Paura
Intendiamoci, io non faccio ginnastica. Ma ho dei riflessi molto lenti, e per velocizzarli debbo fare degli esercizi appunto, che non vi racconto qui per non tediarvi. Ora, di solito io arrivo un po’ prima degli altri al laboratorio, perché prendo i mezzi e per non arrivare in ritardo preferisco essere in anticipo – faccio la stessa cosa quando mi reco al lavoro. Ma in queste ultime settimane una o più persone arrivano in anticipo come me, e quindi ci intratteniamo rivedendo il copione o parlando di tante cose.
E durante uno di questi dialoghi mi sono reso conto di quanta poca attenzione ho all’altro in percentuale rispetto a me stesso. Intendiamoci, non che succeda nulla. Si comunica comunque, socialmente parlando. Parli di te o esprimi le tue istanze, ascolti l’altro parlare di sé o esprimere le proprie istanze, e così via, ci si rimpallano cose come dovrebbe essere in un ‘dia-logos’. Eppure. Eppure io mi sento troppo sbilanciato su me stesso. Ho in testa i miei schemi, ho in testa le cose che devo dire, penso a come rispondere a quello che mi viene detto, ho le mie idee sugli altri con cui parlo.
Insomma, l’apertura all’altro è piccina picciò. Almeno così io la percepisco. E così mi è venuto in mente un fotografo che ho amato tanto quando scattavo e studiavo fotografie famose per migliorarmi. Il fotografo in questione è marsigliese, è un punk, è un anarchico. Si chiama Antoine D’Agata. Ora fa workshops dove, fregiandosi di far parte dell’agenzia Magnum, per una settimana di laboratorio ti chiede ottocento euro. Ma prima.
Prima si è trasferito in Messico, e poi ancora in Cambogia, seguendo sempre lo stesso copione. Inizia a frequentare prostitute, per lo più, o comunque persone sole perché scartate dalla società. Per una questione di desiderio e per una questione più razionale, o meglio più istintiva, di sincerità di quelle persone. Persone che se la passano male, isolate, guardate dall’alto in basso. Se avete mai ascoltato una canzone di De André che parla di quel tipo umano, sapete già di cosa si tratta.
E dunque, D’Agata ha un funzionamento particolare. Un funzionamento che in quegli anni comprendeva appunto l’attivazione del desiderio e l’uso di sostanze il cui scopo era quello di ‘aprirti’. E D’Agata si apriva al punto di aver bisogno della macchina fotografica per documentare, come in un diario intimo, ciò che viveva con quelle donne, perché una volta ‘finito tutto’ lui non ricordava o era a rischio di dimenticare.
Molte persone nell’ambiente fotografico, non ostante il suo successo, provavano fastidio per lui e il suo lavoro. Ricordo ancora un blog dove un altro fotografo parlava di D’Agata come di un artista “pseudorivoluzionario”. Senza spiegare perché, portando il proprio disagio unicamente come fonte della inautenticità di D’Agata. Converrete che è un po’ poco. Avevo provato a lasciare un commento lungo su quel blog, ma mi fu cancellato dal proprietario, che evidentemente non voleva voci contrarie alla sua nel suo spazio.
Infatti la nostra parte razionale, o cosiddetta tale, non è solo la parte con cui memorizziamo il pin del bancomat. Per molti, questa parte che abbiamo costruito socialmente in millenni, sarebbe anche l’unica degna di nota. Gurdjeff diceva infatti che molti uomini, poco illuminati, amano con quella parte della mente con cui ricordano il numero del telefono cellulare (non c’era il cellulare al tempo di Gurdjeff, ma il significato è quello). Come se non avessero nient’altro dentro.
A D’Agata, e di riflesso anche a me che lo trovavo interessante, questo non basta. Ma ‘aprirsi’, come quando di notte ci lasciamo andare al sonno, non è per tutti, non è da tutti, non è facile. E allora ecco che l’Ice, le metanfetamine, il sesso, o altri strumenti, possono essere utili. Certo, chiunque conosca un minimo la storia della musica, sa benissimo che è tipico di noi bianchi, che abbiamo il bacino bloccato – ne sa qualcosa chi ha fatto bioenergetica seguendo le dottrine di Lowen come il sottoscritto – non riuscire a lasciarci andare.
Anche quando siamo sollecitati dalla musica abbiamo comunque bisogno di sostanze per averne una impressione più vivida. C’è stato un periodo, quello della nascita dei rave parties, in cui non era così. Quel fenomeno, nato in UK con l’importazione di manodopera straniera dalle colonie, manodopera che amava divertirsi all’ombra dei propri sound system, è emblematico. Per una persona afrocaraibica mostrarsi in pubblico ‘sballata’ dalle droghe è infatti sconveniente e sintomo di mancanza di rispetto per sé stessi.
E’ quando il fenomeno dei rave si è “sbiancato” – c’è un articolo da Il Manifesto pubblicato il 18 marzo 2023 e scritto da Andrea Lai che ne parla – che si è passati al consumo, dopo l’invenzione, di MDMA e altre droghe sintetiche. Perché l’eccesso di chiusura in sé fa male, e lasciarsi andare è importante non solo per ascoltare musica, ma anche per vivere. Torniamo a D’Agata. Al suo stare con gli ultimi della società.
Qual è l’effetto della slatentizzazione delle sensazioni fisiche? Se guardate le sue fotografie, sono impressionatemente simili ai quadri di Francis Bacon. E’ proprio questo richiamo alla sensazione – uno spazio per fare domande, uno spazio di possibilità infinite e soprattutto nuove – la cosa che emerge da quel lavoro. E veniamo anche a chi parla o scrive di brutte sensazioni o angoscia al riguardo di tutto ciò.
E’ successo infatti anche a una parte della critica d’arte, quando si trattava dei quadri del pittore dublinese, di trattare le sue opere come forma di espressione dell’angoscia del Novecento. Non così il bravo David Sylvester, che Bacon ha intervistato per un suo bel libro credo attualmente fuori catalogo ma che io posseggo. Qui, Bacon parla del caso come suo alleato – segni e tracce lasciati sulla tela senza l’utilizzo della volontà, che fanno deragliare la pittura lontana dal figurativo, ad esempio.
Se anche voi vi siete accorti – ma ne dubito, persi come siete tra le vostre abitudini e la vostra vita sociale – che lo spazio che date all’altro è minimo rispetto allo spazio che date (o meglio: che credete di dare) a voi stessi, se anche voi avete notato quanto i vostri film mentali, la vostra ‘esperienza’ precedente della realtà, sia più importante di quello che sentite, allora capirete benissimo di cosa sto parlando. Anche Ari Aster ci ha dipinti nel nostro essere inetti persino nel capire cosa sentiamo nel suo ultimo film Beau Ha Paura.
Bisogna romperla quella barriera. Ecco allora una serie di cose che mi aiutano a rompere le mie barriere personali. La prima è senz’altro l’amore, prima di tutto l’amore. L’amore ti fa arrivare tutto ciò che promana dall’altro in maniera molto più viva. L’arte poi. Quando sono solo amo ascoltare musica, distorta se possibile. Lo aveva detto anche Anthony Braxton, il sassofonista, che la distorsione serve ad ottenere nell’ascoltatore un ‘risveglio spirituale’.
Che crediate o non nello spirito, questo risveglio non è altro che l’aprirvi all’altro, alla realtà, alle impressioni e alle sensazioni. E poi c’è l’arte praticata. Sono due infatti i motivi per cui mi sono messo a fare arte. Il primo è che non mi bastava più la mera fruizione, volevo lasciare un segno. La seconda è appunto che quando fai arte tutto ciò che sai di te viene messo in secondo piano in nome di una verità sottostante più reale.
Se la mia vita fosse un lavoro, una famiglia, il denaro, e basta, probabilmente non arriverei a queste verità. Diciamo che mi servirebbero per vivere anche quelle situazioni a pieno, ma forse non arriverei, non è detto almeno, a toccarle. Come si fa ad amare una donna o un uomo se non riesci a uscire da te stesso, dal tuo bozzolo, per incontrare sul serio l’altro?
Cosa significa vivere la società e le sue regole se non ti rendi conto che quel “la vita è sacrificio” che tutti hanno in testa in realtà è una finzione, che serve a chi ha il Potere per non farti alzare la testa e non farti desiderare qualcosa di diverso, che dovresti essere tu a decidere o trovare o creare? Per non parlare poi di tutti gli esclusi, per paura di allargare le fila dei quali si finisce coll’obbedire e basta, coll’abbassare la testa.
In questo senso vi sfido tutti a trovare dei dispositivi che per voi funzionino in segno opposto. Siamo infatti dieci miliardi di abitanti su questo pianeta, e non posso scrivere cosa può funzionare per tutti voi. Ma di certo il teatro, un diario in cui scrivere i vostri sogni, una musica, l’amore, il non avere paura di dialogare col Potere da pari quanto meno, sono tutte cose che vi possono aiutare.
La vita è un viaggio per alcuni lungo per altri troppo breve, in ogni caso credo vada sostanziato con cose, attività e persone che ci aiutino a essere noi stessi al meglio. A costruirci al meglio. A diventare quello che vogliamo. Anche le barriere che vi hanno costruito attorno tra ‘noi’ e ‘loro’, con voi che sperate di essere inclusi nel ‘noi’, potrebbero sciogliersi. E questo è uno dei migliori auguri che vi possa fare …



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