L’arte sta morendo. E con essa la vostra possibilità di avere una guida.

Alla fine di luglio, in uno dei miei negozi di dischi preferiti, trovo il programma di MITO Settembre Musica, una rassegna che si tiene a settembre tra Milano e Torino. Quest’anno, noto, la rassegna è tutta dedicata alla musica classica. Provo rabbia, perché una realtà che in passato ha proposto cose interessanti anche in ambito di jazz, contemporanea (Xenakis alla Scala!) e musica etnica opta ora per la sicurezza, per qualcosa che ‘deve’ piacere se vuoi sembrare intelligente perché storicizzata.

Io non sono un abbonato, non so cosa cerca quel pubblico, ma so per istinto che quelle sono scelte di status. Si è scelto quindi la certezza, il denaro, il potere. Poi ho passato un agosto strano, tra altre musiche – ne avete letto su questo blog la settimana scorsa – e film – anche di questi vi ho riferito. Ebbene, settimana scorsa mi reco in un cinema strano, vicino a una chiesa, per vedere un horror, e mi trovo questo depliant di una rassegna che si intitola Milano Suona Contemporanea.

Ho riferito altrove del mio primo approccio alla rassegna, con un ensemble italiano che porta la musica colta contemporanea in lande come il Giappone e il Sud America, pare con discreto successo, e come al solito ho trovato musicisti un poco imbolsiti, trattenuti, preoccupati della lettura dello spartito – gli spartiti di Bussotti non sono semplici – ma soprattutto degli esecutori, non degli artisti con una visione come erano una Cathy Berberian o un Severino Gazzelloni.

E devo ritornare a una decina d’anni fa, quando col mio blog Complete Communion ho iniziato, prima in italiano e poi in inglese, data una mia breve residenza di sei mesi a Londra, a documentare i miei incontri con la musica che più amavo. Io ascolto musica da quando ho diciassette anni. Ho iniziato con l’heavy metal, genere che mi ha permesso, non ostante sia considerata musica da infanti, di prendere contatto con alcuni ‘valori’.

Questi valori erano: l’importanza della sostanza a discapito dell’immagine, l’importanza di essere innovativi e originali, l’importanza dell’espressività a discapito del tecnicismo (c’erano dei veri e propri funamboli soprattutto tra i chitarristi, eppure spesso le strutture delle loro musiche erano molto semplici e non esprimevano altro che funzionalità rispetto al mettersi in mostra), l’avere qualcosa da dire anche di complesso (non ostante il machismo ostentato da certe band, c’era anche altro, comprese tematiche scomode), l’importanza di conoscere il passato di certe musiche e gli artisti storici.

Questi parametri non mi hanno più abbandonato, anche quando a un certo punto scoprii Bob Dylan e la sua musica fantastica sia sotto il piano musicale sia sotto quello testuale. Nemmeno quando scoprii il punk e il post punk, più minimali dal punto di vista delle trame sonore ma nello stesso tempo attente alla contaminazione e all’espressività. Poi fu la volta di Tom Waits, e dalla decostruzione del rock al jazz di Coltrane più spirituale il passo è stato brevissimo.

Eppure è stata una relazione tormentata la mia col jazz. Dei primi dischi, A Love Supreme, Kind Of Blue di Davis, The Clown di Mingus, riuscivo ad ascoltare soltanto la parte melodica, non gli assoli. Per il mio cervello un assolo di un jazzista era troppo complesso, la mia mente se ne andava altrove. Poi iniziai ad ascoltare il free jazz. Chi credete che abbia amato di più tra Sun Ra e la sua Astro Infinity Arkestra e Art Blakey and the Jazz Messengers?

Ovviamente la mia simpatia andava non a chi risultava più credibile, ma a chi rischiava di più. E’ quello che ho scritto altrove: a chi aveva più energia di amore, insomma. Poi vennero Don Cherry, l’Art Ensemble of Chicago, il terrorista sonoro John Zorn che mescolava il jazz col metal e il suo maestro Anthony Braxton che incorporava nella sua musica il silenzio cageano e l’elettronica di confine.

E poi vissi un periodo strano. Il ritorno a casa da una situazione di disagio, di cui ho parzialmente riferito, che comportò che, per farmi accettare dalla mia famiglia, io dovessi vivere da deficiente. Ovvero che accettassi di aver sempre fallito e di non poter criticare niente, nemmeno se non mi interessava farlo, della mia famiglia. Circondato da amorevoli presenze, quella musica iniziò a scompigliarmi l’animo. Albert Ayler era troppo per me. Troppo libero. A volte sentivo un bambino che piangeva tra i solchi di quei dischi. Ero io. 

E poi avvenne che mio padre morì. Lo piansi e poi iniziai a rendermi conto che non c’era nulla che non andasse in me. E quella musica, ai vari Derek Bailey con la sua improvvisazione non idiomatica o il sassofono shivaitico di David S. Ware reiniziarono a nutrirmi, senza crearmi conflitti. Decisi quindi che era giunto il momento di prendere in mano la penna – ehm, volevo dire la tastiera – e iniziare a scrivere di musica, essendo tardi per prendere in mano un sassofono, coi costi esorbitanti dei conservatori o delle lezioni private.

Era un sogno che si realizzava. Ma quel sogno avrebbe incontrato tanti ostacoli. Il primo e il più grande erano gli artisti stessi. Non che gli fossi epidermicamente antipatico, tutt’altro. Quando si resero conto che oltre ad avere discrete basi durante qualche intervista, al netto di qualche errore come quando chiesi a Wadada Leo Smith se la sua prima composizione Light Of The Dalta fosse un blues, mi presero in simpatia. Alcuni mi inviavano anche copie fisiche dei loro dischi a casa gratis.

Eppure. Eppure un sacco di giovani incapaci si stavano facendo strada. Non faccio nomi perché non mi piacciono queste polemiche, e poi è giusto che ognuno si faccia una idea propria, ma se devo dirla tutta tra le nuove leve del mondo impro si stavano facendo largo delle capre incredibili. Non ho idea del perché nessuno stesse dicendo niente. Diciamo che facendomi due chiacchiere con amici emergevano due cose.

Innanzitutto c’era chi non mi invidiava per via dei nemici che mi sarei fatto. In secondo luogo c’era chi mi diceva che quando un musicista suonava di merda era d’uopo non segnalarlo, passare oltre. E invece io volevo dirlo. Non esprimendo un giudizio tranchant, ma articolandolo. Era il mio mestiere, no? In fondo avevo una discoteca e una libreria forniti, avevo letto recensioni per vent’anni, sapevo come si scrivevano e come si giudicava un disco.

Sapevo da cosa derivava la musica di cui scrivevo, conoscevo i criteri con cui si giudica un’opera musicale e in più avevo una nutrita passione e un giudice infallibile: il mio bambino interiore. Quando infatti una determinata musica mi faceva felice, o mi prometteva lo avrebbe fatto in futuro se mi fossi applicato ad ascoltarla, sapevo di essere sulla strada giusta. Diversamente, mi trovavo su un binario morto.

E così eccomi a Londra. Presi contatti con artisti della scena locale, soprattutto storici, in modo da conoscere meglio il mondo dell’improvvisazione non idiomatica. Mi trovai a seguire concerti singoli, rassegne, ad andare a vedere mostre, proiezioni di film, conferenze. E non mi piacque tutto quello che vedevo. C’era quel giovane chitarrista che con la sei corde elettrificata e gli effetti faceva cose eccelse, ad esempio. Un ragazzo messicano. Istinto e tecnica assieme. Ci siamo anche parlati un po’, lui era timidissimo come tutti i nerd, ma geniale con la chitarra in mano.

Ma poi c’era anche chi non meritava quel successo. Come un ‘filosofo’ (giuro, scriveva testi di filosofia in tedesco) che passò mezz’ora a sfregare nemmeno con veemenza una bottiglia di birra vuota sul corpo di una chitarra classica producendo suoni a caso per tutto il tempo. Bassisti che percuotevano il loro strumento senza grazia e senza senso. Giovani sassofoniste di bella presenza e niente più – bastava sentirle in solo per capire che non sapevano cosa dire e che non avevano nemmeno un linguaggio per farlo.

Scrivere queste cose mi costò una intervista per una rivista italiana importante, e sancì il mio ritorno a casa. Prima di dedicarmi per un poco alla fotografia mi sono dedicato ancora un po’ alla musica, ma non solo le capre aumentavano, ma anche i musicisti più bravi – non tutti – mostravano segni di cedimento. E allora, che cosa stava succedendo? Che l’arte si era allontanata dalla società, dal mondo, e che il mondo, dopo averla lasciata respirare per un po’, aveva iniziato a infiltrarsi dopo essersi sporcata di … fascismo.

Eh sì. Vivere in un mondo capitalista, dove conta solo il profitto e il tuo successo individuale non importa a che prezzo (il fascismo è di solito il braccio armato di questa mentalità) prima o poi ti tocca. Del resto non lo aveva detto quel regista francese, Philippe Garrel, che ‘la nostra è l’ultima generazione a parlare d’amore’? E di che cosa parla l’arte in generale se non d’amore? Quel bambino interiore che abbiamo nel cuore e che ci dice cosa ci fa felici e cosa no, cos’è l’arte se non un tentativo di liberarlo dalle pastoie del senso del dovere e del compromesso degli adulti?

E allora perché lasciare viva l’arte se quel bambino poi rompe le scatole al Potere? Meglio inquinarlo. Non so perché gli artisti più seri se la presero con me e non con gli artisti capre, ma è quello che è successo. Storia vera. Ve ne ho fatto degli esempi senza fare nomi, perché non mi interessa avere amici o nemici, e tanto poi il mio destino io l’ho scelto: seguire tra le altre cose anche questa scena rimanendo fedele a me stesso. Tornate al primo post di questo blog se volete saperne di più.

 


 

 

 

 

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