L’inconscio mi parla

Lo scorso giovedì camminavo tranquillo per le strade di Saronno. Avevo appuntamento in una agenzia interinale per parlare con una persona che mi sta aiutando nei miei tentativi di reinserirmi meno precariamente nel mondo del lavoro con un corso pagato dalla Provincia. Chi mi legge sa che essere artista è solo metà del mio ‘piano’, essendo l’altra metà il vivere anche di lavori normali, per far sì che la mia attività artistica non sia ricattabile se da essa dovessi trarre sostentamento. Ed ecco che improvvisamente mi trovo a ricordare, poiché camminavo, di quando camminavo da bambino e avevo alcuni difetti di deambulazione per correggere i quali dovevo fare esercizi quotidiani e indossare calzature apposite.

Mi è ritornato in mente quel periodo, un periodo in cui oltre a ciò soffrivo di una piccola anomalia cardiaca (una irregolarità nel battito detta ‘soffio’, come quello del famoso film) e di allergie stagionali per cui una volta alla settimana per quattro anni mi sono vaccinato settimanalmente. Non so perché mi siano tornate in mente tutte queste piccole cose, che non sono niente di che, e non lo erano nemmeno allora, ma improvvisamente ricordo di aver pensato che effettivamente i miei genitori, in particolare mia madre, mi hanno per anni trattato come se fossi fragile e bisognoso di attenzioni particolari.

Anche per questo mia madre ha frenato di molto il mio crescere e diventare adolescente prima e poi uomo. Donna apprensiva, o che forse tenendo in mano quel figlio sentiva di poter indirizzare qualcosa nella sua vita, potere che come ogni mortale non aveva su sé stessa, carenza che in quel modo, col pugno duro su di me, compensava. Era una illusione certo, ma per un po’ funzionava. Fin qui, nulla che non sapessi, al netto di un po’ di spezie, ovvero quei ‘particolari’. Eppure. Eppure la notte successiva, il venerdì, ho fatto un sogno.

Ho sognato di essere nella mia casa e di lavorare in smartworking per una ditta per cui prendevo ordini. Ordini relativi a abiti che io poi avrei dovuto tessere. Solo che non ero io a tessere come da contratto, ma mia madre, che a tal opera si era offerta. Ed ecco che improvvisamente mi ritrovo, poi sveglio, a riflettere su quel sogno e sui ricordi del giorno prima. Responso. Quel senso di nulla attorno a cui gravitavo prima di mettermi a recitare, disegnare, scrivere, e che mi rimaneva come domanda di senso (voglio dire, cosa sarebbe stato di me avessi smesso di fare?) derivava esattamente da quella distorsione della mia vita, da quella compressione, come se mia madre mi avesse sempre sentito ‘troppo malato per vivere’.

Ed è lei a fare al posto mio nel sogno, come se nelle cose che faccio ora non ci fossi io ma lei, o, fuor di metafora e metonimia, come se io non facessi per gioia e desiderio di scoprire me stesso, ma con quel giudizio alla base, e quindi con paura. Da ciò deriva l’ansia di cui scrivevo la volta scorsa. Quell’ansia che mi blocca e che mi mette nella condizione di non fare o di fare in modo non corrispondente ai desiderata dei miei datori di lavoro. Non so ancora come lavorare su questa scoperta, ma sicuramente sapere che non mi sto comportando come fossi veramente me stesso ma seguendo pedissequamente la paura che quel giudizio genitoriale sia vero è importante per non farmene castrare.

Sono solo alle fondamenta del mio nuovo palazzo, ovvero sono arrivato a capire una cosa che mi è nemica dentro di me. Sono bravo a contrastare i miei nemici esterni, quando li incontro, le persone che vorrebbero mettermi i bastoni tra le ruote col gaslighting, ad esempio: con loro non perdo più di tanto tempo perché riconosco delle dinamiche e so dirigermi laddove quelle dinamiche non sussistono. Ma cosa comporta ripensarmi da zero? Ne sarò capace? Penso che una parte importante sia ora fare da genitore a me stesso, dicendomi che in fondo non sono così tanto fragile, che non sono più la persona che ha bisogno di farsi condizionare, che.

Ecco. Perché mi sono lasciato condizionare? Ricordo una volta una litigata furiosa con mia madre, da adolescente, in cui le avevo detto di trovarsi uno psicologo bravo, e in cui le avevo urlato di essere “mio e di nessun altro”. Lei per tutta risposta aveva reagito in maniera irrazionale, come a dirmi “No, non sei tuo. Non puoi allontanarti da me e dai miei ricatti”. Anche il mio lento, troppo lento allontanarmi da certe credenze che erano una estensione del dominio materno in fondo sono state una espansione di quella lotta. Poco conta che negli ultimi anni noi due ci eravamo riavvicinati e che, in era adulta, lei mi sia stata comunque alleata. Quello è stato un mio obiettivo raggiunto, ma ciò che proviamo da ragazzi o comunque ciò che sta nel passato spesso si risveglia e domanda attenzione.

Dunque, se si scatena l’irrazionalità se provo a essere me stesso, forse è meglio che io non ci provi neppure. E’ così anche adesso che vivo solo? E’ così anche adesso che nessuno può decidere per me? Sono ancora spaventato da quella rabbia? Certo è una disdetta che la abbia incontrata anche in società varie volte, ma se questa cosa da un lato mi fa relativizzare la figura materna (mia madre non era un mostro, era semplicemente una persona ben inserita socialmente in una società bloccata, e qui Anna Arendt mi viene in aiuto) dall’altro mi lascia con la sensazione che in questo momento forse sto prendendo il fiato dalla mia lotta contro un mondo che forse almeno nella mia testa (e magari non solo lì) non mi vuole come sono realmente – non ci vuole come siamo realmente. Sarà il caso di tenerlo bene a mente. E di ricominciare presto la lotta.

Intanto stanotte altri sogni si sono affastellati alla mia mente. In uno di essi trovavo lavoro come venditore di biglietti della lotteria. Una lotteria dove il montepremi era stabilito dal biglietto che ti capitava in mano (per un massimo di settantacinquemila euro) e sempre quel biglietto, grattato, oltre a stabilire cosa avresti potuto vincere decretava la tua vittoria o la tua sconfitta. Per trovare avventori dovevo sempre utilizzare il telefono, contattare persone, convincerle a partecipare al gioco. Peccato che la prima sera di lavoro il telefono non funziona tanto bene e un ragazzo mi distrae chiedendomi continuamente di giocare con lui. “Non sai che colpo al cuore mi dai” gli dico nel sogno.

Abbandono dunque il posto di lavoro e mi fermo a bighellonare con un ragazzo più grande altrove, in uno spiazzo, dove ci sono anche dei gatti con cui mi metto a giocare. A uno di essi mi ritrovo a un certo punto a tenere le zampine, per giocare, ma il gatto si ribella e fa per mordermi. Gli domando se gli ho fatto male e il gatto, ecco, mi risponde. Mi dice che il selciato gli ha rovinato un poco i piedi, e che la mia presa gli risvegliava del dolore. Decido di lasciarlo libero e che è ora di tornare al lavoro, ed ecco che il gatto si trasforma in un uomo, un sottoproletario con una tuta sportiva grigia e gli occhiali dalla montatura bianca.

Mi muovo nella città alla ricerca del mio posto di lavoro. Sono titubante. Avrei dovuto avvisare i miei responsabili della mia assenza, come concordato, ma non l’ho fatto e mi domando il perché. Ed ecco che prendo una scorciatoia passando in un baretto oltre il quale c’è il fabbricone dove io faccio le mie telefonate. Qui un ragazzo mi trattiene. Mi vuole assolutamente convincere di qualcosa che riguarda la mia persona. Non ricordo cosa. Ricordo solo che litighiamo. Il ragazzo chiede aiuto a un prete, il quale lo ammonisce così: “Puoi convincere le persone solo di ciò che hanno in pancia!”. Il ragazzo mi trattiene e insiste, e siccome devo andare a lavorare gli prendo la testa e gliela sbatto contro il muro. Il ragazzo cade.

Due suoi amici mi prendono per le braccia e mi dicono molto alterati che devono farmi un discorsino. Uno si toglie l’orologio dal polso, l’altro prende un braccialetto elastico e lo mette al mio, di polso. Io cerco di lasciarmeli alle spalle ma non ci riesco, sono molto decisi. Ed ecco che improvvisamente suona la sveglia. Non so come si sarebbe concluso il mio sogno. Non so nemmeno cosa significhi. Forse lo scoprirò nei prossimi giorni. Forse nelle prossime settimane. Ma l’inconscio si è messo in moto e mi sta dando segnali. No so se ancora sono in grado di sconfiggere l’ansia di cui parlavo nel post precedente, ma sicuramente è tutto collegato … 

 



 

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