Because I Always Feel Like Running

Stanotte ho sognato una mia vecchia compagna. Dopo che ci siamo lasciati, non ci siamo più visti per dieci anni, dopo di che io le ho scritto una email e abbiamo reiniziato a frequentarci da amici, per un po’. Poi più niente, tranne quando ci si incontra per caso e si parlicchia un poco di questo, un poco di quello, e si ricordano vecchie cose. Lei si è destrizzata. Non so perché. Col ragazzo con cui era stata dopo di me si era fatta musulmana, ma lui aveva manie di controllo su di lei, non la faceva nemmeno lavorare. Quindi lei ha iniziato a odiare quel mondo, che ha identificato con un particolare tipo di persone.

Non so se qualcuno l’abbia intercettata o se quelle idee, che ad esempio tutti gli immigrati abbiano sussidi mentre a noi disabili non spetta nulla se non briciole, ad esempio, le siano nate spontaneamente. Una volta mi aveva detto che le persone transgender le facevano schifo, perché non sono né completamente uomini né completamente donne. Su questo sono riuscito a farla ragionare dicendole che lei era italiana solo da parte di madre e che c’era stato un periodo in cui anche lei avrebbe fatto schifo a qualcuno, magari nei suoi amati Stati Uniti d’America.

Scrivo queste cose perché stanotte l’ho sognata. Non vi racconterò il sogno, perché per quello ho una agenda dove trascrivo tutti gli elementi onirici di cui mi ricordo il mattino dopo. Ma non è questo il punto. Il punto è che oggi, leggendo anche le vicende di alcuni anarchici condannati all’ergastolo, vorrei scrivere qualcosa che vi apra la testa, che vi permetta di ragionare fuori dagli schemi. Magari che lo permettesse anche a lei. Non sapendo se ne ho il carisma o la forza, provo a scrivere queste righe mentre ascolto Gil Scott-Heron, e vediamo che ne viene fuori.

Una ragazza che lavora in una agenzia interinale una delle ultime volte che ci siamo visti per un minicorso di un anno (mica tanto mini … ) finanziato dalla regione per l’inserimento lavorativo mi diceva che mi vedrebbe bene a tenere delle conferenze a miei simili, qualcosa come degli incontri motivazionali. Una persona che ha sofferto di allucinazioni, che scrive di musica (e di musica mica semplice da ascoltare come l’improvvisazione) in inglese, di cinema, che sarebbe pronta a lavorare non fosse per il gap dell’invalidità e dell’età, per lei potrebbe essere un esempio per molti.

Ma io ai miei “simili” vorrei dire che devono soppesare per bene la società in cui vivono e rendersi conto innanzitutto delle ferite che ha lasciato loro in eredità, tramite la famiglia e la società in cui vivono in primis. Anche perché molte persone che si prendono cura della loro salute vorrebbero in primo luogo farli desistere dal trovare soluzioni. Soluzioni che, a mio avviso, stanno dentro di loro, e che sono facilmente accessibili, basterebbe solo … ecco, basterebbe solo che si liberassero dalla schiavitù psicologica in cui vivono, schiavitù basata sui traumi che hanno vissuto.

Quei pochi che leggono questo mio blog sanno già di che traumi si tratta. Il trauma dell’essere stato fagocitato dalla propria famiglia (emanazione del mondo inumano che ci circonda), e il trauma del non amare se stessi, della impossibilità di farlo per via del troppo odio interiorizzato. La società va cambiata, e siccome le nostre vite vi rendono evidente ciò, noi dobbiamo essere invisibilizzati. Io sto in tutti i modi cercando di trasgredire, scrivendo, facendo l’attore, cercandomi un lavoro, non rassegnandomi. Se volete darmi una mano, iniziate a meditare su tutte le cose di cui scrivo e confrontatevi con la mia vita, e pensate alla vostra. A quanto avete dovuto soffrire voi per adattarvi.

A quello cui avete rinunciato. Magari avreste voluto amare quella persona che non piaceva al vostro capo. Magari avete rinunciato a un lavoro artistico perché “con la cultura non si mangia”. Magari avete scoperto che le persone sono semplici e manipolabili se si toccano le loro certezze e incertezze e siete diventati dei carnefici perché quel ruolo vi dava la sensazione di essere potenti, e così vi siete traumatizzati due volte. Cosa fare? Innanzitutto ascoltarvi. Ascoltarvi dentro. Più lo fate, meno avrete bisogno di potere come droga. Il potere su una singola persona o su più persone, che è il modo di vivere dei pochi che hanno potere su una massa che ritiene di dover fare altrettanto in piccolo (che è il risultato del trauma che hanno vissuto).

Vorrei scrivere qualcosa anche sulla questione carcere e anarchici, ma per il momento mi sembra di non aver ancora maturato una mia consapevolezza sull’argomento ‘prigione’ (devo ancora fare ‘quelle letture’ che mi sono ripromesso di fare) e quindi mi limito a dirvi che viviamo in un mondo dove avete delegato a delle persone il compito di decidere chi deve andare in carcere. Come avete delegato a delle persone il compito di pensare alla vostra salute. Come stanno i nostri ospedali? Pensate che le nostre carceri, che interessano molto meno all’opinione pubblica, stanno molto peggio.

Dovremmo smettere di delegare e, al netto del fatto che qualcuno specializzato si deve occupare delle questioni per cui avrebbe studiato e/o accumulato esperienze sul campo, poi dovremmo tutti almeno interessarci e avere una coscienza su determinati argomenti. Nel frattempo c’è un uomo al 41 bis che da due mesi fa lo sciopero della fame a oltranza perché secondo i giudici la prigione non lo ha piegato, non gli ha fatto cambiare idea, e quindi deve essere punito più duramente. Questo è un segnale importante: infantilizzare le persone non funziona (più). Bisogna trovare altri strumenti. Chi ha idee, si faccia avanti.

Anch’io ho vissuto situazioni in cui mi è stato tolto tutto, non solo in senso materiale ma anche spirituale (le cose che amavo e le persone che amavo ad esempio) per piegarmi. Non ha funzionato. Per questo mi sento vicino a quell’anarchico. Non mi interessa cosa ha fatto (pare abbia fatto esplodere un ordigno senza ferire nessuno, come fanno molte organizzazioni anarchiche in giro per il mondo) e posso anche non essere d’accordo con quel modo di fare, ma io e lui siamo uguali. Lui rifiuta il cibo. Io rifiuto di essere inquinato dalla società in cui vivo pur vivendoci dentro.

Perché se non posso avere una indipendenza di giudizio, su me stesso e sul mondo, chi sono allora? Tempo fa una amica mi diceva che se tutti ti dicono la stessa cosa vuol dire che è vera. Ma ci sono anche delle situazioni dove, ad esempio qui in Italia che ne è la patria, devi sottrarti a un certo familismo amorale. Non accettare compromessi e rischiare l’isolamento è un prezzo da pagare per quanto meno indicare un problema. Ho ad esempio provato a frequentare nel privato le persone che dovrebbero occuparsi della mia salute mentale, e non mi è piaciuto quello che ho visto.

Ho visto persone che si prendono cura a malapena di sé stessi, al netto dei soldi che fanno e che sono tanti, e che hanno figli che sono la loro ombra (in senso junghiano: figli che consumano coca a fiumi, a capodanno invece che starsene con la famiglia prendono su, fanno chilometri per caricare in macchina due prostitute e poi dopo altri chilometri le abbandonano al freddo perché hanno detto quella parola di troppo), e che godono nell’avere pazienti che li frequentano per decenni perché sanno di avere la bella vita assicurata. Poi fondano associazioni dicendo che il servizio pubblico è orribile e che quei poveri pazienti meritano qualcosa di più, ma fate sempre attenzione a mettere in discussione quello che fanno, mai.

Insomma per una persona che ha subito traumi perché aveva una energia di amore superiore al comune è dura. Siamo in tanti, molti vorrebbero fare una vita tranquilla al caldo, e quindi rischiano di diventare vittime due volte, ad altri ciò non interessa e quindi sono condannati a stare da soli e al freddo (freddo dentro e fuori). Voi state a guardare. Vi vedo. Vi giudico. E’ ora di cambiare. Mi piacerebbe mettermi a scrivere cose come fanno alcune persone con disabilità fisica, che parlano di ‘abilismo’ e altri concetti molto interessanti e che si provano a rendere il mondo un posto migliore culturalmente.

Ho deciso certo, di dare il mio contributo, ma a modo mio. Con righe come queste. Che vi stiano in gola, scomode, è il mio augurio per queste feste di Natale che io, come negli ultimi anni, passerò in completa solitudine perché nessuno ha il coraggio di starmi vicino. Troppo difficile forse. Troppo compromettente. Ma non importa, perché ho fiducia nel futuro dato che ho superato ostacoli per i quali nessuno mi avrebbe dato un centesimo, e so che dopo gli ostacoli ‘dentro’ supererò anche quelli ‘fuori’ … 

 



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