Il surrealismo è morto? Viva il surrealismo!

E’ sabato. Dato che lunedì è il primo maggio, mi attendono tre giorni da riempire come meglio credo. E decido che oggi è la giornata delle mostre. Pertanto mi reco in via Tortona, al Mudec, per la mostra sul surrealismo. “Dalì, Magritte, Man Ray e il surrealismo” è il titolo della mostra in oggetto, ma oltre al Grande Paranoico, al Volto della Guerra, al famoso ferro da stiro coi chiodi e alla Venere Restaurata, ci troviamo di fronte a una mostra che stabilisce un legame, realmente esistito, con l’arte di altri Paesi del mondo.

Negli anni della Belle Epoque infatti Parigi, dopo la prima fase del colonialismo, quella fatta di sfruttamento selvaggio, vede una fascinazione di ritorno per i manufatti dell’arte autoctona proveniente dalle sue colonie (frutto anche di sensi di colpa e meschinerie). Ed ecco allora che si organizzano padiglioni nelle esposizioni universali, padiglioni che i surrealisti contestano perché vogliono dare a quell’arte dignità e autonomia, non desiderano insomma che passino come mere curiosità ‘ottentote’.

E se penso a tutte le maschere che ho visto, avendo l’anno scorso seguito una scuola di teatro dove oggetti simili erano all’ordine del giorno – ce n’era pure una doppia, con un volto frontale e uno posteriore – posso tranquillamente capire cosa può aver affascinato Bréton e soci. Per non parlare poi delle varie figure antropomorfe, che ci mostrano una fantasia – ma anche un senso di realtà – più profondo del nostro, quanto meno diverso, che non poteva non catturare l’attenzione dei nostri amici.

In fondo all’incontro con l’altro Bréton ci aveva già preparati scrivendo la sua pseudo autobiografia Nadja, (1924), in cui il teorico del surrealismo narra il suo incontro con una donna che poi verrà internata in manicomio. Da questo incontro, all’insegna dell’eros e dell’amore, nascerà la famosa frase “la bellezza sarà convulsa o non sarà”.

Il surrealismo travalica la sua stessa esistenza e il suo impegno politico, evidente dalla difesa dei popoli sfruttati dalle potenze internazionali, ad esempio. Sarà Henry Miller coi suoi Tropici, le Primavere Nere e i suoi altri scritti ad approfondire i temi e le tecniche surrealiste e a fare arrivare sessualità e inconscio negli Stati Uniti, appestandone il puritanesimo e rendendo quest’ultimo ridicola favola infantile. Da Miller a Kerouac e alla Beat Generation il passo è breve, almeno per quel che posso leggere.

Naomi, la madre di Ginsgerg, come la Nadja di Bréton simboleggia tutti gli Stati Uniti, con la loro paranoia anticomunista che associa il Bolscevismo al Nazismo (vero politici italiani?), la loro paura di veder compromessa la propria integrità simbolica/reale da complotti (vero amanti del trumpismo?), il desiderio dell’artista di prendersene cura come può, l’internamento finale e la consegna a una dimensione altra.

Rimane quindi ancora problematica, sia per i beat che per i surrealisti – a meno di non voler prendere in considerazione Artaud, ‘folle’ che prenderà la parola in prima persona, libero di ‘delirare’ dio, rigorosamente minuscolo, e insieme ad esso il corpo umano, diventando così per decenni, fino a Deleuze e Guattari, simbolo della schizofrenia e della produzione desiderante libera dalle maglie sociali – la relazione con questo altro, come problematica rimane la relazione con la donna.

Donna amante, amata, musa per Dalì e Bréton, oggetto del desiderio per Kerouac, collega di bisbocce e pietra di inciampo per Burroughs, sono poche le donne Beat, sebbene alcune di esse siano state documentate da Fernanda Pivano nei suoi due volumi di poesie tradotte per Arcana. Eppure la poesia beata e battuta ha avuto il merito di mettere sotto i riflettori il mondo omosessuale e i suoi desideri, come dimostrano ad esempio certe scritture diaristiche di John Giorno, poeta e amante di Andy Warhol tra le altre cose.

Se c’è dunque un lascito profondo dell’arte surrealista, questo è quello di aver liberato l’individuo dalla logica del profitto e dalla sua conseguente cosiddetta razionalità come unica modalità di approcciarsi al reale. No, ai surrealisti tutto ciò non bastava. C’era un mondo là fuori, o meglio c’è un mondo dentro, e vale la pena approcciarsi a sé senza paura di scoprire. Torniamo ad Artaud, al suo uso della vocalità e delle percussioni, alla sua arte che divora le influenze etniche e le risputa in un nuovo approccio alla radiofonia.

Torno allora volentieri con la memoria a una mostra più vecchia dedicata appunto ad Artaud al PAC di via Palestro, erano i primi anni Duemila, con le sue performance attoriali (Marat nel Napoleone di Gance, Massieu nella Giovanna D’Arco di Dreyer, solo per citare le più famose) e poi i suoi disegni, le sue poesie, i suoi scritti su Van Gogh e sugli indiani Tarahumara, il suo internamento e l’ambiguità della relazione col suo psichiatra Ferdière che lo sottoporrà a sfibranti e numerosi elettrochock.

Ecco, torniamo al lascito, ovvero alla non problematicità con cui i surrealisti si lasciano la realtà alle spalle. Dispiace che non abbiano conosciuto e interagito, allora, con la cultura Sufi, anche se forse l’essere politicamente orientati li ha lasciati indifferenti nei confronti del misticismo islamico. Eppure i metodi dei maestri sufi e le visioni surrealiste non si discostano di molto. Varrebbe la pena frequentare entrambe, per avere una mente più libera. 

 


 

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