La vecchia signora è tornata (per restare)
Scrivevo le recensioni su pezzi di carta come Genet faceva coi suoi libri in carcere, e poi andavo in biblioteca a trascriverle e inviarle in redazione via email. Questo era il mood. Ed ecco che una sera vado a vedere, i biglietti li avevo gratis dato che ero un recensore, uno spettacolo di una compagnia di Milano di nome Animanera. Lo spettacolo si intitolava Piombo, ed era sul terrorismo e gli anni Settanta. L’avevo scelto io, perché mi piaceva l’argomento. Entro in platea e mi siedo. Si apre il sipario. C’è una donna nuda su un letto, bloccata, lo avremmo scoperto di lì a breve, dagli sguardi del pubblico. Quindi anche dai miei. Assieme a lei c’è il compagno, un terrorista. Entrambi faranno un percorso durante lo spettacolo, un percorso non di consapevolezza ma di avvicinamento alla morte. Animanera non è mai stata buonista, per usare un termine che oggi va di moda purtroppo.
Le cose che mi hanno colpito di più di quello spettacolo sono state l’incipit – una signora a un certo punto ha riso istericamente quando si è resa conto di essere lei la causa dell’immobilità dei due protagonisti, e questo è un bel modo di rompere la distanza tra pubblico e attori – e quel momento, tra il comico e il tragico – come è sempre il vero teatro, secondo Carmelo Bene – in cui lei chiede a lui di amarla, come a dirgli ‘reagisci’, e glielo chiede con tutto quello che ha, il corpo; lui risponde positivamente. Su musiche dei Pink Floyd. Io non ci potevo credere che lui – il personaggio, badate bene – fosse così coglione. Eppure. La fine tragica potete anche immaginarla: loro si sposano e vengono fucilati.
Ho parlato a molta gente di questo spettacolo, e ho avuto feedback positivi sulla compagnia dagli addetti ai lavori con cui mi intrattenevo tra uno spettacolo di cui scrivevo e l’altro. Purtroppo non ho più in rete la recensione, perché la webzine in questione ora si occupa per la parte attoriale solo di serie TV e non più di teatro, ma ricordo che avevo parlato di John Lennon citando non so più quale canzone, forse Working Class Hero, e di quanto fosse difficile crescere in un mondo che ti infantilizza, e che questa idea per me era il vero messaggio, perdonatemi, del testo rappresentato. Con tutto che poi la parte più interessante era la messa in scena, ciò di cui vi ho già parlato.
Non mi bastava perché gli insegnanti mi sembravano antichi assai, pur essendo stati gli unici su Milano a rispondermi positivamente quando avevo chiesto lumi su una possibile iscrizione, ma puntavano tutto sul trasformarci in macchine attoriali piuttosto che insegnarci a recitare – per farvi capire, abbiamo lavorato un quarto d’ora sulle emozioni nascoste o da nascondere in scena in tutto l’anno – e anche gli altri studenti, a parte la giovane età che oggi quando sei artista è un handicap mi pare di capire, perché vivi in un mondo che si sta autodistruggendo e pertanto rischi di proteggerti e basta, con rare eccezioni non mi sembrava avessero idea di cosa volessero fare.
Del resto essere in diciassette in una classe e mediare le proprie visioni personali non è semplicissimo. Per non parlare poi dei rapporti sul piano umano, con strascichi anche, in alcuni casi, nelle performances settimanali – per il venerdì avevamo del tempo durante i giorni precedenti per mettere in scena, a gruppi, un tema. E, non bastandomi quella situazione, ho voluto mettermi in gioco: ho iniziato dunque a cercare qualche workshop serale prima di sfilarmene senza dare il classico saggio di fine anno.
Ora, guarda caso proprio Animanera pubblicizzava in rete un workshop che sarebbe culminato nella messa in scena di La Visita della Vecchia Signora di Friederich Durenmatt, un testo meraviglioso che parla di vittime che diventano carnefici, e carnefici che diventano vittime, di cui io avevo visto una libera ma stupenda interpretazione cinematografica grazie al regista senegalese Djibril Djop Mambéty. Era quindi il momento di agire. Telefono a una dei due registi, e un giovedì sera ci si vede, a leggere parti di copione e commentarli con gli altri partecipanti. E così ritrovo Aldo e Natascia, i due registi del laboratorio, gli attori di Piombo, a tenere in piedi questa occasione speciale.
A me viene assegnato il ruolo del prete, il rappresentante del potere spirituale (“di sto c… “ arguisce qualcuno durante le prove, ed è vero), che però pur essendo un cretino furbo come tutti i poveri del mondo (ma anche come tutti i ricchi del mondo, mutatis mutandis) ha questo momento in cui lacera di sua spontanea volontà il tessuto di ipocrisia e finzione in un grido che non sarà comunque liberatorio, perché non possiamo dirci liberi nelle nostre vite, ma che grido resta. A dirvi il vero, quando ci è stato chiesto chi avremmo voluto portare in scena, io avevo segnalato o il protagonista – chi non vuole essere tale? – o il personaggio del preside, un’altra scalcagnata autorità, per una questione di empatia – come non voler bene a un letterato beone? – ma la scelta che è stata fatta per me alla fine si è rivelata la più adatta.
Non è infatti sintomo della bravura di una coppia di registi quella di saper scegliere per quale ruolo è tagliato un attore? Non posso quindi non dirmi soddisfatto. Pertanto, lo scorso weekend, siamo andati in scena, col caldo, col trucco, coi vestiti pesanti. Le cose che secondo me hanno funzionato di più sono state la frantumazione dei due protagonisti, maschile e femminile, in tre differenti attori, cosa che non poteva non farmi pensare a Lynch, e il senso di grottesco e tragico insieme che emergeva dalla performance. Un giorno per ognuno di noi verrà una vecchia signora, a meno che non saremo noi la vecchia signora in persona, a riscuotere il suo debito con noi, o viceversa.
C’è chi saprà fare soldi e diventerà un predatore – ricordate El Carcarà, la canzone di Maria Bethania? – e c’è chi diventerà la vittima di un predatore di tal fatta, o molto più probabilmente un suo coadiutore – per predare bisogna avere l’animo elevato, comunque, non è una cosa da tutti – ma è difficile sfuggire al ciclo di nascita e di morte, di vendetta e onta da lavare, che è la carne di cui è fatta la nostra vita. Anche per questo motivo, per aver messo in scena un testo tanto attuale, e che si connette profondamente con le mie emozioni e le mie sensazioni, i miei vissuti e la mia biografia, non ho potuto non amare e non essere contento di aver portato in scena questo lavoro. Solo che ora, l’asticella si è alzata e di parecchio.
Giusto il tempo di riprendermi e inizierò a guardarmi attorno per cercare di capire quali saranno i miei prossimi passi artistici. Chiudo ringraziando Laura Maffei, amica dei registi di Animanera, per le fotografie che corredano questo post e che riprendono me nel mio caratteristico, si fa per dire, abito da curato di campagna. Non posso dire di essermi solo divertito. Dietro le scene, mentre ascoltavo i miei compagni recitare, mi sono emozionato, ho trattenuto qualche lacrima, ho vissuto in quello che Testori chiamava il ventre del teatro. So che non sarà l’ultima volta.



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