Aboliamo le prigioni? Sarebbe ora
Lo scopo era evidente: da un lato si faceva pressione su una fetta consistente di popolazione per far capire ad essa che non era proprio vero che c’era la libertà assoluta, ma una piccola libertà relativa con molte limitazioni, dall’altro mentre le prigioni si riempivano di gente di colore e si svuotavano di bianchi, era possibile avere una immensa quantità di forza lavoro (per i cosiddetti lavori forzati) che con l’abolizione della schiavitù era venuta a mancare.
Senza contare quanto questa situazione cambiò la percezione da parte dei benpensanti nei confronti delle persone razializzate: tutt’oggi molti credono che neri, ispanici e asiatici siano più propensi a delinquere dei bianchi. Li si guarda con maggior sospetto. Questo mentre le donne vengono perquisite con metodi che non si allontanano tanto da quelli di un abuso sessuale sistematico e quotidiano. Questo mentre ad esempio qui da noi in Italia nei CPR tantissime persone di colore vengono trattate chissà come, nella sostanziale assenza di riflettori puntati tranne quelli di alcuni sparuti gruppi di attivisti.
Fatto è che la prigione, il carcere, nasce come insegna anche Foucault nella seconda metà dell’Ottocento in ambito protestante. Cose che oggi potrebbero essere considerate come tortura, come l’isolamento, la mancanza di contatti umani e l’inazione forzata, allora erano considerate come situazioni che avrebbero permesso all’anima di rifiorire e ai carcerati di redimersi. Ovviamente parliamo dei carcerati uomini, ché le donne erano ‘perdute per sempre’ (il primo che mi dice che il patriarcato non esiste gli rido in faccia della grossa) e per questo le donne stavano in prigione più a lungo e subivano condanne più pesanti.
Di più. Il carcere è anche un feticcio, perché nasconde le ingiustizie sociali facendo credere ai cittadini che chi delinque merita il carcere e non migliori condizioni economiche e sociali che gli permettano appunto di non delinquere più. Ricordatevi che in USA col carcere si perde il diritto di voto, e in molti Stati anche il diritto di lavorare. Pensate che chi finisce in questo ‘complesso carcerario-industriale’ non può non fornire mano d’opera per lavori pesanti, quando non addirittura diventare cavia di esperimenti scientifici (ebbene sì, succede anche questo).
Ovviamente Davis, come il suo intellettuale e attivista di riferimento W.E.B. Du Bois, non si limita alla parte destruens del discorso. Come ai tempi del razzismo non bastava infatti cancellare la schiavitù ma anche costruire una società più democratica, così oggi non basta dire ‘chiudiamo le galere’ per risolvere il problema: bisogna anche cancellare le ingiustizie sociali. Il ‘minimo’ da fare sarebbe pertanto garantire a tutti l’accesso all’istruzione e alla sanità, e non solo a chi se li può permettere, evitando di lasciare che gli altri debbano per forza ricorrere all’esercito, con tutto ciò che consegue, per accedere al famoso ascensore sociale.
Sto discutendo con un po’ di persone di questi temi e trovo molta, moltissima paura, molti pregiudizi, molte resistenze. I conservatori hanno fatto un ottimo lavoro in questi ultimi decenni, abbassando il livello del discorso politico. Anche per questo ho deciso di utilizzare un post del mio blog per analizzare il problema da una prospettiva diversa. Infatti, se io decido di ‘stare dalla parte dello Stato’ condannando chi mi fa sentire insicuro (no, non i giornali, spesso responsabili di campagne d’odio e di discriminazione, come alcuni politici, ma i cosiddetti ‘criminali’ …), in cosa sono diverso dalle persone che decido di lasciare allo Stato torturare?
Già non mi piaceva il fatto che sia morto di tumore senza cure e tra dolori atroci Totò Riina, perché se lo Stato non è più umano di un assassino allora veramente siamo alla semplice esibizione di forza, di forze di segno opposto dove chi è in grado di fare la voce più grossa si auto attribuisce il diritto di definirsi ‘dalla parte del bene’ e nulla più. E allora, perché io dovrei stare dalla parte di uno Stato siffatto? In cosa mi tutelerebbe?
Ho conosciuto persone che stanno in carcere, per i motivi più vari (ci sono stato con una mia ex regista che in carcere ci ha lavorato promuovendo la sua arte al servizio dei detenuti stessi), e non mi sono sembrati diversi da tante persone che dal carcere sono escluse. Come diceva Jack Nicholson ai ‘matti’ del manicomio in Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo, “non siete più fuori di testa della metà della gente che vedo camminare per strada”. Stessa cosa vale per la galera. Non credo nelle essenze, quindi non penso che una persona che sta in carcere abbia una natura per forza più violenta di chi sta fuori. Anzi. Non credo in nessuna natura.
Vent’anni fa scrivevo su un giornale di salute mentale che non volevo che un quotidiano mi insegnasse a disprezzare Erika e Omar al punto da volerli bollare come ‘diversi’ per avere una garanzia che io non commetterò mai un atto efferato (siamo allo psicoreato, alla precognizione di cui parla Dick in Minority Report, ovvero a un assurdo che va bene in un romanzo di fantascienza distopico ma che annulla la libertà umana, ne convenite?). Oggi coerentemente scrivo queste righe perché sono stanco di vedere persone che si sentono migliori di altre e che hanno bisogno di questo sentirsi al riparo rispetto a sé stesse, e che riescono a chiedere solo questo alle istituzioni.
Io so come ti cambia l’isolamento, come ti cambia la solitudine, la mancanza di empatia e solidarietà, morale e pratica, altrui. So che mi hanno portato, ne ho scritto, a odiarmi e a farmi del male. So come ne sono uscito miracolosamente da solo perché avevo una fede incrollabile nel fatto che ne sarei uscito e perché col tempo ho imparato dalle persone razializzate ad amare me stesso, confrontandomi con le loro produzioni artistiche. Non è per via dello Stato italiano che sono vivo e vegeto, oggi. Al netto di un mio inserimento lavorativo che parte settimana prossima.
E infine, è tutta questa manfrina del ‘bisogna punire chi delinque’ su cui si fonda la società (come se ci si unisse in patto sociale sempre per difendersi da qualcuno, e non per, ad esempio, partecipare tutti di una intelligenza collettiva che parte dal corpo, dai corpi, per renderci più pieni, più felici, per farci crescere e rendere più consapevoli) che mi urta terribilmente. Come mi hanno detto alcuni, l’uomo non è capace di essere responsabile e ha bisogno del bastone del governo e di quello del prete. Se voi vi sentite così, prego, io ho un po’ di autostima in più e se volete sono disposto a elargirvene.
Ecco, queste riflessioni di nervi, carne e sangue sono quello che ho deciso di lasciarvi oggi pomeriggio. Spero che alcuni di voi siano in grado di raccogliere il guanto di sfida della meditazione su questi temi. Che non sono temi astratti. Prima o poi potreste essere voi il bisognoso cui non viene allungata la mano della solidarietà, prima o poi potreste essere voi a essere spinti fuori dal recinto della bontà e del rispetto della legge, prima o poi potreste accorgervi di quanto il sistema in cui viviamo è assurdo e ingiusto, e di quanto ha bisogno di essere riformato. Fatela ora questa riflessione, prima che sia troppo tardi.




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