Limbo (non quello che si balla)

Dunque. Sto aspettando dei documenti per una assunzione lavorativa da circa una settimana. In questi giorni la mia email non funzionava, e quindi sono dovuto starmene tutto il giorno davanti al PC ad attendere che il servizio venisse ripristinato sperando che i documenti mi arrivassero. Non sono arrivati. Devo aspettare settimana prossima. Il mio inserimento lavorativo è previsto per metà febbraio.

Nel frattempo lo scorso weekend ho seguito un seminario per attori con elementi di metodo Linklater. Insegnante ufficiale molto preparata ma il metodo richiede tempo, così ci saranno altri incontri cui non so ancora se parteciperò. Dipende dal mio inserimento lavorativo, se lavorerò nei giorni del seminario, eccetera. In compenso martedì sera inizia il mio nuovo laboratorio con recita finale a luglio.

E, ciliegina sulla torta, oggi mi è arrivata la seconda rata del condominio. Da pagare entro lunedì, quindi vai di bonifico istantaneo che, per come sono strutturati gli istituti di credito italiani, costa di più. Poco, ma di più. Ora, che bilancio posso trarre da questa settimana di attesa e dalle poche attività svolte? Che attendere è una rottura di scatole, ma che tanto in casa sono solo, quindi tra una focaccia alle olive e un po’ di musica hardcore punk il tempo passa in fretta.

Ho scoperto che è una cazzata quel modo di dire secondo cui noi abbiamo con noi tutto ciò che ci serve e che dobbiamo solo scoprirlo. Ad esempio, prendiamo il seminario sulla voce. Durante l’ultima ora una ragazza che lo seguiva con me ha pianto, perché ha scoperto di avere una voce bassa e roca diversa da quella acuta che utilizza di solito per ‘regole socialmente accettate’. Anch’io mi sono commosso per lei.

Ecco, quindi da un lato certo, la voce è una cosa che è qui con noi e che dobbiamo solo scoprire o riscoprire. Ma dobbiamo fare un viaggio per scoprirla. Un viaggio fatto di esercizi e scambi coi nostri simili. Quindi no, nel senso: tutto ciò che è con noi può essere manipolato e modificato, e per riscoprire come siamo veramente occorre tempo, fatica e anche casualità (qualcuno direbbe sincronicità, ma … ).

Detto che poi io invidio chi lavorando su di sé ha delle piccole epifanie. Io le ho raramente. Vi ho raccontato in passato di quando mi sono accorto alla mia vecchia scuola di teatro che i miei tentativi di farmi fuori decenni fa erano causati da odio interiorizzato e ho avuto questa cosa chiara, uscita dalla mia mente come un fumetto e visibile solo a me mentre facevo training fisico. Ed è stato un  momento importante. Ma non tanto frequente come vorrei.

Anzi, a dirla tutta ho paura che a fare troppe cose per come va il mondo dell’arte oggi come oggi io rischi di perdermici dentro, non nel senso di modificare me stesso, non ci vedrei nulla di male, ma nel senso che rischio di perdere la mia visione anziché arricchirla. Anzi, la mia visione, come diceva la mia vecchia regista, un po’ l’ho già persa. Per merito della società in cui vivo, ovviamente.

Un  mondo fatto di guerre fredde, di lavori mal pagati, di precarietà, di pandemie, di paranoie, di diffidenze che diventano esclusioni o abusi, di poteri che sempre più mettono alla corda le voci contrarie e ostinate, di arte sempre più relegata al ruolo di ‘ciò-che-deve-scomparire’, ché con la cultura non si mangia, di impossibilità a pensare a un futuro, a un luogo o a qualsiasi cosa verso cui tendere, indirizzare le forze, una visione che modifichi anche il presente.

Un’altra cosa di cui mi sono accorto è che, se Ornette Coleman, il pluristrumentista, in una intervista diceva che lo scopo della sua arte era farsi sentire, farsi ascoltare, e che per questo era costantemente in bolletta, io rischio di fare la stessa fine. Anche per questo mi dedico al lavoro d’ufficio e nel tempo libero mi dedico all’arte. Lo so che molti storceranno il naso, ma io ho bisogno anche del pane, non solo delle rose.

Purtroppo viviamo in un mondo dove entrambe le cose rischiano di esserci negate. Niente pane, niente rose. Un po’ di pane .. cosa te ne vuoi fare delle rose?! Ringrazia per quel che hai!! Oppure, ancora … Pane?! Rose?!! Sei uno schiavo, cosa credevi? Detto che la mia idea di arte è quella di Jean Genet, che vorrei davvero che i teatri, che piano piano stanno chiudendo, aprissero ma vicino a dei cimiteri e che bisognasse attraversare quelli per accedervi.

Ma chi vuole la sua dose quotidiana di morte vera, simbolica, nel mondo contemporaneo? Li vedevo i pubblici dieci o più anni fa quando scrivevo recensioni. Persone che andavano a teatro per non guardare la televisione, per dirsi colti e raffinati con sé stessi, per educazione, per censo, per ostentazione. Pochi avevano la fame vera. Quella che provo io. La fame di senso, la fame dei sensi. Come farò, una volta formatomi, a farmi sentire?

Tutto diventa più difficile. Tutto diventa una sfida. Solo, con la mia idea di arte che si sgretola (se non quando ascolto musica fatta da altri, o leggo libri scritti da altri, o vado a vedere spettacoli fatti da altri, ma questa cosa è più rara perché nel presente … brrr), con la mia idea di relazioni umane che, come scrivevo qualche post fa, diventa un punto di domanda. Perché deve essere tutto così maledettamente difficile? Perché uno non si può fermare, guardarsi intorno e dire “Sì, è tutto chiaro dentro e fuori di me?”.

Oggi ad esempio volevo lasciare un commento sotto un canale Youtube di infotainment, dirgli quanto sono diventati democristiani nel corso degli anni, violenti, con argomenti ad personam che illudono chi ascolta di saperla più lunga degli altri e di avere chiarezza, e invece. Poi ho pensato che sarei semplicemente stato fuori luogo. E allora ho cancellato quelle righe. E’ difficile essere buoni in un mondo cattivo, recitava il manifesto di un film con Mastandrea di tanti decenni fa tratto da un libro di Culicchia. Rischi di passare tu, per cattivo.

Ho scritto due lavori teatrali sotto il lockdown. Li ho mandati in giro ma nessuno mi ha risposto, di coloro che avevo contattato. Una compagnia si era detta entusiasta di aver ricevuto materiale nuovo da un nuovo scrittore, ma non ne ho saputo più nulla. Altre persone mi hanno risposto con il classico birignao, ché siccome io sono sconosciuto non ha senso perdere tempo con uno come me. Alla faccia dell’apertura mentale.

Insomma, domani è sabato e tornerò in città per diletto. Voglio fare un salto in un paio di negozi di dischi per vedere se trovo musica nuova (o meglio vecchia, ma da riscoprire) e poi magari mi guardo un film, anche se non ho deciso ancora cosa potrebbe interessarmi. Sempre solo. Non che la cosa mi pesi più di prima, ma mi domando quante cose altri potrebbero farmi notare in una quotidianità e reciprocità che non sia quella dell’educazione di chi si conosce poco o nulla anche se lavora assieme per qualche progetto.

E poi ripenso ai miei. Mi sono tornati in mente il gaslighting che ho subito in famiglia e in quel pezzo di società attorno ad essa tempo fa e al perché, a quei miei genitori spaventati e sotto accusa (da sé stessi principalmente) per il fatto di avere un figlio non conforme, con interessi e vissuti che non sapevano come gestire e pieni di sensi di colpa che col gaslighting hanno preferito ricacciare dentro di me. Via via brutti, tornate da dove siete venuti.

E’ come essere sull’arca di Noè ma senza animali. A proposito, forse non lo sapete ma in ebraico Dio non disse a Noè di costruirsi un’arca, bensì un linguaggio nuovo. Furono poi i traduttori dell’Antico Testamento a creare confusione, forse appositamente. Ora che sto persino cercando di scoprire una voce nuova, non trovo più miei simili, persone che parlano come me non solo nelle parole, nella forma, ma anche nella sostanza.

E ora di scaldare un caffè e mettere qualcosa sotto i denti. Sono curioso di verificare cosa i prossimi giorni hanno in serbo per me. Che persone, che idee, che pratiche. Sono curioso di vedere cosa si sbloccherà, se si sbloccherà qualcosa, e che novità mi aspettano. Intanto mi godo il silenzio di questo pomeriggio invernale, il tepore del liquido che andrò ad ingerire. Domani mattina mi aspettano le pulizie di casa, e poi nel pomeriggio la città. 

 



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