Come ogni stronzo di mortale (per Sarah Kane)

Verso dicembre, durante una lezione presso quella che è stata fino a ieri la mia scuola di teatro, ho avuto una visione. Ho rivisto me venti anni fa. In un lampo, ho rivisto me che non dormivo la notte, rivolgermi a uno psichiatra che mi ha imbottito di farmaci ottenendo effetti sorprendenti sul mio stato di salute (facendolo peggiorare voglio dire) e ho visto anche i miei amici tirarsi indietro e lasciarmi solo, infastiditi da quella confusione sorda, impotente, marziale come una condanna a morte.

Ho rivisto i miei tentativi di suicidio, ovvero l’odio che la società e la sua scienza e la società nella forma dei miei amici avevano esercitato su di me entrarmi dentro come un veleno e agire indisturbati. Era odio interiorizzato quello che mi spinse verso gesti estremi. Lo sapevo, ora, perché l’esercizio fisico mi aveva portato abbastanza fuori di me per darmi una nuova luce su di me (se questa non la capite sono fatti vostri, sono decenni che gli appassionati di dottrine orientali ve lo spiegano). Peccato che poi la scuola non mi abbia dato altri spunti in questo senso. Certo, non ero lì per quello, ma.

E così per tutti questi mesi ho meditato. Ho meditato col corpo. Facendo la mia bella fatica di giorno (a scuola) e la sera (con un altro laboratorio che sto ancora frequentando). Sto facendo la mia bella fatica abbandonando la fotografia (troppo predatoria per sua essenza nei confronti dei soggetti che cattura) per dedicarmi alla pittura (che risveglia tutti i miei appetiti, e dico proprio tutti) anche se devo ancora capire cosa voglio dipingere. Pittura astratta, o pittura descrittiva? Ancora non lo so. Per questo mi sono procurato i diari di Pollock e Rothko, due pittori che amo molto. Per capirlo.

Per il resto il mondo ha viaggiato su un binario parallelo al mio. Mentre facevo la scuola di teatro ho continuato a cercare lavoro. Ho continuato a cercare persone. Ma non mi sono innamorato, ad esempio. E’ un po’ che non trovo persone interessanti. Diciamo che attorno a me il mare è piuttosto piatto, e quindi si fatica a navigare. O meglio, è come se io fossi sulla superficie e il resto della gente fosse sotto. Eppure non ho smesso di cercare. Ho ripreso ad ascoltare Mingus ad esempio. In diversi suoi dischi, sia in studio che dal vivo.


In particolare nel disco The Clown c’è quel brano recitato dove il Clown protagonista finisce col darsi fuoco per il proprio desiderio di far ridere il pubblico trovando la morte (è il doppio di Mingus stesso), e ci ho trovato le stesse immagini mentali che mi hanno invaso nel periodo di cui parlavo a inizio di questo scritto. Anch’io ho immaginato di darmi fuoco – metaforicamente – per sgravare i miei amici della mia presenza senza senso, secondo i loro criteri di normalità e follia. E’ per questo che ho deciso da tanto tempo di non prestarvi più orecchio.

“Il dottor questo e il dottor quello, e il dottor come sta che viene anche lui qui pensando di essere in diritto di prendermi per il culo” scriveva Sarah Kane in Psicosi delle 4 e 48. Anch’io ho conosciuto tanti specialisti che mi hanno sempre preso con le pinze. Non nel senso che mi hanno trattato bene, ma nel senso che si sentivano in colpa e in pericolo per i loro trattamenti e che quindi mi guardavano con sospetto: ci denuncerà? Beh tanto io mi sono parato il culo. “Come ogni stronzo di mortale” aggiungeva la Kane sempre in quel testo parlando di loro e del mondo che complice li conteneva. Lei alla fine ha ceduto. Io no.

Anche per questo sento un legame forte con l’arte: sia la musica che il teatro mi hanno sempre parlato di me, mi hanno sempre fatto da specchio, mi hanno sempre fornito chiavi di lettura per la mia esistenza (non per ‘la mia malattia’, che comunque non esiste nel senso che non è slegata dal contesto in cui sono vissuto: c’è chi mi ha fatto ammalare, la famiglia, e c’è chi mi ha fatto peggiorare, gli specialisti della salute mentale; poi sono andato a vivere all’estero per un po’ e mi sono ripreso, senza di loro, e senza neanche chiedergli il parere, trovando così una mia dimensione e centratura interiore che non ho più abbandonato).

Oggi del resto sento persone che come me hanno tentato di morire – una blogger che seguo da anni e che si occupa di femminismo ad esempio – che si debbono far dire dagli specialisti che per loro esistono solo i farmaci (esistono farmaci che ti rendono felice? No, esistono farmaci che ti rincoglioniscono togliendoti le forze per compiere gesti estremi) per curarli, perché la psicoterapia, il ragionare su di sé, è solo ‘imbellettamento’ (tu non hai un interiorità, hai solo processi chimici nel cervello). Ci sono psichiatri che se ingrassi per i farmaci perdendo quindi autostima ti dicono ‘lei non deve fare la modella’. Ci sono psicologi che ti dicono ‘io devo improvvisare perché non so neanche io come si fa a curare certa gente’, e sono i più onesti.

E allora? E allora tanto vale, come diceva Carmelo Bene, coltivare un teatro della crisi. Coltivare la crisi in sé. In sé nel senso di ‘per se stessa’, ma anche di ‘in se stessi’. Come dicevano infatti Deleuze e Guattari in Millepiani, se il nevrotico è etichettato come tale perché vorrebbe tornare a essere uno schiavo della società (a vivere secondo schemi di contenimento), lo psicotico è colui che, dopo essersi guastato, non vuole più tornare come prima (non vuole più vivere seguendo degli schemi prestabiliti).

Per questo mi sono sempre interessato all’arte. Perché nell’arte questo processo, e altri che non vi spiego in queste righe perché non mi interessa creare degli schemi per combattere degli schemi, è portato alle estreme conseguenze. Da Mingus che nella sua autobiografia inizia con “In altre parole io sono tre” (e perché solo tre, aggiungo io) a Coltrane che vuole essere una forza per il bene, e non solo l’esecutore perfetto di musica – imparate da lui, maestri di scuola – da Harvey Keitel che nel Cattivo Tenente piange amare lacrime perché si sente ‘un debole’ (ma è già qualcosa di più in quel momento) a Gian Maria Volonté che come Vanzetti dice ‘Mi sunt anarchic’.

L’anarchia dell’arte non è l’anarchia politica. Non è la fiducia nella ragione dell’Ottocento. L’arte attinge a sentimenti profondi. Non avete idea di cosa ho provato dietro le quinte dello spettacolo con cui andrò in scena a giugno ascoltando i miei compagni recitare, mentre io attendevo si facesse il mio turno. Era un turbinio di emozioni. Vere, non finte. L’arte è un dispositivo, non una finzione. Emozioni, dicevo, come quelle che ho provato leggendo quel passaggio de La Stanza di Giovanni di James Baldwin.

Quando il protagonista si diverte per le vie di Parigi con il suo amante italiano immigrato, a un certo punto incontra con lui un altro ragazzo e sente che l’amore potrebbe espandersi anche a quella persona. E’ questo sentimento di moltiplicazione dell’amore che lo porta a odiare il ragazzo che ama, non solo l’omofobia interiorizzata. Cosa succederebbe se amassimo tutti, ad esempio? Ecco. Diciamo: dipende. Se sei italiano, magari ricadi nel familismo amorale tipico delle culture sottoposte a un potere che risiede al di fuori del tuo territorio.

Ma magari se quell’amore è autentico, motivato da quel senso di felicità che ci hanno tentativamente distrutto quando eravamo bambini, a furia di botte di senso del dovere, allora no. Allora inizieremmo a provare quella compassione di cui parlano i tibetani. E noi non vogliamo che succeda, perché se succedesse ci renderemmo anche conto di quanto siamo tutti mutevoli, in trasformazione, privi di punti fissi. Ma di questo parlerò un’altra volta. Per il momento, penso proprio che la società e il mondo che mi circonda siano in debito con me di un bel po’ di felicità. E di tanti amori che non ho potuto vivere in tutti questi anni. Farò il possibile e anche l'impossibile per vivere una vita piena di significato.

 



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