Il risveglio dal sogno non tradisce mai ...

E dunque, ho di nuovo qualche giorno di tranquillità davanti a me. Sabato, domenica, il 24 e 25 aprile. Sono ancora qui alla tastiera, con i dischi di cui vi parlavo nell’ultimo post in sottofondo creativo. Ma qualcosa si è mosso stanotte. Ho fatto un sogno. Ed era da tanto che non mi ricordavo un sogno, anzi dal precedente sono passati esattamente venti giorni.

Stanotte, dunque, ho sognato di essere nel luogo dove svolgo il mio laboratorio di teatro come attore, e di avere un dialogo col mio regista. Costui mi riferiva, come se io fossi un artista già abbastanza affermato, che un vecchio compagno della scuola che ho frequentato lo scorso anno andava in giro a ripetere che i miei spettacoli sarebbero a breve diventati stucchevoli perché tutti incentrati su eros.

Ora, io non ho spettacoli in giro. Nemmeno incentrati su eros. Questo lo dico perché i sogni a volte confondono le idee a chi li recepisce, come voi che mi leggete. Sta di fatto che, sempre nel sogno, io mi arrabbiavo terribilmente per quelle parole, col mio regista che mi chiedeva se certe cose non è meglio farle nella vita piuttosto che portarle sul palco, e me ne andavo infuriato. Al che lui mi inseguiva, dicendomi che la mia dipartita era proprio ciò che la persona citata poco prima voleva.

Dialogo improbabile tra me e il mio regista, che di solito parliamo solo di quanto stiamo realizzando lavorando insieme, ma che al mio risveglio mi ha lasciato inizialmente con un grande ‘perché’ (perché questo sogno?) e poi la consapevolezza che è meglio non lasciarsi attirare dai labirinti. Perché in fondo io non ho ancora sviluppato una mia visione.

In realtà non è proprio così. Una mia visione io l’avevo. Anzi, la mia vecchia regista mi aveva detto più volte di non lasciarmi mettere i piedi in testa da altri proprio perché io avevo una visione ben precisa. Ma quella visione si è disintegrata in questi anni, complice l’isolamento sociale vissuto durante la pandemia. 

Questa consapevolezza è la prima cosa importante che mi investe da un po’ di tempo in qui. Oggi era tutta una febbre …. Lo compro quel libro cogli esercizi fisici per fare un po’ di auto training? O è meglio che riprenda gli esercizi della scuola? E mentre sento la necessità di ‘fare qualcosa’, penso a Massimo De Vita e al suo Teatro milanese, fondato da lui dopo aver abbandonato Dario Fo, come lui stesso ci ha raccontato a seguito di uno spettacolo visto presso la sua cooperativa di cui vi ho già parlato.

Ebbene, ecco, traccio qui una prima linea di demarcazione e di differenziazione. Per me il teatro non deve essere ‘al servizio’. No. Il teatro deve guardare oltre. Certo, può raccontare il presente, anzi deve farlo, ma sempre con un occhio al futuro. Altrimenti sarà difficile che lo sguardo sul presente sia ‘dall’alto’, capace di cogliere le contraddizioni che lo animano. Allo stesso modo l’artista dev’essere un eterno apolide. 

Non deve mai sentirsi a casa. Per quel che mi riguarda, io ho vissuto troppe vite per potermi adagiare in un ricordo, e allo stesso modo ho vissuto troppe realtà per pensare che una di esse sarà quella in cui vorrò rinchiudermi come in un tomba. Ma per avere il massimo dell’apertura, bisogna spaesarsi. Non avere patria. Cosa non difficile per me, dato che un padre, in fondo, non l’ho mai avuto – ho avuto un genitore, ma questa è un’altra cosa.

Avevo lavorato bene quei cinque anni precedenti il Covid. Avevo lavorato bene, e per di più senza saperlo, come ho lavorato bene in questi ultimi due, ma c’è una cesura in mezzo. Non è tanto la pandemia, quanto il rifiuto da parte della società di trattarmi da pari che mi ha ferito in ogni modo possibile. La mia solitudine lo grida costantemente.

Ogni volta che nella mia testa immagino un brano musicale, o vedo un quadro con gli occhi della mente, o penso la scena di un film, mi immalinconisco. Come ha detto Igor Sibaldi in molte sue conferenze, e come ha scritto nei suoi libri in cui parla della Maddalena, siamo tutti traumatizzati. Lo scopo di questi traumi è rimpicciolirci, renderci dominabili. Io mi ero liberato dei miei traumi, e per questo la società mi ha ferito di nuovo.

Perché libero non mi sopporta. Anzi, mi odia, perché non è capace di arrivare ai livelli di libertà che io riesco a toccare. Scrivere queste righe non è solo un atto di accusa: serve a me per fissare un punto di non ritorno. Da questo momento in poi, tornare a essere libero sarà un lavoro da svolgere. Intanto ci sarà anche il lavoro attoriale, col mio corpo che non è propriamente in forma, e il resto delle mie capacità ancora da formare.

Dovrei anche mettermi a completare quel terzo mio scritto per cui ho buttato giù solo qualche appunto. Ecco, questo lo posso fare a partire da luglio, dopo che avrò realizzato i miei spettacoli. Spero di riuscire anche a partecipare al Disability Pride che dovrebbe tenersi a giugno a Milano nel frattempo, per vedere di respirare un po’ di aria di rivendicazione di diritti e chissà cos’altro che mi sfugge.

E poi dovrò lavorare anche su altri aspetti di me. Il mio essere chiuso ad esempio. Me ne sono accorto mangiando a pranzo con alcuni miei colleghi di lavoro: l’ambiente è favorevole, ma io ho la tendenza a stare zitto e a non parlare mai. E’ una cosa che mi apparteneva anche quando uscivo a cenare coi colleghi del laboratorio, ma che allora non notavo.

Tutti regali della bella società in cui vivo. Ho messo in conto di farvela pagare, prima o poi. Con calma, io non ho fretta. Ma prima o poi un attimo di coscienza che vi farà provare vergogna ve lo regalerò. Non per vendetta, ma per un tentativo, poi, di cambiamento. Perché anche io come gli attivisti di Ultima Generazione ho la mia vernice colorata da tirarvi addosso.

Ma prima c’è il lavoro su di me. Lavoro attoriale, lavoro psicologico, ma poi ci sono questi giorni di ferie e allora domani si va a sentire un po’ di musica dal vivo per tutto il pomeriggio. Era da un po’ che non ascoltavo più dei concerti – in un negozio di dischi, uno dei pochi rimasti a Milano, domani per il Record Store Day si è organizzato un pomeriggio live – e non vedo l’ora di farmi avvolgere dalle vibrazioni degli strumenti musicali, dei pedali, delle corde, delle pelli.

Sono quasi le sei, è quasi ora di mettersi a cucinare. Non è più tempo di essere timidi. Bisogna far vedere al mondo di che pasta sono fatto. Ma prima un po’ di pasta al sugo di verdure, un film, una buona notte di sonno e forse qualche altra visita dal regno dei sogni. C’è una bella mostra sul Surrealismo da vedere al Mudec. Il mondo non sta lavorando tutto contro di me. Ci sono ancora aperture da sfruttare in fondo. E ho intenzione di approfittarmi di ogni occasione. Fino alla fine. 

 


 

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