Essere il primo della fila

Dice Massimo Recalcati, in cui per altro io non nutro né stima né speranza, che la prima parola di ogni bambino non è né “papà” né “mamma”, ma “no”. Il bambino si appropria del linguaggio quando inizia a differenziarsi dal mondo. Questo i miei genitori mi hanno raccontato almeno un paio di volte, un po’ divertiti e un po’ contrariati insieme, che la mia prima parola era appunto stata una negazione (non so in che contesto, ma poco importa).

Sta di fatto che ho iniziato a negare tutto ciò che avevo attorno, come il principe che poi diventerà il Buddha, come ogni adolescente, quando ho scoperto la musica. Un bel giorno mio padre mi regala uno stereo, credo per un compleanno, non ricordo più bene. Uno di quegli aggeggi con lettore CD, doppia cassetta e vinile. Ricchi i miei? No, semplicemente all’epoca della lira le cose costavano di meno. Ce l’ho ancora in casa, quello stereo, anche se non funziona più (più che altro dovrei far controllare l’attacco delle casse, ormai mute, e il laser del lettore CD, ma temo che si tratti di tecnologia ormai obsoleta).

Io mi metto subito ad armeggiare con la radio, perché è l’unica cosa che conosco, e a registrare delle cassette con della musica. Roba da niente, tipo, lo dico perché vi facciate una risata con me se siete della mia generazione, Rick Astley. Il pop più innocuo degli anni Ottanta dello scorso secolo. Sta di fatto che quello io avevo sempre ascoltato, il pop, e da quello avevo iniziato. Poi un giorno un amico mi prestò una cassetta con della musica che mi cambiò la vita. Era l’album Master of Puppets dei Metallica, con la M e la A scritte col simbolo del fulmine a penna come d’ordinanza.

La prima volta che la ascoltai non mi disse nulla. Trovavo quei suoni troppo freddi, troppo alieni. Fu mia madre a incoraggiarmi (“è come il jazz, devi ascoltarla un po’ di volte prima”). Non l’avesse mai fatto. Al secondo ascolto fu amore. Soprattutto per quelle parole (io al liceo studiavo francese, ma quel “Master of puppets I’m pulling your strings / Twisting your mind smashing your dreams / Blinded by me you can’t see a thing / Just call my name cause I’ll hear you sing / Master / Master” mi arrivava forte e chiaro).

Devo confessarvi che uno dei miei piaceri più grandi sin da quando ero piccolo era apprezzare alla fine cose che alla prima apparenza non mi erano piaciute. Approfondire, insomma. Questo vezzo mi era venuto da quando, da bambino, avevo provato un lecca lecca che mi era stato regalato dai miei. Al primo assaggio, quella rotella conficcata su un bastone non mi aveva detto nulla. L’avevo lasciata lì per un po’, e poi ci riprovai. Improvvisamente mi piacque. E quindi il legame con la mia famiglia si era rinsaldato: mi avevano dato qualcosa di buono da mangiare, da gustare. Questo piacere cancellava improvvisamente la delusione iniziale, l’improvvisa inutilità di quel legame, il suo sparire repentino.

Con quell’apprezzare, io sorpreso, il sapore di quel dolce, il legame si era rinsaldato, aveva ripreso un senso. Così è stato, non sempre ma spesso, il mio rapporto con l’arte. Quando ascoltai per la prima volta del blues degli anni Venti, musica di un secolo fa, la prima cosa che notai fu il fruscìo di quei vecchi 78 giri. Fu dopo un po’ che mi arrivò il senso. La prima volta che vidi Eraserhead del mio amato Lynch non capii tutto, feci fatica anzi ad apprezzarlo. Mi ci volle tempo. Vi ho già raccontato i primi trascorsi col jazz. Ecco. Ma per me la nozione dell’approfondire avevano il sapore di quel prolungamento dall’infanzia, è proprio come assaggiare un dolce che inizialmente non ci piace ma che poi apprezziamo e essere grati ai genitori, o al mondo, perché te ne hanno fatto dono.

Ovviamente non è che ogni volta che apprezzo qualcosa di nuovo rinsaldo i legami colla famiglia, ma con la realtà sì: è come se improvvisamente tutto si illuminasse di senso. Così è stato con quella cassetta, cui seguirono altri nastri, prestatimi da amici o acquistati nei negozi di dischi dai miei genitori su mia richiesta. Stavo iniziando, insomma, a diventare adolescente, con gli interessi che in qualche modo accompagnavano non tanto l’ansia dei cambiamenti – per me mettere peli o cambiare voce non sembravano problemi – quanto la scoperta di un imbuto in cui la società stava cercando di ficcarmi a forza.

Ricordo sempre il mio primo giorno di liceo. Avevo incontrato un ragazzo, pare fossimo gli unici due ad arrivare a scuola in orario, che mi aveva confidato la sua speranza nel fatto che i nostri coetanei non fossero troppo ‘duri’, troppo ‘fighi’. Non capivo bene cosa significasse ciò, ma la paura nell’altro la fiutavo eccome. Ecco, come si era passati dalla curiosità delle elementari per un nuovo mondo, per nuovi possibili amici, alla paura dei propri simili nelle scuole superiori? Io, ecco, non lo sapevo.

Non che cadessi dal pero. O per meglio dire, un poco sì. Ma per me, e questa è una caratteristica che ho tutt’oggi, imparare dalle esperienze precedenti non vuol dire venirne marchiati a fuoco. Avevo fatto le medie come tutti, e avevo visto che lì, a differenza delle elementari, non eravamo tutti uguali. Alle elementari c’era solo un ragazzo con difficoltà tali da farlo piangere mentre faceva scena muta agli esami di quinta. Il numero di ragazzi simili agli esami di terza media era almeno quadruplicato. Mi domandavo perché, senza trovare una risposta. Eppure molti di quei ragazzini che piangevano erano tra quelli che mi stavano più simpatici, anche se non necessariamente o non sempre tra quelli con cui mi trovavo più in sintonia.

All’inizio delle superiori c’era dunque parecchia frustrazione, e non era frustrazione di tipo sessuale. Il fatto di scoprire di avere una sessualità che non si poteva ancora agire, gli ormoni che impazzano, no, non credete a queste cazzate. Il problema era la società che ci stava intorno. Il mondo diventava sempre più serio, sempre più richiestivo, sempre meno pronto a perdonarti se ti rivelavi ingenuo. Per certe cose non c’era spazio. I coetanei e gli adulti ti facevano lo scanner, e a me questa cosa faceva paura, tant’è che mi rinchiusi per i primi tre anni, per uscire dalla mia corazza con l’interesse per la musica metal negli ultimi due anni di liceo.

Nel frattempo avevo scoperto che gli adulti potevano essere odiosi. La mia nuova prof di italiano, a partire dal terzo anno, mi aveva preso in antipatia al punto da darmi sistematicamente dei cinque in tutte le materie che lei insegnava, ovvero italiano, latino, storia e geografia. Non contavano le mie performance, il voto era quello. Ma c’erano altre persone messe peggio di me. Una ragazza che lei odiava ancora più di me una volta aveva preso un buon voto, durante una interrogazione da lei voluta, e per ripicca l’insegnante l’aveva interrogata durante la lezione successiva, quando la ragazza non se l’aspettava, per metterle un brutto voto.

Cosa ci accomunava? Ricordo questa mia compagna, infatti, aver più volte espresso disagio per il mondo degli adulti durante le lezioni di religione, che all’epoca erano obbligatorie ma erano anche quelle un po’ più libere, dove potevamo parlare di noi e non di nozioni, paradossalmente. Io per mia scelta mi ero chiuso, obbedivo alla famiglia finché potei ma poi per il resto, come ho già scritto, mi ero chiuso in me stesso, non sapendo come agire e da dove venisse quell’imbuto in cui gli adulti cercavano di infilarci, e soprattutto non sapendo il perché della sua esistenza.

Ma l’insegnante che ci odiava entrambi probabilmente sentiva che tutti e due, a modo nostro, eravamo almeno potenzialmente più liberi e non lo tollerava. Con lei venni ai ferri corti nuovamente alla fine del liceo, ma questa è un’altra storia e andrà raccontata un’altra volta. Sta di fatto che fu proprio dalla famiglia che mi venne un altro brutto colpo, dopo la condanna per i miei voti bassi di quel quadrimestre (“Non ti facciamo andare in gita all’estero e nemmeno in montagna d’estate”).

Ora, premetto che io sono contrario al per sempre. Ai contratti. Al matrimonio. L’amore, quello è indispensabile, ma le forme sociali in cui noi cerchiamo di rinchiuderlo perché ci fa paura per le sue qualità discretamente rivoluzionarie no, quelle non le condivido per nulla. Sta di fatto che, a un certo punto, mio padre tradì mia madre. Con una donna abituata agli agi, non ho mai saputo se suoi o semplicemente per, aehm, transustanziazione, milanese, e che abitava dove mio padre aveva l’ufficio.

Per questa donna aveva fatto parecchi milioni di debiti. Cene, la prima della Scala, vestiti di sartoria per sé. Quindi mio padre dovette abbandonare questa donna, e con rimpianto, sostanzialmente perché gli costava troppo. Mia madre dovette tornare, dopo anni in cui non ci riusciva, a lavorare, per rimpinguare le esigue casse famigliari, felice anche perché fosse stata sola e con un figlio non ce l’avrebbe fatta. Ora, a parte il fatto che mia madre mi mise contro mio padre per vendetta e che da qui il mio rapporto con mio padre non si riprese più, in realtà io non disprezzavo mio padre perché aveva tradito mia madre.

Io rimproveravo, segretamente, mio padre per aver tradito mia madre con quel tipo di donna. Perché ho sempre sentito che se tu ami qualcuno, quel qualcuno dice molto di te. L’ultima donna di cui mi sono innamorato io, ad esempio, è una donna che impegnata in attività artistiche mostrò molti segni di inesperienza. Al vedere questa cosa mi sono molto preoccupato, al punto che mi sono messo a frequentare scuole e seminari come attore per verificare cosa c’era di lei in me, nel caso.

Questa assenza di coscienza è ciò che ho sempre odiato in mio padre. Perché se non sei cosciente dei tuoi limiti sei schiavo di chi finge di perdonarteli e invece li usa, legandoti a sé a doppia mandata. Due righe in cui ho descritto la società in cui viviamo oggi, in Italia. Perché i miei medici, psichiatri e psicologi, non si sono mai fatti due conti in tasca su come mi hanno trattato e non hanno mai mostrato segni di una qualche forma di coscienza? Perché la coscienza è una cosa che ho io, in questa Italia “quasi Mille e Sei”, non la maggior parte della gente che ho attorno.

Infatti nel mondo in cui vivo la coscienza conta pochissimo. Conta con chi ti leghi, a chi fai favori e chi te ne fa. Io non volevo essere così, perché il mio massimo desiderio era essere indipendente. La sto ancora pagando, ma va bene, se è il prezzo che devo pagare per non avere virus nel cervello che mi intorpidiscono i sensi, metaforicamente parlando. Non potevo quindi avere quel padre craxiano in tutti i sensi. Ricordate come il politico si difese con Di Pietro? Ma certo rubavano tutti e quindi anch’io? Magari non ne aveva nemmeno necessità ma era prassi. Ecco.

Sta di fatto che in quel periodo iniziai ad amministrare da solo i miei soldi. Quei pochi che avevo, essendo ancora minorenne e non potendo lavorare. La paghetta settimanale era di circa dieci mila lire (cinque euro) la settimana, e io iniziai a non spendere quei soldi con gli amici (tanto ci si vedeva in oratorio, non era obbligatorio spendere soldi al bar) per comprarmi dischi da ascoltare poi in solitudine, senza nemmeno dire ai miei che avevo fatto questo o quell’acquisto. Ricordo ancora qual’era il primo disco che ascoltai in quella modalità.

Era “Peace Sells … But Who’s Buying” degli americani Megadeth. Thrash metal. Lo ricordo tutt’oggi come un ottimo disco, forse il migliore di quel gruppo. Ricordo ancora la prima volta che lo ascoltai, con le cuffie, in camera mia, con la sensazione che mi ero procurato da solo qualcosa per me stesso senza averlo chiesto a nessuno. Fu una bella sensazione. E quei versi che sembravano cuciti apposta per me: “If there’s a new way / Oh I’ll be the first in line / But it better work this time”. Avevo ancora dieci mila lire in tasca (dieci erano andate per il disco, ma altre dieci mi erano appena entrate) e se mi girava il culo mi sarebbero bastate per un altro Lp.

Fu così che diventai un collezionista, o meglio un appassionato di musica. Qualche tempo dopo, poi, la mia curiosità mi portò a tentare altri ascolti. Mi capitò così tra le mani, in una bancarella di libri, una edizione Newton (c’erano anche allora) di un libro coi testi di Bob Dylan, originali e traduzioni, curata da Fernanda Pivano, e me lo comprai (costava tremila lire, un euro e mezzo). Letti quei testi, decisi che quelli più ‘politici’ mi stavano sulle balle e che quelli surreali, a partire dai testi di “Bringing It All Back Home”, erano quelli che mi piacevano di più.

In particolare quei versi “And if my thought-dreams could be seen / They’d probably put my head in a guillotine” sembravano scritti apposta per me. Lo sapevo di non vivere in un mondo dove si poteva vivere liberamente, e quel Bob Dylan, quello post sbornia anticapitalista, era quello che faceva per me. Mi procurai quindi sia quel disco che il successivo Highway 61 Revisited, e quel Dio che diceva ad Abramo di uccidergli un figlio divenne l’immagine del mondo che mi trovavo ad affrontare.

La cosa paradossale è che quel Dylan piacque, un decennio dopo, anche a mia madre, che lo assunse a suo artista preferito in assoluto, mentre per me era uno dei molti (non avete idea di quanti artisti fighi ci fossero in giro fino a due decenni fa). Ecco che quindi i dischi di Dylan in casa mia aumentarono, tra feste di compleanno e natali. Non parlai mai a mia madre di quello che significava per me quella musica, ma questo non importava: se lei la ascoltava, quelle parole anche se in inglese avrebbero comunque colpito anche lei, seppure incosciente a livello razionale, e poi c’erano le note, il ritmo, le melodie, la voce …

E poi mia madre era donna. Lo sapeva cosa significava rinunciare a se stessa in un mondo maschilista, sebbene avesse provato anche lei a ficcarmi la testa nell’imbuto, e con molta violenza. Ma del resto, come vi avevo accennato, con lei negli ultimi anni di vita il rapporto lo ricucii. Mi piace pensare che fu perché avevamo qualcosa in comune. In fondo a modo suo anche lei era stata una ribelle in famiglia, da giovane, quando si iscrisse alle serali per fare la segretaria contro il volere della famiglia che la voleva solo madre e moglie.

No so perché a un certo punto era diventata una “integrata”, o meglio una “imbutatrice” ma credo, come ho già scritto, che fosse perché, senza un lavoro e mantenuta da un marito poco attento, le si erano progressivamente sgretolate le certezze di mano e possedere quel figlio, fargli fare ciò che voleva, era probabilmente qualcosa che in un modo o nell’altro le davano la sensazione di avere il controllo su qualcosa.

Ringrazio quindi i miei inceppamenti che mi hanno portato fin qui. Non ringrazio invece il mondo che mi contiene, perché come diceva San Paolo in non ricordo quale lettera, “siccome sanno quello che fanno, non li perdono, non li perdonerò”. Perché significherebbe accettare di vivere pressoché solo in un mondo che ha deciso con testardaggine infantile quale deve essere il mio destino, peggio, che ce ne deve essere uno, e che quindi mi mantiene in una atmosfera irreale, quasi da sogno, mentre io ho fame di realtà, di carne, di anime, di tutto. E non smetterò mai. 

 


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