La Borghesia sta uccidendo il teatro

 

Tempo non beffa amore, benché il lieve

fiore di carne la sua falce mieta:

non muta amore dentro un lasso breve,

ma alle soglie del sempre ha la sua meta.

Se di gran lunga errai d’error provato,

non scrissi mai – nessuno ha mai amato.

 

(Shakespeare, Sonetti, CXVI)

 

Ho conosciuto Charlotte Rampling la prima volta in un film ‘minore’, quell’”Immortal ad Vitam” diretto dal fumettista francese Enki Bilal che racconta di un futuro distopico segnato da divinità che giocano con gli umani come si fa con pedine degli scacchi; i quali dèi egizi, a vederli con gli occhi di oggi, rappresenterebbero benissimo gli infantili padrini di multinazionali pieni di soldi al punto da poter trattare come pedine anche degli uomini politici pure senza scrupoli. Ma non è questo il tema del post.

Diciamo che poi il mio amore per Rampling si è dipanato grazie a una o meglio più visioni de “Il Portiere di Notte” di Liliana Cavani, che è un film eccezionale soprattutto per come racconta quanto l’amore sia più forte delle ideologie, delle divisioni, dell’odio, degli interessi. E’ anche uno spaccato del mondo in cui abbiamo vissuto dagli anni Cinquanta in poi. Ma Charlotte Rampling oltre al sadomasochismo aveva un’arma in più: quegli occhi che non rimandano alcuna luce perché troppo luminosi, in cui specchiarsi e ritrovare sé stessi non ostante non se ne abbia voglia, per lo più.

E così non ho potuto fare a meno, ieri sera, di recarmi in un blasonatissimo teatro milanese per vederla recitare accompagnata dalla violoncellista Sonia Wieder-Atherton, la quale ha uno stile sporco e virtuoso assieme quando si tratta, almeno, delle note di Bach. Le due artiste si erano già conosciute qualche anno fa per aver concepito e portato sulle scene uno spettacolo che univa le poesie di Sylvia Plath alle musiche di Benjamin Britten, spettacolo che colpevolmente mi sono perso, ammesso sia mai stato portato dalle nostre parti.

In fondo si sa, Shakespeare è il Bardo, il fatto che si vociferi fosse omosessuale o mai esistito in fondo solletica i palati fini dei borghesi, non certo come una Sylvia suicida Plath qualsiasi (anche se esite un florido mercato anche per lei, i borghesi sono come i coccodrilli: mangiano di tutto). E ora prima di parlare dello spettacolo, vorrei parlare della sua cornice. Una cornice che in qualche modo, pur senza rovinare due artiste fondamentalmente oneste, ha comunque contribuito, almeno per quanto ho visto, a disinnescarlo.

Innanzitutto arrivo molto presto, prendo il mio biglietto e vado a mangiarmi una focaccina ripiena giusto per saziare a poco prezzo i morsi della fame serale. E fin qui, nulla di strano. Se non che a una certa inizio, complice il caldo, ad aver sete, e allora ricordo che dal teatro mi è arrivato un SMS che parla di un fantomatico Bar dei Bagni Misteriosi e allora penso che potrei umettarmi l’ugola, anche se a prezzi … milanesi. E dunque entro in teatro. E qui odo quella voce. Quella di Renzi, voglio dire, che sta imbonendo il suo pubblico.

Per carità, si sa che i teatri vengono anche affittati per eventi pubblici, e si sa che la padrona di casa è da sempre amica dei socialisti – quell’incontro era un dialogo tra Martelli e Renzi in occasione dell’uscita di un libro del primo, ma io quella voce, ecco, non la volevo sentire in un luogo dove si fa cultura. Perché per me questi politici sono l’opposto della cultura. Ora, capiamoci bene. Per me cultura significa l’opposto di quello che significava Carmelo Bene, il quale affermava che cultura deriva da ‘colon’, da ‘colonizzazione’ dunque.

No, per me cultura vuol dire gli occhi di Rampling, quello specchio di cui parlavo. Tu te ne stai tranquillo, in mezzo a centinaia di persone ben vestite, che non hanno bisogno nemmeno di essere belle perché hanno i soldi, quindi l’apoteosi della mezza via, ed ecco che improvvisamente una persona ti indica quello che sei. E di solito ti ritrovi contemporaneamente a essere qualcosa di più e di meno di quello che credevi. Ma torniamo alla descrizione della serata.

Sopravvissuto alla voce dell’imbonitore, mi trovo su un finto prato che è praticamente una moquette, e infatti per accedervi devo mettere sopra le scarpe dei sacchetti azzurri, per non sporcarla, vicino a una piscina, con tanti tavolini. Prendo il mio analcolico (ve l’ho detto che non posso bere alcool?), mi siedo e inizio a masticare dei pop corn gentile dono della cassiera. Di fianco a me si siede una donna, cui poi si aggiunge un’amica. Le due iniziano a parlare della psicoanalisi della prima, e la seconda aggiunge che lei di certa gente non si fida.

Infatti gli psicoanalisti di solito ti disseppelliscono traumi o cose nascoste, ti lasciano lì e poi se non reggi al massimo ti mandano dallo psichiatra per le goccine. Che meriti avrebbero dunque? Non potrei essere più d’accordo, avrei aggiunto, se le due fossero state mie amiche, che la psicoanalisi è figlia della religione cristiana. Devi soffrire per purificarti, rivivere i traumi, prendere coscienza. Ma le due donne non sono mie amiche, quindi le lascio lì e inizio a recarmi nella sala dove tra un quarto d’ora si terrà lo spettacolo.

La sala è strapiena. I milanesi bene hanno buon gusto, alla fine, anche se. Anche se quelli di fronte a me si lamentano del fatto che non avranno mai una pensione decente – sul serio? Con quei vestiti? – e una di loro addirittura si lamenta del fatto che il marito, guarda caso psichiatra – sono circondato, nevvero? – e che lavora da decenni nel servizio pubblico, è stato anche aggredito da un paziente una volta – al che penso: i ‘matti’ possono essere aggressivi come le persone normali, ma bisognerebbe capire perché quel ‘matto’ è diventato aggressivo. Era compito dello psichiatra capire se aveva fatto qualcosa di male a quella persona, magari un TSO, o altro, non so.

Comunque questo è il clima. Tra promesse di ritrovarsi per future cene, e battute sulla cultura che ci fa ritrovare, noi indaffaratissimi milanesi. Mi fa simpatia un signore dalla folta chioma bianca che a fianco a una giovane fanciulla le magnifica di Giovanni Testori, mio amore di gioventù, e di uno spettacolo che si terrà più in là dedicato al ciclo dei I Segreti di Milano, dove Testori racconta di una Milano degli anni a ridosso del boom economico ma entrandole appunto dentro, tra personaggi più reali del vero, che spesso, come cantava un altro Giovanni, sembra stupido.

Ed ecco il buio. Il ventre del teatro, testorianamente. Dal buio emerge prima la figura di Wieder-Atherton che entra col suo violoncello e inizia a suonare con vigore, per poi dedicarsi a sottolineare le parole di Rampling, tra cui, verso la fine, quelle che ho posto in esergo a questo scritto. Ci tengo a sottolineare che io gli inglesi non sempre li capisco quando parlano o recitano, dipende dall’accento, a maggior ragione quando leggono versi scritti nel 1600, in una lingua quindi desueta. Non mi aiutano i sovratitoli, scritti in corsivo e grigi su bianco (… ma davvero?!).

Decido quindi di lasciarmi andare alla musica dei versi, cogliendo quello che posso come significato, memore di un esercizio fatto alla scuola di teatro dove il nostro maestro ci leggeva versi in una lingua straniera e noi dovevamo interpretarli col corpo. “Li avete capiti benissimo” ci disse. Quindi dato che la comprensione non passa per la nostra parte razionale, ho deciso ieri sera di farne a meno. Rampling recita senza cali di tono, e in più con quei capelli corti che mi ricordano le scene del film della Cavani in cui lei vive in un campo di concentramento, Wieder-Atherton come ho già detto suona sporca ma non imprecisa. Certo, se a accompagnare Rampling ci fosse stata una Joelle Léandre a caso … ma anche la musica classica si interseca con le parole perfettamente, sottolineandone alcune e evidenziandone altre, lasciando loro spazio o dando loro vigore.

Alla fine della performance ho pensato, appunto, a un concerto onesto. Di una onestà disarmante. E quasi impossibile dato il contesto. Si badi bene, non è che io non sopporti la borghesia, è che io ho presente quel bellissimo testo di Jean Genet dove lo scrittore diceva che i teatri sarebbero dovuti essere costruiti vicino ai cimiteri, in modo tale che le persone potessero prendere atto della fine imminente, della ‘livella’ per dirla con Totò, prima di recarsi allo spettacolo, e lì servirsi del teatro come di uno strumento di agnizione. Tutto questo com’è possibile tra un ‘eh signora mia la pensione’ e un ‘bene andiamo a mangiarci una pizza adesso che lo spettacolo è finito?’.

Poi sicuramente anche le persone vicine a me, o lontane da me, avranno avuto quel momento di grazia, come dicevano i protestanti, che è come quando la macchina da cucire ti fora. Ma non credo che quel momento abbia la forza di cambiarti come può cambiare una persona come me, che sono sostanzialmente un apolide nell’anima senza nulla da perdere perché ha rinnegato il mondo in cui viveva, perché troppo … piccolo. Non credo che le vite di quelle persone possano essere trasformate dall’arte cui assistono. Ci sono troppo lacci e lacciuoli sociali da dover districare. Al massimo qualcuno si concederà il lusso di una nevrosi.

Dico questo perché, sebbene io mi stia ancora formando come attore, non so ancora quale potrebbe essere la cornice ideale dei miei futuri spettacoli. Ovviamente prima di arrivare a dei monologhi e decidere addirittura la location ce ne corre, e forse non ci arriverò mai, ma non è questo il punto. Ognuno di noi ha diritto a giocare nella propria mente, a sognare, a progettare. E non so se quello di ieri sera potrà mai essere il mio pubblico. Alla fine, però, se ripenso a “Topi”, uno spettacolo sul G8 di Genova visto un mesetto fa, e molto interessante, con le persone che tra il pubblico piangevano ricordando cosa avevano vissuto, beh, ecco, nemmeno quella per me è una situazione interessante.

Io non concepisco l’arte come un dispositivo di psicoterapia di gruppo, infatti. Sfrondando, dunque, a destra come a sinistra, mi rimane un ‘centro’ (?) oscuro, come la selva di Dante. Chi saranno i miei fruitori? Forse persone che l’hanno fatta finita con l’etica e con l’estetica, sebbene siano state persone etiche e estetiche in passato, come diceva sempre Carmelo Bene a proposito di quello che secondo lui doveva essere lo spettatore ideale del cinema. E su queste riflessioni, senza ancora sapere per certo cosa sarà di me, vi lascio alle vostre, riflessioni … 

 

 


Commenti

Post popolari in questo blog

Il fuoco inconsapevole

I demoni interiori non esistono

Tutti Contro Tutti