Che caz*o
La seconda cosa che non mi piace: la mia solitudine. Molti miei colleghi ne soffrono, non quelli che sono direttamente assunti dalla multinazionale per cui lavoro, ma quasi tutti quelli che lavorano appaltati dalla cooperativa sociale per cui lavoriamo in forza alla suddetta multinazionale. Nessuno ci vuole, finiti i turni di lavoro. E quindi ora, quando guardo la gente per la strada, ho un moto di schifo. La mia condizione non è più esistenziale, è sociale.
I ragazzini giovani del mio paese spesso mi indicano ridendo quando sono in gruppo. Io non li cago di striscio. E’ colpa dei loro genitori, non loro, che sono già fottuti nel loro perpetuare certi schemi con la loro carne e il loro sangue. Ma lo stigma torna a farsi sentire. Ogni tanto arrivo a capire, non a giustificare ma a capire sì, quelli che comprano un fucile e si mettono a sparare sulla gente. Voi, anche voi che mi leggete, non siete innocenti. Non vi meritate di morire, ma un sano calcio nel fondoschiena ogni tanto sì.
Non ho intenzione di rinchiudermi in un ghetto frequentando le persone che soffrono come me dello stigma, rinsaldando i legami con loro. Io devo stare in mezzo a voi. Per insegnarvi come si vive, visto che voi sapete solo lavorare e poi sputtanarvi i soldi che guadagnate in cibo, scarpe e qualche investimento, quelli che possono. Che poi anche lì, il rischio di essere defraudati è sempre dietro l’angolo. Maledetti soldi.
Io mi sono trovato nel corso degli anni a relazionarmi, ad esempio, con produzioni culturali afroamericane. John Coltrane, una forza per il bene e il concerto all’Olatunji Center che mi fa venire i lucciconi per la sua quasi insostenibilità, Gil Scott-Heron, che non ostante l’alcolismo e l’eroina consumati per annegare l’odio interiorizzato è rimasto sempre prima di tutto un poeta. James Baldwin e la ricerca dell’amore, e la consapevolezza degli ostacoli alla propria autorealizzazione come homo amans.
Il monito di Charles Mingus, gli abissi di violenza e follia ma anche la genialità e la tenerezza. Ognuno sceglie, tra ciò che trova, ciò che in qualche misura gli assomiglia. A pensarci anche la cultura gay mi ha colpito: Jean Genet e i suoi ladri, le sue checche, le sue devianze. William S. Burroughs e i suoi ammonimenti a non farsi fottere il cervello dal Potere. John Giorno e i pompini nella metropolitana di New York come atti di amore zen.
E poi Reiner Werner Fassbinder con la sua lucidità sulle relazioni che, in una società basata sul potere, diventano sempre relazioni di potere. Ogni tanto guardo la mia collezione di dischi, di libri, e poi osservo me e gli avvenimenti della mia vita, come ne sono uscito, e mi viene da piangere a pensare che tutto quello che ho scoperto, inventato o trovato verrà perso quando io non ci sarò più. Senza figli o eredi. Ma anche senza amanti, almeno per il momento.
E mi capita di guardarvi, la mattina sul treno, a parlare del lavoro che vi aspetta, o al ritorno dal lavoro a discutere del cibo che preparerete. E mi prende lo sconforto. Vi hanno fottuti. E voi avete fottuto me perché ve lo ho ricordato. Solo per avervi messo in guardia. Ma una cosa devo riuscire, prima o poi, a fare con le persone che mi hanno soverchiato col gaslighting venti anni fa, cooptando anche la mia famiglia.
Voglio metterli in un angolo. Psicologicamente e metaforicamente parlando. E obbligarle a dirmi la verità. Perché? Come il figlio al compleanno del patriarca in Festen di Thomas Vinterberg. Perché? Lo voglio sapere. E la mia voce si confonde col sassofono di Pharoah Sanders nei concerti giapponesi di Coltrane e consorte. Prima o poi la avrò quella risposta. Prima o poi la avrò quella confessione. E allora, mi riterrò soddisfatto. Pronto per una nuova vita. Ma forse, anche prima …


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