La voce degli spiriti (da Federico Fellini a Umberto Galimberti)

Ho passato le ferie di Ferragosto in completa solitudine, se si eccettua un vicino di casa che si è offerto di riempirmi un paio di vasi di piante grasse (non ne ho sugli ampi balconi infatti, sono vuoti al momento in cui scrivo). Il fatto è che mi sposto solo per eventi culturali degni, e di interessante in questo periodo non ho trovato nulla. La mattina dunque ho ascoltato musica. Il pomeriggio ho riposato. La sera, per tre sere, ho recuperato tre vecchi film di Federico Fellini. Era da un po’ che volevo vederli, e complice le giornate vuote mi sono detto ‘perché non occupare la sera con questi manufatti artistici?’.

Il primo film che ho visto, sabato sera, è stato Giulietta degli Spiriti. E’ il primo film a colori del regista e si vede che l’uso del colore lo ha portato a quel barocchismo che poi si vedrà anche in molti suoi epigoni, Kusturica su tutti. Ma c’è anche una caratteristica, in tutti i film a colori di Fellini, che non so spiegare. Non è un essere caricaturale. E’ che l’accumulo di figure, colori, particolari, crea una strana forma di ‘straniamento’ simile a quella brechtiana. Nei libri su Fellini che ho letto non ho trovato nulla a riguardo, ma sono curioso di capire se altri hanno notato questa cosa oltre a me.

Giulietta degli Spiriti, comunque, racconta la storia di una donna dal rigido passato cattolico che scopre un tradimento del marito, e che come molte donne per quel tradimento va in crisi. Sulla propria strada incontrerà varie figure che cercheranno di darle dei consigli: valorizzati, impara a tenerti il tuo uomo, divertiti. Queste figure si accumulano nella mente di Giulietta (Masina, la moglie di Fellini nella vita reale) e divengono pian piano ossessioni, allucinazioni.

A questo accumulo di materiale psichico – Fellini era appassionato non di Freud ma di Jung, ci tengo a sottolinearlo – Giulietta dice di no. Andate via, tuonerà. Ed ecco che allora nuovo materiale psichico, sotto forma di voci, si presenterà alla donna per chiederle il conto. Immagine psicanaliticamente corretta, dato che molte persone che ‘sentono le voci’ sono persone che si sono sentite tradite da chi avrebbe dovuto accoglierle, proteggerle, valorizzarle. Nell’ultima scena vediamo Giulietta dirigersi con decisione nel giardino della propria abitazione, sola e probabilmente ‘condotta’ da quelle voci. Più consapevole, più matura, ma anche più persa dentro di sé.

Cosa chiedere di più a un film? Considerato all’epoca dell’uscita come il complemento di 8 ½ dove invece si narrava tutto dalla parte dell’uomo traditore, Giulietta degli Spiriti riflette la congerie di interessi della coppia Fellini/Masina all’epoca, dalle sedute spiritiche alla mitologia indiana. Ma soprattutto Fellini si confronta e fa confrontare la compagna con la dimensione doppia del sogno, quella della ‘follia’. E di che cosa si tratta? Sicuramente dovremo tornarci sopra tra poche righe.

Dunque, domenica sera è stata la volta del Casanova. Fornito, il DVD, di un bel documentario dove si sentono varie teorie su chi fosse questo personaggio settecentesco – ché il film non basta: da esso traspare come l’uomo avesse una concezione ‘ginnica’ del sesso, come amasse donne di tutte le età, da quelle più giovani a quelle anziane, e anche se l’opera è un modo per mostrarci come la vitalità estrema fa i conti con la morte, Casanova rimane un mistero.

C’è quindi Mastroianni che ne sottolinea l’aspetto tenero, di uomo che ama tutte le donne, c’è l’odioso psichiatra che afferma che, siccome Casanova non era distonico rispetto ai propri ‘sintomi’, un lavoro di ‘cura’ (e di che poi?) con tale persona dovrebbe basarsi sulla demolizione delle difese (e certo, aggiungo io, oltre a non accettare una tale persona per quello che è e ridurla nell’alveo della ‘norma’, c’è pure bisogno di farlo facendolo soffrire … che meschinità di stampo veterocattolico … ), c’è poi chi lo definisce ‘spaghettaro del sesso’ perché attento più alla quantità che alla qualità, e chi genialmente dice sarebbe meglio evitare di farne un modello ché ognuno dovrebbe essere modello a sé stesso.

Io mi sento molto vicino a Mastroianni, comunque; non che non comprenda come tutto il suo gioco retorico faccia parte del suo giocare a costruirsi la personalità del maschio amatore, ma trovo che in Casanova ci sia comunque un fondo di immensa generosità. Certo c’è anche la furbizia (da certe contesse si è fatto mantenere) ma la sua idea di fondo che una donna innamorata o comunque dedita a vicende sentimentali o amorose debba fiorire sia nel corpo che nell’anima – per molte donne Casanova è stato anche una specie di tutore, di maestro di cultura oltre che un munifico amatore – non mi trova per niente in disaccordo. Varrebbe per tutti gli esseri umani, ecco.

In effetti sì, l’amore è qualcosa di difficile da vivere in un mondo come il nostro dove si pensa solo a: conquistare la donna, soppesare il suo e proprio bagaglio economico, capire se si possono sopportare certe spese in due, verificare se c’è spazio economico per i figli, e via di capital in capitale discorrendo. Rendetevi conto che amate nel 2022 ancora come si amava nel 1950 o giù di lì. Settantadue anni buttati nel cesso, dal punto di vista della consapevolezza. Con tutto che le condizioni sociali sono cambiate, e che l’amore non conviene più quasi a nessuno tranne che ai ricchi, volendo farvi i conti della serva in tasca. Quindi … tanto vale lasciarsi comunque andare, no?

Il fatto è che noi amiamo per lo più con la stessa parte del cervello che memorizza il pin del bancomat. Abbiamo tante altre facoltà legate ai sentimenti – ad esempio quel senso di felicità che avevamo da bambini, quello che ci faceva espandere quando ci trovavamo vicino a qualcosa di bello, e restringere di fronte a quello che non ci piaceva, una bussola potentissima, che gli adulti ci hanno scardinato e distrutto a furia di senso del dovere. Ecco, l’amore potenzialmente dovrebbe servire a farci tornare, in questo senso, come bambini. Altro che ‘me lo potrò permettere?’.

E quindi è normale che in un mondo di calcoli uno come Casanova risulti misterioso, oggetto di proiezioni (ancora, in senso junghiano), simbolo di cose opposte (in virtù di dette proiezioni), dal maschio latino virile all’impotente sentimentale, quando in realtà probabilmente Casanova, come la Maddalena, aveva dalla sua una grande energia di amore, e ha cercato di sfuggire ai traumi che la società voleva infliggergli per renderlo più piccolo di quello che era.

Non è forse così per ognuno di voi? Tutti siamo dei potenziali Casanova, e se Fellini lo ha definito come un ‘vittellone troppo cresciuto, e pertanto mostruoso’ è perché vi ha proiettato dentro i propri sensi di colpa. Resta comunque la possibilità di vedere un film molto teatrale, a partire da quel mare fatto di sacchi di plastica neri, quasi all’inizio del film, fino alle varie scene di amplesso così caricaturali, dal pupazzo dalle sembianze femminili (Casanova subirà il fascino anche di questo dispositivo) alle ambientazioni, appunto, barocche, o, se preferite, felliniane.

Che dire poi di La Voce della Luna, l’ultimo prodotto del genio del regista? Si tratta di nient’altro che di un’opera dove si prende di petto quella follia appena sfiorata in Giulietta degli Spiriti, per mostrarci come essa sia qualcosa al di fuori degli schemi economici (anche capire è un modo per archiviare, per trasformare, per poterlo poi magari rivendere … ) e che pertanto gli uomini vorrebbero catturare, senza per questo smettere di essere loro stessi pazzi o violenti, per farla tacere. Non ho letto il libro di Cavazioni da cui è tratto il film, ma la presenza di una litografia di Leopardi in camera di Salvini/Benigni e il tentativo appunto di catturare la luna mi hanno fatto pensare alle riflessioni di Umberto Galimberti al riguardo.

Pertanto vi invito a cercare in rete le sue conferenze, quelle in cui parla di amore e follia. Temi intrecciati anche in queste tre pellicole, perché secondo il filosofo ci innamoriamo di chi intercetta la nostra parte folle e può aiutarci a farla fiorire. Essa quindi pur facendoci paura perché distrugge ad esempio il principio di non contraddizione, di univocità diciamo delle cose, è positiva perché come nella creatività ci permette di dare nuova linfa vitale alle nostre vite. Certo, c’è a chi tutto ciò non fa comodo … ma di questo parleremo un’altra volta.

Un lungo fine settimana fruttuoso dunque, per me, che ho avuto modo di dialogare con un Maestro del cinema che ci ha lasciato purtroppo tanto tempo fa ma che ancora con le sue opere ci parla con un linguaggio duro da capire, perché ci obbliga a rivedere gli schemi in cui ci hanno o ci siamo rinchiusi, e ci invita a rischiare. Per le nostre vite, per renderle più degne di essere vissute, e per vederci fiorire. 

 


 

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