Una sana schizofrenia

Ebbene, è di nuovo weekend. Sto imparando molte cose sul lavoro, ma è giusto non vivere solo di quello. Ieri pomeriggio pertanto, finito il mio tempo in ufficio, sono stato in un negozio di dischi usati e mi sono portato a casa un po’ di album di free jazz. Ho trovato persino Symphony for Improvisers di Don Cherry, per non parlare poi di quell’altro album di David S. Ware con l’ayleriano Muhammad Ali alla batteria o di un disco di Cecil Taylor, di cui oggi ricorre l’anniversario della nascita, registrato maluccio a dire il vero ma dalla musica entusiasmante, con Sam Rivers al tenore e al soprano a fiancheggiare Jimmy Lyons e il suo contralto.

Ovviamente ho riascoltato tutti i dischi che mi sono portato a casa almeno un paio di volte da ieri sera. Il sabato mattina del resto che cosa c’è di meglio di un po’ di jazz per accompagnare la doccia e i mestieri per pulire casa e lenire la solitudine e la sofferenza di sapere che Peter Brotzmann, di cui vi parlavo la scorsa settimana, si trova ora a riposo per problemi di salute e non potrà più suonare per un bel pezzo? L’età incombe. In fondo sono stato fortunato a essere vivo quando questo genere di musica era in declino ma ancora sapeva dare soddisfazioni a chi ne cercava le vibrazioni e il senso.

Ho riletto le cose che ho scritto per questo blog negli ultimi tempi, per fare un po’ il punto della situazione. Innanzitutto noto che c’è una distanza siderale tra il me che lavora e il me che si occupa di musica e teatro. Potrei anzi dire che questa è la mia vera schizofrenia. Da un lato un buon lavoratore, che deve chiudere gli occhi su tante cose che gli stanno attorno per performare al meglio. Dall’altro una persona che invece ha bisogno di avere occhi e orecchie ovunque, e di lasciarsi toccare da tutto per restituire, eventualmente, qualcosa di sensato.

E poi quell’altra sensazione, di aver trovato qualcosa di positivo (il lavoro e quei rapporti umani che si creano sul posto di lavoro, oltre allo stipendio) e di girarsi indietro, vedere la fatica fatta e quanto si sono stretti i denti e … lasciarsi andare alla tristezza che non si è provata prima perché non ce la si poteva permettere. Dunque sono due le cose che provo ora: quella scissione e quel senso di tristezza. Oggi c’è il sole, tanto sole, ma non lo voglio prendere andando per le vie del centro cittadino. Meglio sarebbe un pic nic sull’erba con una bella ragazza nuda, e scusate la citazione colta ma non ho potuto resistere.

Gli è che il mondo che mi sta attorno e dentro mi sembra sempre più piccolo e mi lascia sempre senza fiato. Sempre. Stanotte ad esempio ho sognato che era il mio compleanno e che nessuno mi faceva gli auguri. Allora pensavo se era il caso di cancellare o no tutti quegli pseudoamici dai social che non mi avevano calcolato. E rimanevo così, nel limbo. Non so se questo sogno mi dica qualcosa sulla mia condizione attuale, ma c’è qualcosa in questo essere contenti dello stipendio e delle cose che si condividono socialmente che mi sta stancando.

Stavo meglio quando mi ero fatto buddista e leggevo Jung. Stavo meglio quando andavo ai concerti a intervistare i musicisti jazz statunitensi e loro mi accoglievano perché capivano che avevo voglia di confrontarmi con loro e non di mettergli un cappello in testa. Oggi ho letto un articolo su Don Cherry che parla di alcuni brani registrati prima di morire in ambito hip hop/trance-dance, e mi sono chiesto: perché non ne sapevo nulla? Perché per tutti o quasi gli ultimi passi di Cherry sono quelli con la ECM, che tra l’altro sono anche dischi non entusiasmanti, e non le sue contaminazioni? Snobismo e approssimazione, ecco, sono ciò che eredito e verso cui non so se avere un atteggiamento .. rivoluzionario o riformista.

E poi c’è il teatro. Le ultime due settimane sono state sconfortanti, almeno per gli standard che ho in testa, e non stento a capire il perché. Non sto facendo più esercizio, non sto più leggendo nulla, sono solo stato a vedere un paio di spettacoli e sono andato alle mie prove. E’ difficile capire perché o per cosa mi sto risparmiando. E’ che una parte di me giudica l’impegno che sto cercando di mettere nelle cose grottesco. Sei solo, cosa ti impegni a fare? Tutto quello che puoi fare non ti renderà più amabile agli occhi della società. Devi fare un altro gioco.

Ecco, è questo che mi colpisce del mio processo mentale (o fisico, ché i due aspetti sono collegati: sono molto poco schizofrenico da questo punto di vista … ). Non sto battendo la fiacca perché demoralizzato, sto drizzando le antenne per capire cosa c’è attorno a me. Solo che … non trovo nulla. In parte ho già modificato questo blog per accogliere anche l’attivismo pro disabilità, ma non basta. Sono solo. Le persone che mi circondano, tralasciando chi incontro sul lavoro ché quello è un frame mentale (e fisico) tutto particolare e le persone che frequento per scelta, se ne fottono di quelli come me.

Per educazione, per stronzaggine, per paura di scoprire in sé qualcosa di me (in ultima istanza). Ma se ne fottono. Come posso fare, mi si passi il gioco di parole, per essere io a fotterli? L’arte non basta. Anche perché, come scrivevo e come si evince da molte cose che condivido, l’arte sta morendo, e inoltre frequentandola mi sono accorto già due decenni fa che anche l’ambiente artistico può essere tossico, anche se teoricamente dovrebbe essere l’opposto. Quando l’anno scorso frequentavo la scuola di teatro a volte i nostri prodotti erano tremendi, e lo erano tanto più quanto ci si trattava male umanamente. Ma questa cosa pare l’abbia notata solo io.

L’arte e le regole sociali non stanno bene l’una a braccetto dell’altra. Ormai questo dovreste averlo capito se state continuando a leggermi. Eppure ora, che mi trovo a vivere una situazione dove nessuno dei soggetti implicati con me si comporta in maniera tossica (non importa se lo vorrebbe o meno, diciamo che non può toccarmi con quegli atteggiamenti e perché l’ho voluto io: è stata dura, ci ho messo tre anni ma ce l’ho fatta), e che quindi vivo con pienezza il mio setting lavorativo e quello personale, non riesco a far comunicare questi due aspetti in maniera virtuosa. Forse è questa una delle chiavi che mi servono. Forse è questo uno degli aspetti su cui dovrò focalizzarmi meglio …

 


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