Fate arte, se potete.

E’ l’Epifania. Il sei Gennaio. Anche oggi sono solo. Ieri sera però ho recuperato la visione di Futura, un piccolo film italiano uscito al cinema lo scorso anno e diretto da Lamberto Sanfelice, qui al suo secondo lavoro cinematografico, che parla, anche, di creatività e musica. Il protagonista è un trombettista che ha avuto un padre ingombrante, un sassofonista geniale (ricalcato sulla figura di Massimo Urbani) che però non ha saputo fare da padre ma ha comunque trasmesso al figlio la passione per la musica.

Purtroppo il figlio, per mantenere la famiglia, ha scelto di servirsi della copertura di tassista per poi in realtà fare il corriere per dei malviventi che commerciano in cocaina. E’ una Milano notturna quella che vediamo nel film, dove la sostanza proibita scorre a fiumi, mentre l’arte è presente in qualche teatro ma nulla di più. La vita va oltre l’arte, e alla fine si prende la sua rivincita sul protagonista, la sua famiglia e il suo desiderio di riprendersi la musica, il rapporto col padre, tutto ciò che gli spetterebbe in quanto essere umano.

Chi ha scritto critiche al film, e anche per questo ho atteso un po’ per guardarlo, perdendomelo in sala, in realtà ha detto che la pellicola in questione ci mostra dei personaggi non molto sviluppati, separati in due rivoli. Da un lato i malavitosi cattivi, dall’altro i musicisti buoni. In realtà io trovo che ci sia molto non detto in questa sceneggiatura, un lavoro che quindi agisce sul pubblico per sottrazione, ma gli elementi interessanti ci sono tutti. C’è la difficoltà di lavorare con la musica, di mantenersi con essa, e il bisogno di arrangiarsi. Ci sono le difficoltà nei rapporti famigliari. C’è il male che per molti male non è, ma solo routine.

Ci sono le musiche di Stefano di Battista ed Enrico Rava. E su questo faccio un piccolo appunto. Io ascolto prevalentemente jazz, ma non quel jazz. Il post bop, soprattutto in salsa italiana, è un genere derivativo. Certo, devi imparare a suonarlo, e questa istruzione è anche una educazione dell’anima alla bellezza. Ma a me non basta. Io ho amato e amo tutt’ora il jazz come si è sviluppato a partire dagli anni Sessanta perché in quella musica ci sono persone che hanno imparato sulla propria pelle che se la società ti odia tu devi amarti. E’ una lezione implicita, almeno che tu non legga James Baldwin, ma è presente. In Coltrane, in Coleman, in Sanders, in Ayler. Tu suoni quello che sei. E non devi nasconderti. 

Nel bop bianco, questa lezione si perde, forse si annacqua, ma comunque non è così presente. Massimo Urbani infatti, cui va tutto il mio rispetto, era un “animo tormentato come Chet Baker”, ha scritto qualcuno in qualche recensione. E’ solo questione di accenti, ma anche Don Cherry era un patito dell’ago, eppure quando ascolti la sua musica senti una energia che va al di là del singolo individuo, o della somma dei singoli individui coinvolti, e che non è tarpata nemmeno nella quotidianità. Senti una voce umana, calda, avvolgente in quella tromba. Provate ad ascoltare ad esempio i suoi dischi con Ed Blackwell, il batterista. C’è tutto un mondo lì dentro, quasi più di quanto una persona possa sperimentare in una sola vita.

Questione di accenti dunque, di piccoli spostamenti dell’anima. Io non ho avuto un padre che si è allontanato da me perché aveva paura di non saper fare il padre. O forse sì. Solo che quel padre mi si è rivoltato contro, perché non voleva che gli dicessi che non era stato un bravo padre. E il bello è che aveva fatto tutto lui. Non che io non lo avessi giudicato incapace, ma, come dire, c’era anche il tempo per rifarsi, volendo. A volte non ci vuole molto per ammettere una mancanza e andare avanti. Per la maggior parte della gente che conosco invece non è così: ammettere una mancanza è uno scoglio insuperabile. Significa morire.

Uno scoglio per non superare il quale si è disponibili, appunto, ad uccidere, metaforicamente (fisicamente no, le leggi lo impediscono, anche se ogni tanto un morto ci scappa). Animicamente, però ... E’ per questo che la società ha bisogno di specialisti che certifichino che certe persone, colpite al cuore, non rientrano nella norma e vadano considerate ‘al di là del bene e del male’. Certo, poi magari un po’ le si aiuta con le cose materiali, anche se sempre di meno, ma sempre tenendole a debita distanza dal cuore, perché nessuno vuole sapere di poter essere così malvagio e di avere quel potere, e di dovere stare attento nell’esercitarlo. O di poter diventare vittima.

In fondo è molto più semplice pensare che esista una cosa chiamata follia che investe alcune persone e ce le rende inaccessibili e incomprensibili per sempre. Per questo l’arte è fondamentale. Chi suona o chi recita lo sa, lo sente che almeno in quel momento le divisioni scompaiono, e le energie vitali tornano a fluire. Per questo ci sono ad esempio persone che hanno dedicato e dedicano la loro vita a far recitare i carcerati. Perché il carcere è come l’istituzione psichiatrica: un altro feticcio, come direbbe Freud, che ci impedisce di guardare alle ineguaglianze sociali e ci permette di pensare che tutto sia al suo posto, che la nicchia che ci siamo scavati, chi ha potuto farlo almeno, è sicura e rispecchia tutto il mondo.

E allora vi stupite che in una città come Milano ogni tanto un teatro chiuda ma ci siano sempre negozi dove comprare vestiti e cibo? L’esteriorità e l’interiorità sono questo ormai, e basta, per molti di voi. Non avete quasi letteralmente l’opportunità di esplorare altro. Appena vi si palesa l’opportunità di una alternativa, vi voltate oltre spaventati. Ma non siete tutti così. Ieri ad esempio, ero in una libreria e ho sentito due ragazzine parlare di Nietzsche e di Camus. La prima aveva provato a regalare al suo ragazzo Al di là del Bene e del Male, la seconda del filosofo francese aveva letto tutti i libri.

Non so se il nostro mondo ha un futuro, ma è anche da qui che esso parte. Dall’amore per l’anarchia prima ancora che essa sia credo politico (perché in fondo uno può dirsi anarchico e avere la tessera della FAI in tasca, conoscere tante nozioni e nulla più). Io parlo dell’anarchia del cuore. Della capacità di ascoltare i moti del proprio animo e di decidere per sé se certe situazioni ci piacciono o no. In fondo è per questo che scrivo: quando lo faccio, i pensieri mi si disingarbugliano, quello che voglio e quello che non voglio diventano più chiari.

E allora chiudo questo scritto invitandovi a sperimentare ciò che sta sotto la superficie. Provate una passione artistica. Anche solo da spettatori. Ma non perché volete elevarvi, essere più profondi degli altri, gustarvi di più la vita. Di fatti anche le amarezze potrebbero aumentare. Lo dice anche Di Battista nel film di Sanfelice: noi musicisti sentiamo tutto in maniera più viva, sia il bene che il male. E’ inutile fare bioenergetica o mindfulness se poi rimanete gli stessi per tutta la vostra vita. Magari inciampando scoprirete cosa volete fare veramente, cosa potete fare. Sempre che quelle strade la società non le abbia chiuse. Allora sarà un po’ più complesso, ma il “male” non può essere, non può esistere per sempre. 

 


 

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