periodi da cinque o sei righe a paragrafo ad esempio. E’ che la gente è abituata ad essere ipocrita, e lo è senza nemmeno rendersene conto. Ma d’altronde è da qualche giorno che il clima è pessimo e questo dopo un’estate con temperature stratosferiche.

Qualche mio amico ha avuto il coraggio di postare sui suoi social che ‘non bisogna lasciarsi andare agli allarmismi’, mentre molti di voi, con la capacità di attenzione di un pesce rosso, di fronte ai mutamenti climatici si distraggono finita la giornata di sole e ritornano a occuparsi … ecco, ditemelo voi di cosa vi occupate la sera. Probabilmente vi mettete a letto dopo aver guardato Mario Giordano e pensate alla giornata di domani, e tanto vi basta perché è già un grosso sforzo.

Dicevo del tempo di questi giorni. Sta piovendo molto. Ho preso un bell’acquazzone giovedì sera, di ritorno da un concerto di Messiaen da Milano, e sono due giorni che me ne sto in casa perché le previsioni sono terribili e non ho così tanti ricambi da poter prendere acquazzoni tutti i giorni – per dire, ho solo due paia di pantaloni che mi stanno. E la strada dalla stazione dei treni a casa mia, a piedi, è piuttosto lunga.

Ho riascoltato “Bells For The South Side” di Roscoe Mitchell, compositore e polistrumentista. E ho notato una cosa che mi era probabilmente sfuggita fino a un po’ di tempo fa. Il jazz, di cui ho parlato ampliamente nel primo post di questo blog, è una musica, lo ha sottolineato Davide Sparti in una serie di bellissimi libri pubblicati a cavallo del decennio scorso da Il Mulino, dove il solista parte enunciando un tema e non sa dove arriverà: la sua identità resta incerta per tutta l’esecuzione dell’assolo, e solo alla fine, voltandosi indietro, vedrà e cosa si è lasciato alle spalle e cosa è diventato.

Questo valeva per Sonny Rollins, questo valeva per John Coltrane. Ma con le avanguardie chicagoane del decennio successivo le cose cambiano. Il doppio album della ECM di cui sopra è un esempio perfetto di una musica dove semplicemente si E’, senza più problemi di evoluzioni. Musica ontologica? Diciamo musica zen. Mitchell e gli altri musicisti esecutori delle musiche composte dal sassofonista SONO musicisti, e pertanto è nella loro natura suonare, non evolversi o divenire. L’evoluzione è un concetto precedente questo nuovo stadio, quello dell’essere.

Musica spirituale quindi, come lo era già il free jazz col suo ‘per essere un musicista migliore devo essere una persona migliore, quindi devo evolvere’ (Ayler, Coltrane), le avanguardie che vengono dal jazz degli anni Settanta invece sono musiche dove semplicemente ascoltare esseri umani che mostrano ciò che sono in quel momento: la migliore versione di sé possibile in quelle date circostanze. Cambia tutto, non trovate? E così anche il Quartetto per la Fine del Mondo di Messiaen che ho ascoltato con un’amica in una sala da concerto ha acquisito al mio essere, e non alle mie orecchie, nuove sfumature inedite.

E’ strano come a volte ciò di cui ci nutriamo assuma sfumature nuove, inedite, che però sono sempre state lì pronte a parlarci, non appena noi fossimo stati pronti ad ascoltare. Ma c’è ancora poco Oriente nel nostro mondo chiuso e sfittico, e poi bisogna guadagnare i soldi necessari a pagare tutto e anche quelli che ci permettono di divertirci. Altrimenti la vita perde di senso, diventa solo fatica, per quanto la vita sia in fondo sacrificio, diceva una persona che parlava con un’amica su un treno notturno prima del Coronavirus qualche tempo fa e che non potei fare a meno di ascoltare. Vi faccio l’occhiolino. Vi hanno mentito bene.

 


 

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