Frammenti di un amore
E’ da un’oretta che penso a come potrei celebrare questa giornata, dato che sto studiando per diventare attore, e ho pensato che il modo migliore poteva essere buttare giù qualche riga cercando di intrecciare una sorta di senso a partire dalla mia esperienza del teatro. Avevo originariamente pensato di andare stasera a vedere qualche spettacolo, ma poi ha prevalso il desiderio di ragionare e di condividere.
Se devo ritornare con la memoria alla mia prima esperienza teatrale devo andare con la memoria fino ai primi anni Novanta del secolo scorso, quando vidi per la prima volta uno spettacolo su un vero palco. Il teatro era l’Out Off, e lo spettacolo era l’Erodiade di Giovanni Testori con in scena la sola Adriana Innocenti. Un po’ di contesto, innanzitutto. Erodiade, la moglie di Erode Antipa, è colei che spinge la figlia Salomé a fare la famosa danza dei sette veli per averne in cambio la testa di Giovanni Battista, che la accusava di essere pubblica concubina in quanto aveva sposato l’uomo che aveva ucciso il di lei precedente marito.
Questa la storia biblica. Nella visione testoriana, Erodiade in realtà è innamorata di Giovanni e brama possederlo, cosa che le è impossibile dato che il profeta ebreo si è dedicato anima, corpo e sangue a Dio. Ecco che quindi la notte dell’uccisione del profeta, vendetta per l’impossibilità di realizzare i propri desideri, nell’intenzione di Erodiade diventa una notte di orgia, sangue e bestemmia.
Fin qui nulla di eccezionale. Solo che la Asti non aveva fatto i conti, o forse sì perché aveva lavorato in maniera eccellente, con il funzionamento soggettivo dell’arte. Cosa significa tutto ciò? Significa che se l’arte è veramente arte, ti colpisce, a te spettatore, nell’intimo. Cosa avvenne dunque a me quella sera? Che Adriana Asti assomigliava, maledettamente, a mia madre. Bassa, tracagnotta, con quella sottoveste nera e gli occhiali spessi con la catenina, quella donna sul palco aveva restituito a mia madre la dimensione del desiderio che lei, cattolica incarognita, negava nella realtà a sé stessa, e che per tanto tempo aveva negato anche a me in quanto suo figlio.
Ed ecco che l’arte non era solo venuta a restituirmi ciò che era mio, ma anche a dirmi che mia madre, in fondo in fondo, aveva anche lei quella dimensione individuale che tutti ci caratterizza, a meno che una ideologia o un determinato tipo di patto sociale non ci facciano rinunciare ad essa, e che era il caso di farci i conti. Nella realtà un confronto franco e aperto con mia madre su quel tema – sarebbe bastato un banale: ti ricordi del tuo primo bacio? – non c’era mai stato prima. Poi, qualche ricordo iniziò timidamente ad affiorare.
Non mi disse perché, per quale motivo o quali motivi, del resto mia madre era solita reputarsi una donna tutta d’un pezzo, e si sa, le persone così non si lasciano andare facilmente ai ricordi, soprattutto a quelli più dolorosi. E quindi devo ringraziare la Asti se, in qualche modo, mi fece allontanare da mia madre facendomi avvicinare alla Anna. Una donna il cui desiderio era sempre stato tarpato dall’educazione, da quel misto di cattolicesimo meneghino e operosità, quella retorica del lavorare per guadagnarsi onestamente la pagnotta di cui ora vediamo tutti tutte le distorsioni possibili e immaginabili.
Ma torniamo al teatro. Non ci sono mai andato coi miei, anche se mia madre molti decenni dopo mi racconterà di essersi fatta grasse risate vedendo sul palcoscenico i simpatici Legnanesi. Ma io avevo scelto un’altra strada, altre cose da fruire. Innanzitutto Andrea Soffiantini, con un altro monologo testoriano, Factum Est. Sorta di sproloquio antiaborista frutto del periodo cattolico del suo autore, ne ricordo con piacere solo l’inizio, quell’intuizione di far cominciare tutto nel buio e di far sì che il feto Andrea si esprimesse, all’inizio, a monosillabi, per poi piano piano articolare un discorso di senso compiuto, anche se senza fretta.
Ricordo vagamente anche un Assassinio nella Cattedrale da Eliot dove tutti gli attori si muovevano in cerchio da sinistra verso destra – le emozioni negative – o da destra verso sinistra – le emozioni positive. Un mio amico dell’epoca alla fine dello spettacolo si alzò in piedi dicendo agli attori “Bravi … bravi!!” e spiegandomi poi cosa avevamo visto e perché gli attori si muovevano in quel modo. Io lo ricordo insolito e funzionante, anche se a ripensarci forse un poco freddo come modalità di rappresentazione, con quel buttare sull’esterno qualcosa che l’attore invece dovrebbe provare dentro di sé.
Poi venne il mio vivere a Milano, e paradossalmente ci fu un mio allontanamento dal teatro, per avvicinarmi di più alla musica. Che si trattasse di John Zorn o dei Sonic Youth, di Marc Ribot o dei dEUS, non mi perdevo nulla di quanto di più interessante offriva il panorama dell’epoca. Ma il teatro lo lasciai un poco da parte. Ricordo che un giorno partecipai con una mia amica a un incontro con una attrice che ci propose un corso di teatro. Litigarono sul costo del corso, lei e la mia amica. Io, che mi trovavo in mezzo ma un po’ in disparte, finii col disinteressarmene – le questioni di soldi mi fan venire l’orticaria.
Ci pensai di nuovo un poco più in là, quando dopo il mio primo trattamento farmacologico a causa dell’insonnia raccolsi i frammenti di quello che restava di me e decisi che era il caso di fare qualcosa di nuovo della mia vita. Ma avevo già difficoltà a studiare in università – riuscii a prendere 28 al mio ultimo esame, Storia della Filosofia Contemporanea, ma poi a due esami dalla fine mollai il colpo sotto i fendenti dei miei genitori che premevano perché sacrificassi loro le mie spese – figurarsi procurarsi dei soldi per fare uno dei costosi corsi teatrali milanesi.
La caratteristica fondamentale di quella rappresentazione era che gli attori erano tutti pazienti internati nell’O.P.G. Fu uno spettacolo divertentissimo e pure istruttivo. Alcune cose me le porto ancora dentro: ad esempio ebbi il primo approccio, durante quello spettacolo, col concetto che forse ci portiamo dentro più di un io, come più volte avrei sentito dire anche a Carmelo Bene in varie interviste. Poi ritornai alla mia amata musica: tra concerti di Marc Ribot, di Keiji Haino, di Wadada Leo Smith e tanti, tantissimi altri, per il teatro non ebbi più tempo.
Ci fu in realtà un periodo in cui scrissi di teatro per una webzine. Iniziai con uno spettacolo di una compagnia romana che portava in scena frammenti dal frammentato Petrolio di Pasolini, proseguii con Piombo di Animanera, con cui ora collaboro come membro di loro seminari in quanto allievo, e mi godetti molti altri spettacoli nei teatri off milanesi. Guardavo con sospetto il pubblico a dire il vero, troppo attento a distinguersi dalla massa di chi si accontentava della televisione ma a naso poco incline a lasciarsi ferire come invece accadde a me sin dal primo spettacolo.
Fino a quando non conobbi una attrice, che per un po’ di tempo fu anche mia amica, la quale mi chiese di lavorare a un suo spettacolo come fotografo di scena, cogliendo quanto più potevo del testo e del suo personaggio. Il testo ebbe diverse evoluzioni, da cabaret con tanto di musicisti a monologo con sangue di scena e vestiti vari, uno per ogni persona uccisa da questa specie di serial killer al femminile, e passò anche di mano a diversi registi, ognuno dei quali ci mise la sua impronta.
Di quel personaggio mi colpì il nucleo caldo e fragile sotto la scorza dell’assassina, e con le mie fotografie cercai di coglierne soprattutto il momento della trasformazione, oltre che i momenti di scoraggiamento e di tristezza. Poi per un po’ seguii le Scimmie Nude in qualche saggio scolastico, sempre come fotografo, fino a quando non conobbi la compagnia teatrale con cui lavorai per cinque anni. Al ritmo di uno spettacolo ogni mese e mezzo, ebbi l’opportunità di avere a che fare col surreale e con la psicomagia, per riassumere cosa mi capitò magari con quel tanto di ingiustizia di cui sono fatti anche i riassunti: la verità era che si lavorava così tanto che oggi di tutto quel lavoro mi rimane un elenco, finito sul mio CV artistico, con tutti gli spettacoli in cui mi esibii, e ben pochi ricordi della maggior parte di essi.
Mi ricordo di uno spettacolo in cui mi vestii da prostituta – non da prostituto, proprio da donna. Ne ricordo un altro, diviso in quattro parti, quindi in quattro diversi spettacoli, in cui ogni attore era un Minotauro (nascente, vivente, o morente) bendato dall’inizio alla fine, e che privato della vista doveva interpretare una delle fasi della sua vita come poteva, possibilmente interagendo col pubblico. Anche durante le prove eravamo tutti bendati. Ricordo ancora gli spettacoli in carcere, cogli ospiti di quelle strutture che interpellati dalle nostre domande ci spiegavano cos’era per loro l’amore, o l’amicizia, o la famiglia.
Poi vennero i workshops serali, quelli in cui potei interpretare il mio primo testo teatrale, quel La Visita della Vecchia Signora di Durenmatt di cui anni prima vidi la versione cinematografica diretta da Mambéty nel suo Senegal. Ma di queste cose siete tutti informati, voi che mi leggete, dato che di questo spettacolo vi ho parlato diffusamente assieme alle altre cose che ho visto in quest’ultimo anno nel circuito dei teatri milanesi seguendo le mie voglie e i miei desideri e facendomi guidare solo da essi.
Come dice Ayoub nel testo che vi ho linkato all’inzio di questo post, sicuramente il mondo di oggi è molto diverso dal mondo in cui mi sono innamorato del teatro e dell’arte in generale. L’arte stessa ha risentito, e non poteva essere altrimenti, di tutto ciò che ci circonda: tutte le insicurezze, le ansie, la mancanza di possibilità di pensarsi in prospettiva hanno pesato sul teatro e sull’arte in generale. Lo spettacolo di Trifirò all’Out Off su testo di Testori, l’ultimo che ho visto in ordine di tempo e che chiude idealmente il cerchio dato che dal novatese ero partito, sarebbe stato ad esempio uno spettacolo da sei e mezzo, sette massimo, trent’anni fa. Oggi è già una impresa.
E’ per questo che le mie insicurezze, le mie incertezze, mi pesano relativamente: sono le incertezze e le insicurezze di tutti, del mondo in cui vivo. Certo, trent’anni fa era più facile capire cosa mancava. Almeno per me, forse perché certe voci artistiche erano più vive, essendo anche di carne e sangue e non solo fatte di ricordi o di testi da compulsare o a cui ridare una vita che non può essere quella dell’epoca. E’ tanto il dolore che abbiamo attraversato, tutti. C’è chi si è indurito e crede non ci sia più nulla da imparare, che forse non ci sia mai stato nulla da cercare, e chi invece continua a sentire sulla propria pelle, o forse più in profondità, i morsi della realtà che ci circonda. Io ho deciso di stare da questo lato della barricata.
Quello dove i colpi arrivano e si sentono più forti. Non per eroismo, ma per realismo: i colpi infatti arriveranno inevitabilmente ovunque. Stare in cima per poter indicare agli altri dove si abbatteranno e dove rifugiarsi, o dove iniziare a ricostruire, è per me un dovere, un atto di amore verso l’umanità di cui faccio parte e verso me stesso. A volte l’amore si offusca, perché siamo umani, perché il dolore lo nega, cerca di metterlo alle corde, ma alla fine in qualche modo il bisogno di coltivarlo riaffiora. Non perché più forte, ma perché è nello stato delle cose che, annegatolo, emergerebbero sintomi e quanto di più osceno l’uomo sappia produrre e abbia prodotto, come vediamo spesso attorno a noi, sgomenti senza saperlo dire, ma ancora incapaci di non reagire del tutto.




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