Quel larsen e quel risveglio spirituale. Ovvero PJ Harvey e il lato femminile della musica rock.

 

“Quando PJ Harvey mi ha lasciato, mi è quasi caduta la siringa”

(Nick Cave)


E’ quasi finita l’estate e non è ancora autunno. E’ presto quindi per fare progetti, anche se un po’ di cose bollono in pentola. Quel corso di dizione che aspetta perché spero riparino il passante ferroviario per arrivare al luogo in cui si terrà, ad esempio, non avendo io una macchina. I miei disegni e le tecniche da imparare per disegnare ancora ferme, perché ad agosto è giusto prendersi un po’ di ferie dal lavoro. Qualche libro di pittura, qualche fumetto, per vedere al di là delle tecniche come gli artisti ‘veri’ fanno le cose, e come ci mettono la propria personalità. 

E poi la ricerca del lavoro ‘con cui mangiare’ (perché ‘con la cultura non si mangia’), conscio che alla mia età sarò per sempre precario fin quando almeno mi si riterrà utile, ma con la consapevolezza che alla mia età di solito i lavoratori chiedono benefits e certezze e che quindi le aziende preferiscono i giovani da prosciugare e poi buttare via – ne ho conosciuti di ragazzi che finita l’università sono stati assunti con stage gratuiti ma per i quali si sono ritrovati a lavorare anche nei weekend.

E allora ecco che mi tuffo nelle mie passioni. La musica, ad esempio. Ho messo le mani su alcune registrazioni in studio appena abbozzate di alcuni classici dischi di PJ Harvey (le cosiddette versioni ‘demo’ di Dry, Is This Desire?, Uh Uh Her e White Chalk), mia vecchia passione, sia perché molto intrigante come donna sia perché complessa come artista. Diciamo che negli anni Novanta le donne hanno provato a mettere a ferro e fuoco il business e l’industria musicale, ma sono state poco portate all’attenzione del pubblico da media e stampa sebbene abbiano realizzato cose notevoli. 

Basti pensare all’amicizia di Kurt Cobain con alcune riot grrls e come quella musica abbia influenzato alcuni testi e tematiche dell’eroe del grunge. Ecco, quello è stato un periodo prolificissimo per le donne artiste. Sebbene poche abbiano avuto un riscontro commerciale di rilievo. Pensate solo, appunto, a PJ Harvey, che dalle nostre parti ha iniziato a essere considerata solo dopo la relazione, artistica ma non solo, con Nick Cave.

Nasce nelle campagne inglesi da genitori hippies, se non sbaglio le stesse cordinate di Bjork, altro mio idolo di gioventù; i genitori organizzavano tra le altre cose concerti locali di ‘Stu’ Stewart, membro aggiuntivo dei Rolling Stones: la giovane Polly ascoltava spesso Sucking in The Seventies in quel periodo, e si sente (sto ascoltando quella raccolta proprio ora mentre digito) pensando alle sue prime opere. Polly Jean Harvey viene quindi incoraggiata ad essere artista sin dalla giovane età.

Dopo un certo numero di esperienze come sassofonista, violinista, chitarrista, cantante, Polly Jean Harvey inizia a incidere la propria musica, a nome del PJ Harvey Trio, nel 1992 a 22 anni appena con l’album Dry. Se considerate che il suo lavoro più maturo, To Bring You My Love, è del 1995 e che lei arriverà alle mie orecchie solo dopo aver inciso Henry Lee con Cave nel 1997, è proprio il caso di dire che senza la presenza di un uomo nulla si muove nel music business.

Certo, ci sono situazioni dove il sessismo è ancora più forte. Per altre colonne ho già scritto di quanto è stato difficile per le donne affermarsi come musiciste. In ambito jazzistico, ad esempio, alle donne tradizionalmente è stato affidato il compito di accompagnare le musiche di altri o le proprie composizioni originali al pianoforte, o di esibirsi come cantanti. Solo di recente musiciste come Susie Ibarra sono arrivate ad esibirsi come batteriste, e dura è stata la vita per musiciste come Pauline Oliveros, una fisarmonicista d’avanguardia negli ultimi anni molto osannata seppure in ambito di ‘nicchia’.

Ma non è l’unico problema: quando infatti la Ibarra ha ampliato il proprio spettro con l’uso dell’elettronica, si è vista arrivare addosso mansplaining a pacchi sul fatto che non avrebbe dovuto abbandonare la ‘solida’ batteria, oppure si è sentita dire che ‘suonava come un uomo’, o che ‘non suonava male per essere una donna’ – si suppone sia un complimento! Io stesso ho ascoltato musicisti dire che le donne non possono suonare il sassofono perché hanno una cassa toracica meno amplia di quella degli uomini, come se Lester Young suonasse uguale a Peter Brotzmann, non credete?

In ambito rock forse solo a partire dalla No Wave, e dal Post Punk in generale, alcune donne, da Lydia Lunch a Ikue Mori, da Patti Smith a Debbie Harry, hanno meritato un posto di primo piano. Prima di loro le donne artiste, come Nico o Janis Joplin, erano più l’eccezione che la regola. Forse in ambito folk rock, penso ad esempio a Joni Mitchell o a June Carter, le cose erano più ‘facili’, ma per le donne essere giudicate come artiste e non per i vestiti che indossano è sempre una grossa scommessa.

Ecco che quindi le donne del rock, o meglio del punk, hanno sempre affrontato tematiche scomode, che fossero appunto i sogni di Nico – c’è chi dice che l’inconscio sia la spazzatura della mente, anche tra gli psicologi - o gli incubi sadomaso di Lunch, le lamentazioni per via della solitudine di Joplin oppure i primi vagiti del movimento LGBT di Smith, la conquista di una sessualità libera o l’approfondimento di tematiche complesse come l’intreccio tra genio e sregolatezza in Mitchell – soprattutto nel suo lavoro dedicato a Mingus.

Tra tutti questi artisti, a un certo punto inizia a apparire sul mio radar PJ Harvey. Appassionata di blues, Dylan, Pink Floyd, Beefheart (soprattutto Beefheart), al punto da arrivare col secondo album a incidere per l’etichetta di Tom Waits dell’epoca, la Island Records, e a citare versi del Capitano in Rid Of Me, Harvey viene acclamata sin dal suo apparire come una artista complessa, solida, da rispettare. Sarà che poche donne hanno affrontato tematiche scomode come quelle dei suoi testi con tanta credibilità e capacità di penetrare nel profondo con un paio di rapide pennellate.

Analizziamo alcuni testi del suo primo disco. In Oh My Lover, Harvey chiede al proprio compagno di aprire la coppia piuttosto che lasciarla – il testo oggi sarebbe molto controverso, in tempi di poliamore: è infatti il classico ‘triangolo con unicorno’? Oppure un tentativo di rinegoziare la propria relazione a partire da basi più realiste e quindi più solide? - , Dress, il primo singolo, esprime tutte le paure relative al non piacere a quell’uomo che ci interessa tanto, Victory, col suo incedere smithiano – anche nella voce qui PJ si ispira chiaramente alla madrina del punk – la protagonista è la Dalila che tolse capelli e forza a Sansone.

Happy and Bleeding è una canzone sulla perdita della verginità, mentre Sheela-Na-Gig è una dèa indiana dagli appetiti sessuali incontenibili. Hair è ancora ispirata al mito di Sansone, Joe è la richiesta di difesa ad un amico caro, in Plants and Rags Harvey sogna di distendersi in un body bag e farsi nutrire da un uomo – forse un desiderio di rinascita? – in Water l’acqua è sia elemento purificatore che situazione mortifera.

Stiamo dunque parlando di una donna che parla apertamente di sé, dei propri desideri più reconditi, e che in questo ridefinisce la propria controparte maschile, talvolta àncora di salvezza, talora elemento da ridimensionare brutalmente, qualche volta nemico. Non parliamo poi di tematiche che Harvey affronterà in futuro come l’infanticidio, la mostruosità che può appartenere dell’amore, il confrontarsi con un partner impotente o che almeno ti lascia priva di stimoli. Ad esempio.

E che dire della parte musicale? Se i primi due album sono dischi di post-punk, a partire da To Bring You My Love ci spostiamo verso un cantautorato rock. Senza dimenticare le svisate trip hop di Is This Desire? o i malinconici bozzetti per solo voce, pianoforte e qualche chitarrina acustica di White Chalk. Ci troviamo di fronte ad una artista forte, completa, matura, ma non accomodante e per alcuni ‘tormentata’.

Io personalmente non credo al tormento, e non credo neppure che certi artisti, penso a Harvey ma anche a Cave, abbiano un ‘lato oscuro’. Certo, quello ce lo abbiamo tutti. Ma un conto è esplorarlo con l’arte, un altro è vedere gente che attribuisce patenti agli artisti perché alcuni, ad esempio la controparte maschile di Harvey, hanno avuto magari una dipendenza da eroina. La dipendenza è una malattia, l’eroina è una sostanza fatta per suscitarla e questo è tutto. Non c’è una attrazione per il ‘male’ come una certa visione debitrice della religione ci ha trasmesso per decenni.

E che potete trovare anche in film a tema come Bad Lieutenant e The Addiction di Abel Ferrara. Film che ho amato molto ma che sono delle suggestioni artistiche, che quindi hanno non dico poco a che fare con la vita quotidiana – io sono contro questa distinzione – ma non possono essere trasposte l’una nell’altra in maniera brutale. E giusto per togliermi un altro sassolino dalla scarpa, posso dire che non credo che ci siano persone che sono attratte dal male perché hanno un cuore nero.

Se mai, esistono persone che fanno delle scelte relativamente a quella che pensano sia la via più breve per risolvere un conflitto interiore. Purtroppo non pensano spesso alle conseguenze, e quindi sbagliano. Ma per tornare al tema principale, gli artisti tormentati, in realtà essi non sono altro che persone che tramite la propria arte riescono a darci una bussola nei nostri momenti più difficili. E’ come se vivessero per noi delle cose, in modo che poi confrontandoci con le loro opere noi potessimo in qualche modo avere termini di paragone per ascoltarci meglio. E per prendere, quindi, migliori decisioni.

Harvey ha inoltre anticipato di decenni i temi del femminismo attuale, dal rapporto col proprio corpo, ansie incluse, al bisogno di esprimersi senza sentirsi soffocati dalla propria controparte maschile, fino al domandarsi come è questa controparte, che a seguito del liberarsi della donna dal patriarcato sembra essere diventato debole e quanto meno … più introspettivo, diciamo, nel migliore dei casi. Certo che la strada è ancora lunga, soprattutto se pensiamo a cosa sta accadendo con certe leggi in certi Stati a varie latitudini, con un rischio reale di inversione di tendenza, ma non possiamo nemmeno non vedere che da una certa consapevolezza, se si tornerà indietro, lo si farà con dolore e non con incoscienza. Che è già tanto.

Ecco dunque che sarebbe auspicabile tornare ad ascoltare queste musiche, seppur vecchie di vent’anni o più, dato che ora i modelli a nostra disposizione – non dico ‘per le donne’, dico ‘per me’ sono per lo più monodimensionali e raramente si relazionano a qualcosa di intimo e personale. Questo tipo di arte invece per almeno un decennio buono ci ha detto che era giunto il momento di svegliarsi – la dissonanza, che sia emotiva o sonora, è sempre indice di risveglio ‘spirituale’, come direbbe Anthony Braxton – e di fare rumore per farsi sentire. Cosa o chi ha spento gli ampli nella vostra quotidianità?

 

“Sembra parlare solo di sangue e scopate”

(Elvis Costello su Rid Of Me, secondo disco di PJ Harvey. Vi ricorda qualcosa questo incedere?)

 


 

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