L’Anima delle Periferie – Milano E’ Viva
Ricordo che inoltre per mesi ripensai a quello spettacolo, parlandone anche con amici, e quando alla fine decisi per il grande salto mettendomi a studiare come attore arrivai di nuovo a loro con un laboratorio, ed ebbi l’opportunità di verificare come si lavora in Animanera da dentro, grazie alla regia sensibile e attenta di Aldo Cassano e Natascia Curci.
Il fatto è che Animanera non è una fabbrica di spettacoli. In Animanera conta, moltissimo, il fattore umano. Si sceglie di mettere in piedi Durenmatt perché rispecchia questi nostri tempi bui, così come si sceglie di raccontare la vicenda di Victory perché c’è un legame tra il vissuto di questa compagnia e quello di una giovane immigrata nigeriana, proporzioni permettendo. Non potete avere idea di quante connessioni ci sono tra noi e il mondo, a meno che non vi ci mettiate in gioco.
Veniamo ora al Festival L’Anima Delle Periferie, progetto sostenuto dal Comune di Milano per Milano è viva. Si tratta di un intervento di Teatro Sociale nelle periferie milanesi che si tiene in diversi spazi dall’1 al 15 dicembre 2022. Io riesco ad essere presente, purtroppo, solo in due serate, delle quali voglio raccontarvi qui.
Iniziamo da martedì 6 dicembre. Ci sono tre spettacoli, il primo si intitola La Panchina, testo di Davide Carnevali, regia di Aldo Cassano, con Yonas Aregay e Yudel Collazo. Segue L’Uomo con gli occhiali, di Greta Cappelletti, sempre per la regia di Cassano e con Aregay protagonista, e si chiude con Mani Blu, di Magdalena Barile, sempre di Cassano alla regia con Kalua Rodriguez e Aregay.
Una vera e propria trilogia sull’emarginazione e sulla discriminazione, ma non si tratta solo di questo: i personaggi sono veri, trasudano vissuti, commozione e simpatia in senso etimologico (si soffre e ride con loro). L’attore occhialuto che per anni viene emarginato per la sua ‘diversità’ (un tocco di surrealismo che non guasta) e che poi si perde tra bisogno di amore che sfuma nel bisogno di certezze fa pendant con il writer omosessuale che per salvarsi deve travestirsi da donna nella sua terra natale, il quale a sua volta richiama i due calciatori in panchina che ‘ce l’avrebbero fatta’ (forse).
La voglia di raccontarsi e di rendere consapevole il pubblico delle possibili storie in cui può inciampare o esprimersi l’umano, a seconda dei punti di vista, è palpabile come è palpabile il calore del pubblico. Per certo le risate e le emozioni condivise sono sincere, oneste e mi sono anche trovato a riflettere sul fatto che questo gesto, questa unione sia un primo, piccolo, timido ma deciso inizio di una mutazione del teatro da come lo conosciamo noi europei a qualcosa di diverso, in divenire.
E veniamo alla seconda serata. Mercoledì 7 dicembre assistiamo a un documentario di Paul Guccione e Curci sul viaggio della speranza, perché colmo di orrori ma anche di luce, di Victory Odouagbon, dalla Nigeria alla Libia e infine al nostro Paese. Victory, che sogna di diventare cantante ma è già una cantante, come dimostra al pubblico donandosi alla fine di un caloroso applauso al termine della visione e emozionando ancora di più, racconta il suo viaggio in un flusso di coscienza che si alterna a immagini di lei e della figlia avuta durante il viaggio, di lei e dell’attività del Centro del Comune dove con altre persone si mette in piedi un piccolo concerto natalizio che lenisce la lontananza da casa; il tutto mi ha fatto pensare a Pinocchio che diventa finalmente essere umano, non che Victory non lo fosse inizialmente, ma la scoperta e il mantenimento, anche grazie alla fede cristiana, dei propri doni e della fiducia in un futuro migliore passando attraverso difficoltà di ogni genere è realmente il viaggio di un Picaro.
Ed ecco che si torna alla finzione, per così dire, scenica con Rodriguez, Collazo e il pluristrumentista Stefano Torre che in un viaggio sensoriale – si prepara persino un cocktail sul palco, e inoltre ci sono frammenti video, audio e il suono di strumenti reali – raccontano la propria vita divisa tra Cuba ed Europa, con una riflessione importante anche su ciò che è accaduto in una piccola isola che per decenni è stata un simbolo per molti, nel bene come nel male, ma che è stata terra vissuta da uomini di carne e sangue, innanzitutto, come è giusto che sia.
Il viaggio di Animanera non si conclude in questi due giorni, ma questo spicchio di realtà aperto da quella che non è solo finzione ma, come sottolinea Guccione, arte della relazione, lascia aperte molte porte sul futuro e ci dà speranza per un’arte e una umanità magari ferita, ma non sconfitta e sempre piena di desiderio e di voglia di un futuro più pieno di significato.


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