James Brandon Lewis e le mie mani

E così anche questo lunedì è quasi finito. Mezza giornata di lavoro più mezza giornata a casa a ripassare cose che ho appreso durante la mattinata, portandomi anche un poco avanti perché le cose che sto imparando mi stanno iniziando a piacere. Ho appena finito di cenare e ho Sun Ra (il quadruplo album con tutte le registrazioni egiziane del 1971) che esce dalle casse. Ieri sono andato a vedere uno spettacolo all’Out Off, un inedito di Testori adattato per il teatro da Roberto Trifirò e da lui portato in scena come attore e regista.

Sto ripensando alle cose che ho scritto settimana scorsa, al fatto che mi sento il bisogno di qualcosa di nuovo. E’ vero. Sto ‘resistendo’, non facendomi piacere le cose che faccio, ma apprezzandole sul serio, eppure sento che ciò che sta a fondamento di tutto si trova in un luogo, o in un tempo, o comunque in una esperienza che ancora non ho. Le folate di sintetizzatore che sto ascoltando in qualche modo me lo stanno dando un suggerimento, ma è ancora troppo vago perché io riesca a coglierlo.

In fondo, quello che all’epoca ancora non si chiamava Afrofuturismo ma che è ben descritto da questo termine, era un linguaggio. Un linguaggio cifrato per chi non lo voleva intendere, ma assolutamente d’impatto e, inoltre, finemente cesellato. Inizierò di nuovo a scrivere recensioni per All About Jazz, il portale americano. La mia prima recensione probabilmente sarà il disco nuovo di James Brandon Lewis uscito per la ANTI-, etichetta che con quest’album fa per la prima volta uscire un disco di jazz.

Un disco particolare da quel poco che ho sentito finora. Intanto Lewis sta abbandonando la derivatività coltraniana e sta cercando una sua voce, come fece anche Wayne Shorter all’epoca di The Soothsayer. Inoltre questo Eye of I è un disco ruvido, quasi dal piglio punk. Intendiamoci: questo modo di suonare il jazz, diciamo antiaccademico, esiste da quando Ornette Coleman si è presentato su un palco col suo contralto di plastica. Ma all’epoca il punk non esisteva ancora, quindi la gente non era avvezza a ascoltare musicisti la cui urgenza espressiva era superiore alla volontà di creare una estetica levigata.

Ché poi Coleman, coi suoi discorsi sull’armolodia, in realtà ha dimostrato di tenerci eccome all’estetica, ma quando ad esempio suonava il violino, strumento per cui non aveva una formazione classica, mandava ai matti Miles Davis che non sopportava di vederlo cavare note per lui senza senso. Il fatto è che invece Coleman col violino è il primo musicista industrial, quindi è di fatto un musicista post-punk ante litteram. Lo riprese anche il mio preferito con quello strumento, quel Leroi Jenkins che ne portò di peso la lingua franca dal free alle avanguardie chicagoane.

Eppure. Eppure c’è differenza tra un prima e un dopo. Chi viene dopo la fondazione di una estetica, ad esempio quella di chi dice “Mi interessa più l’anima di chi suona della qualità dello strumento”, sta affermando che la musica è fatta per l’essere umano e non il contrario. Chi viene prima ma anticipa quell’estetica, sta affermando il proprio bisogno di sperimentare con la musica e con l’umano. Ad esempio per Ornette Coleman le due cose andavano di pari passo. Quando ad esempio Valerie Vilmer, giornalista e fotografa, iniziò a seguirlo per documentarne le vicende musicali, essa si vergognava molto di sé. Perché lesbica.

“Io suono quello che sono, e non mi vergogno di ciò che sono” le ripeteva spesso Coleman. Così l’amicizia e reciproca stima tra i due divenne per Vilmer un modo per smettere di soffrire di omofobia interiorizzata e iniziare a credere in sé stessa. A dirla tutta, non so cosa c’entra questo col discorso che volevo fare con queste righe. Non so nemmeno se c’entra. Di fatto io non so ancora se ho imparato fino in fondo ad amarmi. So che certe volte, certi sabati o domeniche in cui sono in casa senza nessuno fisicamente o nella mia mente, tutto diventa improvvisamente pesante.

Tempo fa, mentre subivo del buon gaslighting che a una persona disabile non si nega mai, pensavo: “Perché devo per forza avere in testa pensieri negativi, perché devo provare sempre quel desiderio di farla finita per non pensare più ai miei contrasti con la società, perché questa situazione deve a tutti i costi lasciarmi delle tracce psichiche negative?”. Per questo ho promesso a me stesso che avrei vissuto sempre e solo alle mie condizioni, mai obbedendo o subendo, nei limiti del possibile.

Forse gli schiavi neri e i neri liberati sotto i Black Codes, quelli in prigione e quelli a rischio di linciaggio hanno sperimentato quello che ho provato io con intensità che io non mi posso neanche immaginare, ma io li capisco, nel mio piccolo, come vi raccontavo tempo fa quando parlavo del mio rapporto particolare con The Clown di Mingus. In fondo seppur diluita rispetto a quelle esperienze, anche la mia esistenza è stata segnata da cose che nessun uomo dovrebbe provare. Abbiamo una sola vita, e io ho intenzione di viverla in salita, non in discesa. Ora almeno.

E’ difficile pensare pensieri nuovi quando l’esperienza che vivi ti riporta anche solo per un pomeriggio o un’ora a sensazioni o vissuti vecchi. Anche per questo mi sta piacendo il lavoro: ho l’opportunità di confrontarmi e respirare l’aria di persone differenti da me. Ho dovuto cambiare abbigliamento e capelli e barba, ad esempio. Ma non ho vissuto questo mutamento come problematico. Diciamo, piuttosto, che mi sono posto dei problemi su me stesso. Erano quattro anni che non compravo un maglione o un paio di pantaloni – le scarpe sì, quelle si consumano di più, erano vent’anni che non andavo dal barbiere.

Non merito di essere curato e di potermi guardare allo specchio e vedermi decente? In fondo anche il divino Miles si vestiva con sartoria italiana su misura. Eppure il divino Miles cadde nell’incubo delle droghe, anche se a fine anni Settanta e per lenire dolori fisici che gli avevano storpiato addirittura il carattere, e io non sopporterei di essere ben vestito fuori e marcio dentro. Meglio l’opposto, come appunto i punx, e il fatto che il mio primo psichiatra li considerasse “persone che non si stimano” dovrebbe essere un punto a loro vantaggio: che ne sa una persona abituata a inondare di negatività chimica un individuo, di autostima? Lui che me ne ha portata via a tonnellate?

E quindi eccomi qui: nella mano sinistra i vestiti nuovi e i capelli e la barba perfetti, nella mano destra la paura che ho sempre di non essere, di non esistere. Che nessuno mi ami o mi amerà. Per ora mi godo la gentilezza delle persone che mi stanno attorno, brodo di cultura per quello che diventerò se tutto va come deve andare, e per il momento mi tengo l’angoscia di settimana scorsa come un buon ago da bussola per capire in che direzione andare. A breve, spero, ché non mi piace stare sulle spine troppo a lungo. 

 


 

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