Piccole Anime (e la New Wave italiana)

Ho ripreso ad ascoltare musica come non mai. In particolare grazie a un numero da collezione di una nota rivista italiana dedicato alla musica italiana tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. Il periodo che amo di più, a parte alcuni musicisti che ho avuto la fortuna di vivere negli anni Novanta e che sono comunque tangenti questo fenomeno, e che ho approfondito grazie al bel libro di Simon Reynolds, Rip It Up And Start Again (tradotto in italiano come Post punk e oltre).

Pankow, Gaznevada, i 2+2=5 di Giacomo Spazio, Faust’O, i CCCP Fedeli alla Linea, la sorpresa Gronge, i fantastici T.A.C., e quant’altro. Sono solo agli ultimi venti su cento a livello di ascolti – grazie alla rete si trova tutto ma non disdegnerò in futuro di portarmi a casa qualcosa su supporto fisico – e sto godendo come un riccio. Gli è che questi musicisti erano gente prima di tutto appassionata di sé, ma non in senso narcisista, erano persone che prendevano sul serio i propri desideri, e poi erano appassionati di chi era come loro e si esprimeva in tutto il mondo con un suono.

Un suono in cui convergevano influenze diverse: le chitarre rock, i sassofoni free, l’elettronica minimale o quella della musica contemporanea, i suoni dal mondo. Joy Division, Cure, Pop Group, Pere Ubu, Talking Heads, chi più ne ha più ne metta. Se Battiato in un suo celebre hit diceva di non sopportare questa musica, io potrei passare la vita ad ascoltarla, assieme alla mia altra passione, il jazz. Perché questi due generi hanno molte più affinità di quanto si potrebbe pensare. 

Basti leggere James Baldwin, scrittore afroamericano e bisessuale, che sa cosa sia l’odio interiorizzato come lo sapeva Ian Curtis. Solo che Curtis non è riuscito a disinnescarlo. Baldwin sì. Ma la loro etica, se non la loro estetica, era la stessa. Certo c’è quella differenza non da poco basata sul nostro bacino. Lo sapete, no? Noi bianchi, per ragioni culturali e non razziali, abbiamo il bacino bloccato. Per godere della musica dobbiamo drogarci. I neri no, anzi, non la sopportano quella roba chimica (si parla per schemi, non prendetemi eccessivamente alla lettera, ma non pensiate nemmeno che io stia scherzando).

Andate a leggervi come sono nati i Rave, inizialmente fenomeno di derivazione africana – i primi Rave nascono in Inghilterra da immigrati ben accetti in quanto lavoranti in contesti pesanti, logoranti, che quando si ritrovano per fare festa nel tempo libero ascoltano ritmi afrocaraibici grazie a sound systems spaziali – poi arrivarono i bianchi con la techno e le pasticche, che dovevano appunto sbloccare il loro bacino, ma solo molto dopo. 

Certo, i bianchi avrebbero potuto beneficiare, al posto di MDMA e affini, di sedute di bioenergetica alla Lowen, solo che queste sono molto più lente e c’è poi la vita quotidiana a rovinarti i piani, mentre le droghe sono più efficaci, funzionano subito. Non è un elogio delle sostanze psicoattive questo, è solo una constatazione. I neri che amano ballare non sopportano di farsi vedere, appunto, sballati, o mal sopportano lo sballo, perché per loro è sintomo di mancanza di rispetto per sé stessi. Per noi è tutt’altra faccenda. Siamo molto più castrati di loro. Altrimenti come avrebbero fatto a instillarci il bisogno di dominio sull’altro? Bisogna proprio essere degli alienati!

Ma torniamo alla New Wave, o Post Punk che dir si voglia. E’ molto difficile oggi ascoltare quella musica per dei ragazzi giovani. Da un lato, direte, è ovvio, ci sono le barriere generazionali. Eh no. Ci sono gruppi Post Punk contemporanei: Algiers, Idles, black midi, Lifeguard, Fontaines D.C. Solo per citare i più facili da recuperare. E’ che è cambiata la mentalità. Ieri sera, ad esempio, discutevo con un troglodita di Henry Miller e di Tropico del Cancro. 

Tropico del Cancro è un libro bellissimo. Tutto parte dall’Ulisse di Joyce. Come il protagonista di quel romanzo viaggia nella propria mente e fa viaggiare parimenti lo spettatore, così Miller nel Tropico viaggia per Parigi senza concludere un pensiero. Almeno non subito. Perché tutto torna. Perché Miller è un vero anarchico. Non necessariamente in senso politico. Ma in senso esistenziale. E così questo troglodita si mette a dire che Miller è un inconcludente che ha perso il contatto con la realtà, e a me che gli dico che la letteratura non è per tutti mi ribatte di andare a giocare con la play piuttosto che fargli il riassunto di quel che anche lui avrebbe studiato a scuola.

Ora, non è che perché a scuola ti sono state passate delle nozioni ciò implica che tu le abbia anche capite. Ma in fondo comprendo la difficoltà. Cosa pensate succederebbe oggi ai Disciplinatha col loro immaginario da Ventennio se Parisini suonasse Abbiamo Pazientato Quarant’Anni oggi, nel 2023? Altro che volantini strappati e teche distrutte. Ci sarebbero i flames sui social, e poi via al prossimo caso. Perché oggi tutto si consuma così. 

Penso sia raro oggi che un ragazzo abbia voglia di chiudersi in casa ad ascoltarsi un CD sullo stereo. No, lui la musica la vuole ascoltare sul cellulare, portarsela dietro. La famosa portabilità della musica di cui parlava un altro cretino dieci anni fa quando avevo la speranza di diventare un critico musicale che scrive su qualche rivista e che mi lasciava freddo, come concetto. La musica come tutto ciò che viene prodotto dall’uomo si contamina, mutando contesto muta senso.

A meno che. A meno che non sia fatta di parole d’ordine, di concetti da bar. Come quella canzone di Salmo dove lui dice di avere una Yoko Ono nel letto. Come se Yoko Ono fosse la donna che se la tira e che ti fa venire il mal di testa perché la realtà l’ha capita solo lei. Ebbene sì, caro Salmo: Yoko Ono sapeva due o tre cose sulla realtà che ha insegnato anche al maritino John Lennon, che per quello se l’è sposata. 

Ho dovuto sentire per decenni idiozie come la Ono che ha frantumanto i Beatles. Così come da giovane ho dovuto sorbirmi chi credeva che la cara Courtney Love, che ha rinunciato alla carriera d’attrice per aver rifiutato le avances di Harvey Weinstein, fosse la responsabile – almeno morale – del disfacimento di Kurt Cobain. Non lo sapevano, gli stronzi, che i Nirvana erano una band femminista e che molti dei loro testi, ad esempio Rape Me, erano scritti dal punto di vista femminile.

Ma se c’è un elemento portabile nella musica questo è il pregiudizio. I concetti sono portabili, non le emozioni veicolate dai suoni. Quei concetti per cui per secoli i diari di Chopin sono stati manipolati perché lui risultasse eterosessuale – quando le sue lettere d’amore erano per un altro uomo – e quindi eccoci al secondo concetto del giorno: la musica non è un linguaggio universale. Quando ti ci relazioni, ci metti sempre del tuo e gli dai un senso nuovo che prima non aveva. Per questo è importante conoscere le specificità dei linguaggi, avere prospettiva storica, saper inquadrare i fenomeni del passato oltre che vivere il presente. 

Poi certo, poi, ma solo poi – o al tuo primo ascolto se sei baciato degli dèi in fronte – potrai relazionarti a quei suoni dando loro il tuo personale significato. Perché in fondo ascoltare musica, come diceva Lou Reed, è come essere avvolti nel ventre materno. Il ritmo è il cuore pulsante di mammà, la melodia – o le dissonanze, nel nostro caso – il tuo nutrimento.

Nessuno può insegnarti ad ascoltare la musica. Ancora oggi, nessuno lo fa, a meno che tu non studi al Conservatorio, dove però studi la musica di un certo periodo storico come se fosse LA musica, quindi dove ti colonizzano il cervello (e tutto il resto … quelle sale da concerto dove sei seduto e ti vergogni se tossisci o starnuti … ). Se vuoi fare un percorso tuo, come ho fatto io, allora ti auguro tanti auguri, buona fortuna. E’ dal 1989 che ascolto dischi. Sono partito da Master of Puppets dei Metallica, e l’ultimo disco che ho comprato invece è un inedito di Coltrane.

In mezzo ho ascoltato di tutto: metal, rock classico, New Wave, Punk, musica etnica, jazz, contemporanea colta, colonne sonore, e ancora sento di avere dei buchi mostruosi. Non c’è niente da fare: non la si smette mai di educarsi. Anche perché i momenti illuminanti sono pochi. Come ad esempio l’anno scorso, quando in una chiesa ascoltai un piccolo ensemble eseguire In C di Terry Riley.

Fu allora, con la testa ‘aperta’ dalla musica, che capii il concetto di psichedelia e tutto ciò che si era cercato di fare negli anni Sessanta tramite l’arte come le droghe: svecchiare l’uomo dal concetto di civiltà occidentale e con agganci più o meno posticci, più o meno seri, ancorarlo a qualcosa di un poco più solido. Anche la New Wave e l’Industrial vanno in quella direzione, quella dell’introspezione, solo che sono meno fiduciosi del futuro e più incazzati. Ma sono differenze di mood, non di sostanza.

Pertanto cosa posso dirvi se non di ascoltare più che potete, di non rinunciare alla curiosità, perché quel singolo disco o quel concerto verso cui vi sentite attirati potrebbero essere la vostra porta d’ingresso per un mondo diverso, più umano, dove riconoscervi meglio. Certo, ci sono anche altre strade. L’amore, una professione fatta però non per lo stipendio ma perché vi piace, insomma magari tutte queste cose messe assieme. Sarebbe fighissimo.

E allora torniamo a Miller. Il nostro scrittore, come la sua amante Anais Nin, non hanno fatto altro che sperimentare sé stessi in un mondo che voi non avete nemmeno lontanamente la possibilità di sfiorare con le vostre vuote e vacue esistenze da Piccole Anime, per citare Faust’O, e non offendetevi perché se ve lo dico è perché potete crescere. Iniziate a essere meno schizzinosi nei confronti delle cose che la vita vi mette sotto al naso. Come quei suoni, o quegli occhi … 

 


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