Dancing Barefoot

E' una tranquilla domenica mattina di provincia, di quelle in cui, come ci ha insegnato David Lynch, i padri di famiglia si recano nei letti delle figlie per … oh, beh, lasciamo stare. Io sto ascoltando Coltrane mentre digito questo testo. Il suo mix di jazz e musica africana in Kulu Sé Mama, per la precisione. Il fatto è che ho un po’ di questioni in sospeso e voglio provare a dare loro forma. Innanzitutto ci sono cose che non mi vanno giù, e magari metterle su schermo – stavo per scrivere su carta – può aiutarmi a oggettivarle.

Allora. Più di tre anni fa mi reco con un ragazzo con cui facevo teatro all’Out Off per vedere dei documentari su Jan Fabre. Trovo tutto molto interessante: quegli spettacoli che durano tutta la notte, dove puoi anche metterti in un angolo a dormire se sei stanco, ma poi magari ti svegli mentre un performer sta addentando della carne cruda, ad esempio. Diciamo subito che Fabre pur non essendo un artista del calibro di Hermann Nitsch e del suo Das Orgien Mysterien Theater è comunque uno di quegli artisti che passano come ‘controversi’ nel nostro mondo.

Nitsch, a parole, voleva ricordarci quanto le radici dell’uomo fossero legate alla violenza, e per questo la evocava nei propri progetti in un modo che non piaceva a molti. Io ho sempre pensato che se evochi il male poi il male stesso prende spazio, ma fate un po’ voi. Comunque i suoi sacrifici animali, insomma, hanno lasciato più il tempo a polemiche come hanno testimoniato anche gli articoli pubblicati in occasione della sua recente dipartita. Per quanto riguarda Fabre, la cosa era più sottile, nel senso che io ho sentito la fisicità dei suoi attori come un modo per, ancora una volta, abbattere la quarta parete.

E allora diciamola tutta. Io credo che la quarta parete non esistesse nel teatro classico, da quello greco fino a quello barocco, perché c’era di mezzo la musica. La musica, qualsiasi musica, ti avvolge come in un grembo materno – lo diceva anche Lou Reed – e quindi non ti lascia distaccato e raziocinante. Ti molcisce con le emozioni. Invece il teatro sette e ottocentesco, razionale, no. Lì la quarta parete, quella che divide lo spettatore dal performer, c’è eccome. Tutta l’arte da Pirandello in poi è un enorme sforzo di fare musica a teatro senza la musica.

Ma basta che vi rechiate a un banale – mica tanto – spettacolo di marionette per bambini per rendervi conto di cosa significa ‘abbattere la quarta parete’. Lì però l’energia non ve la dà la musica, ma le persone. Noi non siamo più bambini: quel senso della felicità che avevamo e la capacità di ‘fare finta che’ sono perse per sempre. Scardinate a forza di senso del dovere e della realtà, che sono i due danni più grandi che gli adulti fanno ai bambini, vero Goya che divora i figli. Ma torniamo a Nitsch e a Fabre.

Allora, pochi anni fa scoppia la polemica: pare che Fabre abbia obbligato delle sue performers a fare video nude. Trovate tutti i dettagli in rete. Otto donne della sua compagnia lo hanno accusato di essere state poste di fronte a un aut aut: o performance intime da filmare o fotografare, o nessun assolo, poi, sul palcoscenico. Fabre si era scusato (insomma) da un lato parlando tramite un biglietto arrivato tramite l’avvocato in sede di processo di “anarchia dell’amore e della bellezza”, dall’altro dicendo alla stampa qualcosa della serie “mi accusano perché non sono mai stato comunista”. Insomma, la stessa difesa di Berlusconi per tutti i processi intentati contro l’imprenditore e politico italiano.

E dunque. Dunque, Fabre era un artista innovativo. Io avevo sempre pensato che essere innovativi, rinnovatori delle arti, in qualche modo ci avrebbe permesso di restare lontani da movimenti regressivi quali lotte di potere o tentativi di potere su altri esseri umani. Prendo atto del fatto che non è più così. So che molti lettori sorrideranno beffardi leggendo queste righe, soprattutto chi come me è nato e cresciuto in Italia, perché allora se non c’è una strada per arrivare alla ‘purezza’, e voi ne siete convinti, allora non vale la pena fare nessuno sforzo: evviva il conformismo. Lo scrivo perché vi conosco.

Ma tutte queste considerazioni non bastano. Ho altra carne da aggiungere al fuoco. Proprio due giorni fa ho brevemente discusso con una ragazza più giovane di me nella mia ex scuola di teatro, in cui io dicevo a lei che non credo nell’esistenza dei mostri, mentre lei mi ha ribadito che tutta l’umanità è mostruosa secondo il suo sentire. Avrei voluto dirle: allora non hai capito la lezione di Patti Smith (entrambi la ascoltiamo con piacere). Il fatto è che se tutti siamo mostri, nessuno è un mostro.

Come possiamo infatti dire che qualcuno o qualcosa è mostruoso se non a patto di avere un principio non-mostruoso dentro di noi? Mi seguite? So che preferite la versione della ragazza, perché vi sgrava dalle vostre responsabilità – lei non lo sa, lo capirà con l’età, ma è così. Quindi, detto che per spiegare i delitti di cronaca io direi che esistono persone capaci di commettere atti mostruosi ma non persone mostruose – la differenza è foucaultiana e non da poco – resta comunque il problema del male.

Io non voglio propagarne. Non voglio essere un suo strumento. Qual è la posizione umana che mi permette di gridarlo forte al resto del mondo? Molti buffi esperti diranno che quella posizione non esiste, che di volta in volta bisogna mediare, scendere a compromessi, che il bene assoluto non esiste come non esiste il male assoluto, che, che, che. Eppure io le ho viste a scuola delle performance venire male. E so anche perché. Se i miei colleghi non si sono accorti che quando le loro energie umane erano basse, anche quelle artistiche non erano al top, mi spiace ma non è colpa mia.

Perché da un certo punto di vista a dirglielo avrei fatto la figura del vecchio trombone, con quegli insegnanti che erano solo attenti a misurargli quante parole gli uscivano di bocca e a mantenerli in una via di mezzo al di là del quotidiano e al di qua del giudizio dove poi però riuscivano tutti solo a far ridere con moderazione. Come se altri registri fossero impossibili. Sospetto perché ansiogeni: in fondo se fai ridere ottieni subito l’approvazione – l’ho sentito anch’io questo – tramite una risata, mentre se reciti un ruolo drammatico non hai la possibilità di misurare la temperatura al pubblico in tempo reale.

E allora forse la risposta risiede nel cuore di chi recita, di chi suona, di chi scrive, di chi dipinge. Come riconoscerlo un Carmelo Bene, o un Eric Dolphy, o un Henry Miller, o un Jackson Pollock? Sicuramente bisogna avere un certo tipo di cuore. Un certo tipo di desiderio. Voler rendere la vita più vivibile significa necessariamente allargarla, rendere la visuale di chi ti ascolta, vede, legge più ampia. Io non credo che siamo tutti dei mostri. Credo che siamo tutti capaci di compiere il male. Il male che è come una salamoia che ci impregna. Bisogna mettersi lì al sole, e asciugarsi lentamente. Ci vuole tempo, e tanta buona luce e calore. Forse questa è la stagione giusta …

 



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