Cos’è il fascismo?
Perché mio padre sarebbe stato un ‘leccaculo’, e perché ho accettato di vivere sotto lo stesso tetto con un padre ‘leccaculo’ senza colpo ferire? Innanzitutto perché i casi della vita mi hanno riportato a casa a un certo punto. Con quei genitori che avevano paura del mio stato di salute e che erano disposti a fare di tutto per farmi stare zitto e addirittura modificare la mia coscienza (certo che si può, per anni mi son vergognato di aver letto Il Manifesto e Carta ogni giorno della settimana e di aver provato rabbia per i fatti del G8 di Genova, ché tanto quelli erano tutti ‘pseudoribelli annoiati’).
Con quei genitori che hanno fatto di tutto per farmi sentire inadeguato, per evitare che alzassi la testa ad esempio contro quei simpatici medici che mi avevano riempito di farmaci dagli altrettanto simpatici effetti collaterali. Quei genitori che avevano paura di quei simpatici medici, ma il cui rapporto non ho mai bene approfondito perché mi bastava sapere di doverli frequentare mentre mi chiedevano minacciosi se certe cose, su un giornale dedicato alla salute mentale, le avessi scritte veramente io (si sa che mi piace firmare pensieri altrui, lo dico ironicamente) e mi spacciavano altre meraviglie medicinali.
Come avrei potuto io, che stando a quel che mi aveva detto mio padre in persona avevo fallito tutti i miei tentativi di autonomia (sottotesto: “non giudicarmi tu, razza di fallito”) tentarne altri? Avrei aspettato la sua morte per infarto (pianta, ci mancherebbe, non sono mica il mostro della situazione, io) per andarmene a Londra infatti. Mancava la calamita attrattiva verso il basso in famiglia, e mia madre prima di morire del resto mi aveva riferito di aver partecipato a quelle sceneggiate solo per paura di essere trattata come me. Anche per lei ho lottato, per uscire da un certo stato di minorità e sudditanza in cui vive molta gente dalle mie parti, giurando a me stesso che non ci sarei mai più ricaduto.
Ne conosco tanta di gente così. Gente per cui la mia sola presenza è sempre stata un problema. A pelle. Ricordo ancora quattro servizievoli dell’ordine tutti inguantati nelle loro belle (…) uniformi, in un call center Telecom (ora Tim) vent’anni fa, uno dei primi posti di lavoro da me frequentati, che mi guardavano durante una pausa (avevo appena finito sei mesi di cocktail impostomi per gentile concessione dal mio primo psichiatra, uno che lavorava in SPDC a Monza ma che mi riceveva in casa sua, nel suo studio privato, in barba alla legge dell’epoca, fine anni Novanta, ed ero pronto a sfidare il mondo, quindi avevo … bisogno di soldi, ad esempio, e di confrontarmi col mondo) sputando frasi come “chissà quello che cosa ha in testa” mentre mi sfidavano con gli sguardi
Lo dicevano ad alta voce, infatti, volevano che li sentissi. Mai visti prima, mai più rivisti. Ma le energie girano. E le mie evidentemente dicevano: “Non sono qui per fare lo schiavo”. Me li ricordo ancora infatti, i miei primi colloqui di lavoro. Quando rifiutavo i test psicologici perché li trovavo “infantilizzanti e un insulto alla mia intelligenza”. Poi dalle agenzie per il lavoro alcune persone pazienti mi hanno spiegato che se rifiutavo di farmi giudicare non avrei mai trovato un lavoro, aiutandomi a capire la logica delle aziende: se contesti i loro strumenti di giudizio, per loro non sei altro che un elemento di disturbo, quindi da evitare, perché spacchi l’azienda anziché compattarla. Fico, eh?
E da dove mi veniva quell’aggressività così distruttiva? Sicuramente dal mio lato anarchico, ma anche da un lato che ci avrei messo decenni a comprendere. Io avevo in testa questa cosa, più o meno: “Voi non sapete cosa ho passato, anzi, non lo volete sapere, e per questo io vi giudico. Non solo. Se mi sono ripreso da quello che ho vissuto, se ora ho almeno l’aspetto esteriore di una persona normale e rispettabile, è perché io ho più forza di voi”. Roberto Saviano ha spiegato benissimo questi miei sentimenti quando parlava di sé e del primo periodo in cui ha vissuto sotto scorta: anche lui ha provato quella sensazione di rabbia e superiorità compensatoria. Per averne parlato io gli ho voluto bene, perché mi ha aiutato a capirmi bene. Solo per questo.
Eh sì, il senso della felicità. Quando ero in terapia, una notte, in quel periodo di solitudine in cui tutti sembravano schifarmi, e mi rimanevano solo lo stordimento, i mal di testa feroci, le vampate di rossore o gli sbiancamenti improvvisi, il cuore dal battito irregolare, ho sognato, una notte, di essere un bebé. Un bimbo in fasce cui la madre dedicava attenzioni e pulizia in un lavatoio pubblico. Mentre mi godevo la scena, in sottofondo sentivo una musica d’archi stupenda. Mai sentita prima (era “Power of The Gospel” di Ben Harper, avrei scoperto anni e anni dopo per puro caso). Ecco perché in questo blog avete letto spesso di sogni. Perché se il mondo ha lottato per possedermi e farmi marcire, dentro di me ho sempre trovato le energie per rinascere (di cosa credete che parlasse il sogno?).
Ma torniamo all’incapacità della gente di ascoltarsi dentro, di tenersi dentro stimoli e sensazioni che vengono percepite come critica al loro essere nel mondo. Ne conosco tanta, troppa di gente così. Quasi tutti i miei vecchi amici dell’oratorio erano così. Mio padre era così (infatti si erano presi a frequentare, mentre io ero a Milano a studiare, per affari di … politica. Un mio vecchio compagno d’oratorio infatti si è più volte candidato in partiti di una area politica diciamo a me non tanto affine, e mio padre lo aveva aiutato con le campagne, da uomo della comunicazione della politica). E questo è quello che io chiamo ‘fascismo inconsapevole’. Perché poi arriva l’uomo ‘nero’ di turno, dittatore o pseudo democratico, e ti dice che tu sei nel giusto, che sono gli immigrati, o i gay, il problema, che tu hai creato la Bauhaus (ah sì?) e quindi sei a posto.
Me lo ricordo un collega di mio padre con cui ho anche lavorato, da grafico, dirmi “E’ la nostra cultura la migliore, perché siamo noi quelli tolleranti”. Alla faccia della tolleranza. Un suo amico era un poliziotto che si era fatto fare un poster con una foto presa da un giornale in cui compariva in divisa col piede sopra un ‘giottino’. Se la rideva, vedendo l’ingrandimento uscire dalla rotativa. Ecco, questo è il fascismo. E ve lo dico: vent’anni fa era la normalità della gente che mi aveva dato la vita, che mi aveva nutrito, vestito, dato idee, mandato a scuola, imbottito di medicine. Vi stupisce che abbia messo decenni a uscirne e a trovare una mia dimensione? Vi stupisce che abbia sofferto dapprima inconsapevolmente?
Ha quindi un senso fare un riassunto, ma soprattutto lasciare girare energie e vissuti, anche tramite la rete, per far sì che qualcuno di voi che magari ha subito situazioni simili alla mia possa sentirsi dire da me, tramite queste righe: “Ce la puoi fare”. Più avanti vi parlerò di psicologia e religioni orientali, delle cose con cui mi sono confrontato, anche dal punto di vista artistico, per salvarmi la testa e il cuore. Esatto, il cuore. Guardate qualche film di Fassbinder se volete capire di cosa sto parlando. Perché è tutto come in quel film di Garrel (un altro regista che amo), dove il protagonista dice all’amico “Siamo l’ultima generazione – loro, Sessantottini – a parlare d’amore”.
Oggi tutti amiamo con quella stessa parte del cervello con cui abbiamo memorizzato il pin del bancomat o della Visa. E invece sarebbe il caso di usare altre parti di noi. Parti compresse perché il Potere non vuole che le usiamo. Il famoso Grande Capo, quello del film di Lars Von Trier, che è dentro ognuno di noi. Ma che esiste. Io ne ho le prove. Come Pasolini. E con questo post, e quello precedente, ho inziato a mostrarvele. Ma questo blog non è il sostituto di un processo che non si farà perché io sono già andato oltre, e perché la gente deve smetterla di non vergognarsi nemmeno quando viene condannata.
Anni fa lessi un libro “A Colpi di Machete”. Parlava della guerra etnica in Rwanda. Gli hutu, una volta arrestati, a fine della guerra, intervistati dal giornalista autore del libro, Jean Hatzfeld, dicevano al microfono del giornalista che avevano sbagliato, certo, che avrebbero pagato e poi si sarebbero coltivati un pezzo di terra. Nessun dramma. Il nulla, dentro. Erano corpi che avevano svolto una funzione, uccidere la minoranza tutsi, dopo essere stati drogati dalla radio a furia di ‘i tutsi sono solo ratti, topi di fogna’, ma poi il nulla. Avevano sbagliato, certo, e dovevano pagare, si sa come vanno queste cose. Ma drammi, gente finita suicida, sensi di colpa, nemmeno l’ombra.
Ma un farmaco non può cambiare quello che c’è nella tua testa. Una relazione sì. Quella può essere terapeutica. Ma qui, torniamo a Kim Ki-duk, che nel film citato all’inizio di questo blog ci mostra un maestro zen alle prese con un bizzoso ragazzino, poi uomo (almeno tentativamente uomo). Il quale poi, pagato il suo debito con la società – ma non solo, perché quella è una forma di risarcimento simbolico e noi non siamo fatti solo di simboli e rituali – e appresa la lezione del maestro, diventa maestro – e padre – a sua volta. E così, se siete attenti e guarderete quel film, sperimenterete uno dei numerosi modi con cui si esce dal fascismo. Per conoscerne altri, continuate a leggermi.





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