Sul Sadismo
Iniziai quindi anche a leggere cose su di lui. Tenete presente che negli anni Novanta non c’era Internet, non c’era Google. Dovevi fidarti di quello che trovavi per caso su questo o quel giornale. Ma mi colpì molto, a proposito della sua attività registica (sempre a scuola vedemmo Uccellacci e Uccellini e La Ricotta da Ro.Go.Pa.G.), sapere che a un certo punto aveva realizzato una trilogia di film dedicati alla sessualità solo per abiurarla subito dopo e realizzare un’opera, prima di venire trucidato, dedicata alla morte, ovvero Salò o le 120 Giornate di Sodoma. Rimase tutto lì nel cassetto delle nozioni fino a quando non lo vidi il film, a casa di un mio amico che mi aveva anche regalato una edizione economica ma completa dei Vangeli Apocrifi, di cui vi parlerò più avanti, e avido lettore del marchese De Sade tra le altre cose.
Una cosa che mi disse questo mio amico, per introdurmi al “Divin Marchese”, fu quella nozione teologica secondo la quale la bestemmia è la forma più alta di preghiera. Perdonatemi se non ricordo quale teologo mi fu citato, ma la mia esperienza è piena di cultura, per fortuna o purtroppo, e non posso ricordarmi tutto. Eppure ricordo perfettamente quel dettaglio, perché, da ateo qual ero diventato da poco all’epoca, mi sembrava tuttavia una notazione non da poco, diciamo dal senso logico inoppugnabile. Sempre con quel mio amico vidi anche una puntata televisiva del Maurizio Costanzo Show con ospite Carmelo Bene, il quale in una intervista aveva appunto definito Salò di Pasolini unica opera cinematografica degna.
Quell’opera, infatti, seppur didascalica e “con tutto il dannunzianesimo inconfessabile di Pasolini”, era una visione lucida del lavoro del marchese De Sade, seppure ambientato non nella Francia dell’Ottocento ma nell’Italia repubblichina degli anni Quaranta del secolo scorso, dove i fascisti avevano catturato giovani partigiani per torturarli e trarre da essi il loro piacere, il loro, diciamola tutta, senso. Pasolini infatti voleva mostrare tramite il cinema, tramite l’arte, che cosa è la violenza, e in particolare quali forme di violenza si erano appropriate del nostro mondo, del nostro Paese, per un determinato periodo storico.
Ora, iniziamo con lo sviscerare quali temi ‘sensibili’ emergono dall’opera pasoliniana, con particolare attenzione a Salò e al libro Petrolio ma non solo. Vedrete che non vi annoierete, anzi, ve lo prometto. Il primo tema che emerge dall’opera del poeta è senz’altro quello dei rapporti a pagamento o della sessualità ‘fine a sé stessa’. Pasolini conosce benissimo il mondo del cruising, lo descrive senza problemi nei suoi primi romanzi. Io la chiave per comprendere questo fenomeno l’ho trovata innanzitutto in uno scritto del poeta americano John Giorno, il quale definisce i rapporti tra sconosciuti (a pagamento o meno poco importa, diciamo per darvi un po’ di contesto che Giorno si riferisce ai rapporti sessuali che si svolgevano nei bagni della metropolitana newyorkese negli anni Settanta) come rapporti ‘zen’, rapporti dove si può vivere il ‘qui e ora’ tramite il sesso.
Stessa impressione l’ho avuta tramite alcune amiche che hanno per un certo periodo praticato il sex work. Una costante nelle loro narrazioni era il rapporto con clienti che si innamoravano di loro. A volte questi clienti diventavano possessivi, a volte c’era nell’aria un odore di libertà indicibile, perché l’amore non era vincolante come per i rapporti socialmente accettati, per quel ‘romanticismo’ che è la norma soprattutto per gli eterosessuali, quando la persona in questione viveva il proprio amore per la sex worker senza volerla possedere in esclusiva. Qualcuno mi accuserà di fare a mia volta del romanticismo su quella che è solo exploitation, altri, magari molti gay, mi diranno di farmi gli affari miei (credo, dato che parte della comunità omosessuale, per lo meno quella che, ahem, va in televisione, cerca di assimilarsi nei cosiddetti rapporti vanilla eteronormati). Io per contro non posso fare a meno di far funzionare il mio cervello nella maniera più anarchica possibile, ed eccone qui i risultati. Se non vi piacciono, nessuno vi obbliga a leggermi.
Per quanto riguarda invece i rapporti coi minori, tema spinoso sin dai tempi della Nambla e dell’appoggio dato ad essa da Allen Ginsberg, posso solo dire che innamorarsi di o desiderare un diciassettenne non è esattamente la stessa cosa che provare attrazione nei confronti di un dodicenne. Fin qui anche la psicologia è ben chiara, ed è dalla parte di Pier Paolo. Certo, c’è il problema di una scienza che solo dal 1990 riconosce l’omosessualità come sana e non patologica, ma non sarà mica colpa di Pasolini se la scienza è stata al servizio di pregiudizi sociali e di un potere che si voleva immutabile, scolpito nella roccia, per citare un ben noto funzionario cinematografico di polizia.
Comunque, se ci misi un decennio per mettere le mani su una copia di Salò in Vhs da quando conobbi Pasolini, ci misi molto di meno a conoscere persone sadiche e a inziare a interrogarmi, per esorcizzare l’angoscia che mi trasmisero, su cosa fosse quel sadismo entrato prima nei miei interessi artistici e solo poi nella mia vita. Senza indulgere troppo nel descrivere che rapporto ebbi coi miei sadici di turno, diciamo solo che li subii molto per come la società si relazionò con noi, ma senza farmi corrompere a livello del cuore; posso dunque dire che fui fortunato. Fui fortunato a avere quel corredo artistico, letterario, cinematogafico e infine clinico, dato che il primo libro di psicanalisi che lessi per intero fu appunto L’Offerta al Dio Oscuro dello psicoanalista lacaniano Francesco Stoppa.
Fortunato perché le vedo oggi le persone che imparano cosa è il narcisismo e le sue insidie sulla propria pelle che si vanno a spulciare qualche video di psicologi su youtube, e se da un lato è meglio così piuttosto che niente, senz’altro posso dire che entrare in contatto con i libri del Marchese, o con il film di Pasolini, e poi, parallelamente alle ferite da rimarginare, ma solo poi, leggersi delle spiegazioni in ‘politichese’, implica avere dentro un materiale emotivo, simbolico e immaginario di una ricchezza incredibile, che va molto al di là di un banale ma certo importante “come le smonto certe persone quando le incontro?”, verso una visione del mondo dove siamo tutti contemporaneamente vittime e carnefici almeno in potenza e dove però esistono anche energie di altro tipo, come una specie di terzo occhio, che Pier Paolo e persino Sade (altrimenti avrebbe fatto altro che lo scrittore nella vita) avevano.
Ma torniamo alla psicologia. Dunque, perché il sadico? Innanzitutto quel tipo di persona è una persona fortemente angosciata, per motivi che esula dalla mia ricerca analizzare, dalla propria mortalità. Ad esempio una persona con quel ‘profilo’ da me conosciuta tempo fa (era il meno pericoloso del gruppo di persone in cui era inserito, diciamo che era per loro un ‘utile idiota’, ma mi aveva colpito per i dettagli che seguono) aveva preso botte dal padre, fino a restituirle a un certo momento, stando almeno a quanto mi aveva raccontato una sera di un breve periodo in cui mi ero trasferito a vivere da lui, per lasciarlo poco dopo allo scopo di non farmi divorare. Quindi, abbiamo da un lato una persona fortemente angosciata dalla morte, magari a causa di un trauma come un padre violento (uno dei tanti traumi che possiamo incontrare nelle nostre vite). Ora, cosa fa il sadico per liberarsi dall’angoscia?
Ora, per concludere, vi devo dire qual è l’errore che dovete evitare (su due). Non dovete mai, mai e poi mai pensare alla vittima del sadico come a un masochista. Non è così nelle opere di Sade, dove le vittime come Justine sono solo delle scappate di casa, o di orfanotrofio (e quello appunto era il mio caso, metaforicamente parlando), che cadono nelle grinfie del sadico di turno, il quale serra le porte e informa la servitù che ‘la pappa sarà cotta’ a breve, con un piccolo aiuto appunto – scusate, mi è venuta in mente quella melodia dei Beatles. Infatti raramente vittima e carnefice formano una coppia senza la presenza di figure intermedie che fanno da collante: aiutanti, servi, pari del sadico, una intera (micro)società.
No, la vittima del sadico è tutto tranne che un masochista. Il masochista, lo spiega benissimo Gilles Deleuze in un saggio dedicato alle figure del Marchese e a Leopold Von Sacher-Masoch, non è un mollaccione che gode nel soffrire, bensì un tipo piuttosto ‘freddo’. Infatti il saggio in oggetto si intitola proprio Il Freddo e il Crudele. Se il sadico è il crudele, il masochista è quello privo di temperatura emotiva. Il suo scopo è quello di irridere la legge, il Potere, la lingua, eccetera, come fa ad esempio Kafka tramite la sua opera letteraria. Ma come faceva anche Carmelo Bene nella sua vita privata, almeno da quello che ho potuto leggere in una intervista recente, diciamo dello scorso anno, con una delle sue compagne e collaboratrici storiche. Invece il sadico ha paura del Padre, e cerca in qualche modo non di irriderlo per sminuirlo, ma di farselo amico.
Il masochista, dicevamo, ha un rapporto particolare con la propria donna. Le fa firmare un contratto, o più contratti, in cui le chiede cose non del tutto impossibili da realizzare ma di difficile comprensione. Il risultato è che donna del masochista si trova a fare da equilibrista, a camminare su una corda sottile sempre sul punto di spezzarsi. Guardate Nostra Signora dei Turchi, in particolare il segmento in cui Bene, che nel film interpreta un martire per la fede resuscitato non si sa bene come dalla cappella della Chiesa di Otranto, chiede a Lydia Mancinelli ovvero Santa Margherita, sua amante, di interpretare la parte di “lei (una delle ex donne di lui) che si è pentita”. Capite benissimo che è un altro tipo di gioco.
Era quello che (non) aveva capito una mia compagna dell’epoca, quella in cui facevo lo scappato di casa, o meglio di orfanotrofio (ve la spiego un’altra volta), e mi infilavo nella casa del tizio cui vi ho accennato. Lei un giorno, in cui stavamo parlando al telefono, mi disse: “Non so spiegartelo bene, ma sento che ti vuole bene”. Certo, i carnefici amano le loro vittime. Perché senza di loro non potrebbero scoprire qual è il loro livello di sopportazione del Male (del dolore e della morte) e non potrebbero sacrificare a quel dio oscuro che è stato il loro carnefice l’ennesima vittima. Diciamocelo: hanno anche una idea abbastanza da cartone animato di cosa sono il dolore e la morte, oltre che l’amore e la vita, molto carente sul piano metaforico.
Ed è qui che entrate in gioco voi: non dovete rinchiudervi nel loro mondo. Quando infatti si entra in contatto con un altro individuo, anche non sadico, un po’ della sua visione del mondo entra in voi e viceversa. Dovete essere critici verso questa cosa, verso l’idea di realtà che ha il sadico, dentro di voi. Non dovete cedere non tanto al dolore, ma all’idea del dolore che il sadico porta con sé. Questo non significa non essere empatici. Significa, molto più banalmente, non diventare personaggi di un fumetto. Se eviterete questo ricatto, questa rinuncia alla vostra essenza – e che cosa sarà mai questa essenza? Vi svelo un segreto: non è nel vostro passato, non è nel vostro presente – non solo vi salverete la testa, ma vi divertirete, se possibile, senza annoiarvi.





Commenti
Posta un commento