Cosa c'entra Dostoevskij con l'Anarchia Relazionale?
Gli è che il Dostoevskij ha uno stile unico e avvincente. Non è tanto l’uso delle parole, anche perché io ho fruito di una traduzione e quindi è a chi ha trasposto l’opera nella mia lingua la persona cui dovrei eventualmente fare i complimenti (per la cronaca, ho letto l’edizione Feltrinelli con traduzione di Gianlorenzo Pacini). No, è quello che narra ad avvincerti, non lo stile. “L’Idiota” narra di un principe, Lev Nokolaievic (nome e patronimico, faccio notare, sono gli stessi di Tolstoj, che odierà questo romanzo) Myskin affetto da ‘idiotismo’, termine generico con cui si indicavano le malattie mentali prima che la psicoanalisi le declinasse in nevrosi, psicosi e schizofrenia in base a un certo livello di gravità e incurabilità.
Deleuze e Guattari ne discettarono in “Millepiani: Capitalismo e Schizofrenia”, asserendo che se il nevrotico è considerato ‘curabile’ perché sente l’assurda pressione del capitalismo nel volerlo macchina produttiva repressa, ma vorrebbe ancora stare a quel gioco assurdo per masochismo, lo schizofrenico invece è inaggiogabile dato che preferisce un altro tipo di produzione, quella significante (o delirante, cioè fuori dagli schemi del capitalismo stesso). Eccomi qui, lo schizofrenico perfetto, a produrre significati tramite questo blog. Le statistiche mi dicono che siete in pochi eletti a leggermi, infatti, e tutto perché questo contenitore presenta contenuti – personali ma anche culturali – che non stanno assieme in nessun altro contenitore al mondo …
Ma torniamo a Dostoevskij. Il principe Myskin è un idiota, che ha passato un certo periodo di tempo in Europa, per la precisione in Svizzera, per curarsi i nervi. Rimesso, si ripresenta nella sua amata Russia dove cerca il suo ‘posto nel mondo’. E lo trova facilmente, o meglio facilmente trova contatti umani soddisfacenti, forte di una propria peculiare caratteristica: l’interesse per gli altri. Una persona con una curiosità infantile per il proprio prossimo non può che attirare simpatia, e infatti Myskin diventa oggetto di simpatie di una nobile famiglia pietroburghese, gli Epancin. Ben presto inoltre si innamora di una donna, Nastas’ja Filippovna, che lo ricambia ma in maniera infelice.
L’Anarchia Relazionale, cui io aderisco, dovete sapere che è una modalità di relazione ancora più a sinistra del Poliamore. Se in quest’ultimo caso un uomo o una donna possono avere multiple relazioni, con uomini, donne, in base ai propri gusti, nel caso dell’Anarchia Relazionale si tende invece anche ad affievolire le barriere tra amicizia, affetti, amore, relazioni sessuali (il sesso può esserci o meno, non è questo l’importante: l’importante è che non venga escluso a priori, in virtù di quella decisione arbitraria per cui esso si deve praticare solo tra persone che si amano e non, ad esempio, tra amici).
Quale sarebbe lo scopo dell’Anarchia Relazionale? In poche parole, quello di sostituire la piramide sociale che tutti tendiamo a costruire, con al vertice una e una sola persona amata, in mezzo gli amici, sotto i parenti e alla base i conoscenti (colleghi di lavoro ad esempio), con un ecosistema in cui tutte le persone coinvolte possano a loro piacimento essere fondamentali in un determinato momento o sempre per ogni altro individuo presente nel detto ecosistema. Capite che è un modo più umano di vivere, senza gerarchie e blocchi, seppure consenta il piccolo svantaggio (ma non è detto che lo sia sotto tutti i punti di vista) di essere un modello sociale che impone lo smantellamento di alcuni tabù che per il resto a me paiono essere totalmente irrazionali e arbitrari.
Capite che, se ai tempi di Dostoevskij ci fosse stato un substrato culturale adatto, tre persone come Aglàia, Nastas’ja e Lev Nikolaievic avrebbero potuto vivere come triade, magari includendo anche altri soggetti nel proprio nucleo sociale col tempo, ed essere felici e contenti. Ma in un mondo che non contempla ciò nella maniera più assoluta i tre erano condannati ad essere infelici, cosa che infatti avverrà. Nastas’ja verrà uccisa dal rivale del principe, tale Rogozin, furioso perché consapevole che non sarebbe mai stato ricambiato, il principe finirà i propri giorni in un manicomio per ‘incurabili’ e Aglàia si sposerà con un nullatenente che si atteggia a nobiluomo e per di più diventerà una fervente, ortodossa cattolica (il cristianesimo degli intriganti, dei ‘gesuiti’, secondo lo scrittore russo).
L’arte serve a mostrare agli uomini i limiti del loro modo di vivere, e una società, con un modello romantico, che serve unicamente a propalare interessi economici (una coppia dove l’uomo procura soldi, la donna se ne sta a casa a curare figli cui trasmettere il patrimonio dell’uomo) non può essere fatta per rendere felici le persone, ma solo per intristirle. Dostoevskij tante cose non poteva saperle, o meglio, non poteva leggere nel futuro, ma da artista e creativo si pone domande laddove chiunque altro si limiterebbe ad accettare barriere socialmente create per renderci funzionali alla mera propagazione della specie, e non alla felicità degli individui.
Il film di Carax è pieno di sintomatologie che ci mettono in un particolare stato d’animo. Mireille, la ragazza di cui il protagonista (senza nome, se non ricordo male, ma potrei ricordarmi male … ) si innamora per paura della propria solitudine viene lasciata dal suo ragazzo al citofono con sullo sfondo “Holiday in Cambodia” dei Dead Kennedys, e quando Lavant si trova in casa sente dei vicini che litigano, e una delle due voci, quella maschile, accusa l’altra di voler amare in un mondo tanto ostile ai sentimenti quanto quello degli anni Ottanta del secolo scorso senza provare a cambiarlo.
Fortunatamente avevo visto, prima di questa pellicola, un altro film francese, “J’Entend Plus La Guitare” di Philippe Garrel, dove i sessantottini protagonisti affermano di essere l’ultima generazione in grado di parlare sul serio d’amore perché, è sottinteso, si occupavano anche di voler vivere in una società a misura del loro amore, e non di ridurre il proprio amore per farlo stare nei confini garantiti e voluti dalla società stessa. Ecco, tutto torna. Se questi esempi accanto al tomo dello scrittore russo vi infastidiscono, sappiate che siete degli insopportabili moralisti. Non esiste cultura di serie A e cultura di serie B, dato che la cultura tutta ha a che fare con il desiderio dell’uomo oppure è colonizzazione, sradicamento dell’uomo stesso in favore di nozioni astratte.
Dunque che cosa ci dice Dostoevskij e i suoi emuli rispetto all’essere umano? Che forse limitarsi a provare sentimenti per mettere su famiglia è contro la grandezza dell’uomo stesso, e che, per intanto, provare sentimenti e mettere su famiglia non sono due cose consequenziali. Se a voi non è mai capitato di amare due persone contemporaneamente, mi spiace per voi. Non sapete cosa vi siete persi. Già il provare sentimenti autentici in un mondo che ve li bolla come superficialità dovrebbe porvi in uno stato d’animo che mi auguro tutti riusciate prima o poi a provare, perché non c’è miglior modo per sperimentare quanto la società sia piccola rispetto a voi che provate a farne parte.
Chissà, magari inizierete a detestarla, la società. A volerne creare una diversa. Magari troverete dei partners in questo, o magari no, ma quel che conta è che sentiate quanto le energie di amore che ci muovono tendono a essere imbrigliate dall’umanità e a comprimerle, a non lasciarcele vivere per quello che sono al punto che noi stessi potremmo autocensurarci proprio in quanto ‘uomini civilizzati’ (colonizzati). E allora visto che è dicembre e che si avvicina il Natale, fate questa richiesta a Gesù Bambino: due, tre, quattro persone da amare senza barriere e senza ‘posti’ in cui infilarle ma che anzi siano in grado di ‘allargare’ quello che pensiamo siamo capaci di provare per loro.



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