Cercando uno spiraglio per uscire di qui ...
La prima volta mi è stato detto che i miei standard non erano quelli dei colleghi senior, mentre l’ultima volta, ieri, mi è stato detto che ho dei canali emotivi di cui sono troppo consapevole per essere freddo e astuto, diciamo così, come il mio ruolo imponeva. E questa è la prima parte di ciò che voglio mettere sotto la lente di ingrandimento. La seconda cosa è l’ansia che mi divora quando lavoro, e solo quando lavoro.
Parallelamente a questa attività di ricerca e perdita di una occupazione, infatti, sto svolgendo un seminario su dizione e uso della voce, per portarmi avanti con gli studi teatrali. Ecco, quando faccio esercizi che mi portano oltre le mie conoscenze, qui mi trovo sorpreso al massimo, ma mai ansioso. E mi sono chiesto il perché di questa cosa. E la risposta che mi sono dato è sconsolante. Nel senso che è proprio la società in cui vivo che mi rende ansioso.
Ma ora è tutto diverso. Io ho scoperto me stesso e quello che mi piace. Certo, tardi. Se mi fossi messo a studiare per far l’attore a vent’anni, sicuramente avrei avuto il tempo dalla mia. Ora è più difficile, e non solo per la mia età non più verdissima, ma anche perché se facessi l’attore professionista e basta probabilmente dovrei accettare qualsiasi proposta sperando di emergere, e quindi mi troverei nella stessa condizione che una parte di me sta rigettando, il ricatto sociale di cui sopra, presente anche nei lavori artistici.
No no, lasciatemi un lavoro ‘normale’ per sopravvivere, e il teatro in di più così che io possa scegliere in quali mani mettermi e cosa rappresentare di volta in volta, dandomi solo a ciò che credo. Questo sì sarebbe un compromesso accettabile. Eppure, una parte di me quel compromesso non lo vuole proprio più, e mi sabota. Certo, c’è da dire che le richieste sul posto di lavoro sono assurde, nel senso che ti chiedono performances non solo pratiche ma anche relazionali da navigato collaboratore anche se sei al primo giorno.
Eppure io potrei chiedere alla mia psichiatra un aiuto per gestire l’ansia. Solo che quella inetta, e disgraziata, dopo avermi detto che io ho parlato fin troppo con gli psicologi in passato e che non ne ho più bisogno, mi darebbe solo farmaci per gestirla. E io sono stanco di diventare dipendente da agenti chimici allo scopo di sostituire un aiuto a sconfiggere le mie difficoltà che nessuno è disposto a darmi, per i motivi di cui ho scritto alcuni post fa. Prenditi una pastiglietta, o delle goccine, e non romperci le scatole. Nessuno vuole avere a che fare con la tua umanità.
Quindi riassumendo: vivo in una situazione in cui mi si infantilizza (i meccanismi lavorativi di premi e punizioni del lavoro) da un lato, mentre dall’altro mi si aliena (non devi imparare a gestirti, ti gestiamo noi con la chimica). Poi c’è chi si stupisce se in USA qualcuno prende in mano un’arma e si mette a sparare. Intendiamoci, io non sto covando rabbia o aggressività, però comincio a comprendere, non a giustificare ma a comprendere, come certe cose accadano.
Però sarebbe una bella soddisfazione: non dover più sottostare a gente che ti stressa con carichi da novanta sia professionali che emotivi, e poter dire a te stesso che ce l’hai fatta a fare un altro gioco. Mi tengo buono allora il seminario sull’uso della voce che sto facendo. La voce è una cosa che ha a che fare con la nostra interiorità – noi la sentiamo risuonare dentro il nostro corpo – e nello stesso tempo è qualcosa di fisico, non di psicologico. Lavorare sulla voce significa lavorare su sé stessi in un territorio misto, sia interiore che esteriore.




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