Cercando uno spiraglio per uscire di qui ...

Sto vivendo giorni pieni di dubbi e domande. Tutto parte dal lavoro, dalla difficoltà di averne uno stabile con tutto che se lavori, ti tengono per qualche mese e poi dopo averti masticato per bene e prosciugato ti risputano. Ma il fatto è che io non arrivo nemmeno più a farmi masticare e prosciugare. Dopo aver passato un anno sabbatico o quasi in una pessima (nel senso che non faceva per me) scuola di teatro, ho ripreso a ricercare lavoro. E mi sono trovato a venir licenziato per ben due volte dopo pochi giorni dal termine della formazione.

La prima volta mi è stato detto che i miei standard non erano quelli dei colleghi senior, mentre l’ultima volta, ieri, mi è stato detto che ho dei canali emotivi di cui sono troppo consapevole per essere freddo e astuto, diciamo così, come il mio ruolo imponeva. E questa è la prima parte di ciò che voglio mettere sotto la lente di ingrandimento. La seconda cosa è l’ansia che mi divora quando lavoro, e solo quando lavoro.

Parallelamente a questa attività di ricerca e perdita di una occupazione, infatti, sto svolgendo un seminario su dizione e uso della voce, per portarmi avanti con gli studi teatrali. Ecco, quando faccio esercizi che mi portano oltre le mie conoscenze, qui mi trovo sorpreso al massimo, ma mai ansioso. E mi sono chiesto il perché di questa cosa. E la risposta che mi sono dato è sconsolante. Nel senso che è proprio la società in cui vivo che mi rende ansioso.

“Lavora, perché altrimenti non potrai pagarti le spese e il cibo!”. Ecco, io trovo questo ricatto sociale veramente meschino. Viviamo in un mondo che ci tratta come bambini, e io non sono più capace di sottostare a questo ricatto senza soffrirne. Una volta, quando grazie all’intenso bombardamento familiare e psichiatrico io mi sentivo dalla parte del torto, paradossalmente mi sentivo grato col mondo che mi forniva una modalità di vita (un setting, per quanto fasullo e costruito) fatto di fatica e ricompense per quella accettazione.

Ma ora è tutto diverso. Io ho scoperto me stesso e quello che mi piace. Certo, tardi. Se mi fossi messo a studiare per far l’attore a vent’anni, sicuramente avrei avuto il tempo dalla mia. Ora è più difficile, e non solo per la mia età non più verdissima, ma anche perché se facessi l’attore professionista e basta probabilmente dovrei accettare qualsiasi proposta sperando di emergere, e quindi mi troverei nella stessa condizione che una parte di me sta rigettando, il ricatto sociale di cui sopra, presente anche nei lavori artistici.

No no, lasciatemi un lavoro ‘normale’ per sopravvivere, e il teatro in di più così che io possa scegliere in quali mani mettermi e cosa rappresentare di volta in volta, dandomi solo a ciò che credo. Questo sì sarebbe un compromesso accettabile. Eppure, una parte di me quel compromesso non lo vuole proprio più, e mi sabota. Certo, c’è da dire che le richieste sul posto di lavoro sono assurde, nel senso che ti chiedono performances non solo pratiche ma anche relazionali da navigato collaboratore anche se sei al primo giorno.

Questa situazione, le aspettative alte e il ricatto sociale del lavoro (che per molti di voi è dignità, sciagurati!) mi mettono ansia, molta ansia. Un’ansia che faccio fatica a gestire. Ho nella testa una voce che mi dice in continuazione ‘non devi sbagliare, non devi sbagliare, non devi sbagliare!’ e in quei momenti non riesco ad ascoltare altro. Al punto che poi qualche errore lo commetto, perché sono troppo pieno. Metteteci poi il target panic, inevitabile a volte, e il gioco è fatto.

Eppure io potrei chiedere alla mia psichiatra un aiuto per gestire l’ansia. Solo che quella inetta, e disgraziata, dopo avermi detto che io ho parlato fin troppo con gli psicologi in passato e che non ne ho più bisogno, mi darebbe solo farmaci per gestirla. E io sono stanco di diventare dipendente da agenti chimici allo scopo di sostituire un aiuto a sconfiggere le mie difficoltà che nessuno è disposto a darmi, per i motivi di cui ho scritto alcuni post fa. Prenditi una pastiglietta, o delle goccine, e non romperci le scatole. Nessuno vuole avere a che fare con la tua umanità.

Quindi riassumendo: vivo in una situazione in cui mi si infantilizza (i meccanismi lavorativi di premi e punizioni del lavoro) da un lato, mentre dall’altro mi si aliena (non devi imparare a gestirti, ti gestiamo noi con la chimica). Poi c’è chi si stupisce se in USA qualcuno prende in mano un’arma e si mette a sparare. Intendiamoci, io non sto covando rabbia o aggressività, però comincio a comprendere, non a giustificare ma a comprendere, come certe cose accadano.

Io valgo meno dell’essere umano che sento di essere. Dovrei adattarmi a questa cosa. Ma non è che non voglio, è che proprio non è più possibile. Come risolverò questa situazione non lo so, so solo che avere almeno le idee chiare su qual è l’origine del problema è comunque qualcosa. A tratti penso che mi piacerebbe fare il salto nel mondo della creatività con tutti e due i piedi e farmi pagare per recitare, ma a parte che mi sto ancora formando, poi rimangono i dubbi di cui sopra.

Però sarebbe una bella soddisfazione: non dover più sottostare a gente che ti stressa con carichi da novanta sia professionali che emotivi, e poter dire a te stesso che ce l’hai fatta a fare un altro gioco. Mi tengo buono allora il seminario sull’uso della voce che sto facendo. La voce è una cosa che ha a che fare con la nostra interiorità – noi la sentiamo risuonare dentro il nostro corpo – e nello stesso tempo è qualcosa di fisico, non di psicologico. Lavorare sulla voce significa lavorare su sé stessi in un territorio misto, sia interiore che esteriore.

Allenare la voce non è come allenare i muscoli. Quelli lo sai come diventano se ti eserciti, perché fisicamente siamo tutti uguali, ma la voce no. La voce è diversa per ognuno di noi per colore, timbro, volume. Puoi imparare a usarla, ma sostanzialmente non la puoi cambiare con quella di un’altra persona: è la tua firma, il marchio della tua identità. Mi dispiace per chi non si confronta con queste cose o non le sa, vive a metà in fondo. E io non voglio più vivere a mezzo. Voglio essere integro. 

 



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