Tempus fugit

Il tempo sta passando velocemente. Troppo velocemente. Le settimane sono tutte uguali. Dal lunedì al venerdì il lavoro e lo studio – sto studiando statistica da solo, visto che è con quella che mangio, quindi sono stato in una libreria del Politecnico e mi sono comprato un manuale bello corposo – e nel weekend, da solo, cinema, musica dal vivo e qualche giro per negozi di dischi. Tutto sta volando e temo lo schianto, prima o poi. Ma non è che c’è da qualche parte un pulsante dove premere lo stop.

Il mio piede non si è ancora ripreso completamente, quindi niente laboratori per ora. Giro per la città, sia nei giorni lavorativi che in quelli feriali, e vedo facce, non volti. File di persone fatte con lo stampino, tutte uguali. Qualcuno più interessante esteticamente (ma chissà come sarà poi ‘dentro’ … ), qualcuno, forse la maggior parte, con un aspetto e una prossemica per nulla invitanti. Vi siete persi. Vi siete persi dentro un buco nero e ne siete usciti a brandelli. Io ve l’avevo detto, ma non mi avete ascoltato. Cazzi vostri adesso.

Osservo anche me stesso, di sbieco in qualche hotel di quelli che frequento per lavoro, mentre cammino, o nelle vetrate che trovo in giro. Non mi piaccio per niente nemmeno io. Non mi piace la mia figura ingombrante, non mi piace la texture della mia voce, non mi piacciono i miei modi. L’unica cosa positiva è che nei rapporti coi colleghi, ad esempio, che conosco ormai da qualche mese, e coi superiori, mi lascio un po’ più andare, anche per cose banali, ma sono meno sulle mie, meno chiuso per l’abitudine a stare solo.

Mi viene in mente come mi giudicavo da adolescente, da post adolescente, da pre adulto. Non mi piaceva nulla di me. La voce, la fisicità che non è poi distante da quella che ho adesso. Non mi stupisco che a un certo punto mi colse l’insonnia. Forse è la prima volta, questa mentre scrivo, che penso a cosa la avesse potuta causare. Quindi qualcosa di positivo c’è, forse, i neuroni e le emozioni mi funzionano ancora e si allineano, come si dice in gergo aziendalista.

O forse no perché in fondo sono sempre lì a rimuginare sul passato. Quando godrò finalmente di qualcosa che non siano i suoni che escono dal mio stereo, le emozioni che mi prendono ad ascoltare degli strumenti oppure a guardare delle immagini in movimento? Quando godrò della vicinanza di una persona capace di farmi trasalire, di sconvolgere le mie abitudini e portarmi altrove con la mente ma non solo? Col corpo, ma anche geograficamente magari. Qualcuno capace di mettere in moto ciò che ancora non vedo, sia dentro che fuori di me.

Non mi piace per niente il mondo in cui vivo. Non mi piace la provincia, non mi piace la città. I poveracci che si sentono tali e allora si fanno dei discorsi mentali o vivono come in un film di Tarantino, nella propria testa, per sentirsi qualcuno, oppure i ricchi che fanno … beh, i ricchi. Nessuno dei due fa per me. Avrei voglia di frequentare persone insoddisfatte di sé e del mondo, come me, e vedere cosa ne esce fuori a livello creativo.

Eh sì, l’insoddisfazione se non diventa frustrazione e non la rivolti contro te stesso è una bella arma. Ma qui tarda ad arrivare quello che cerco. Non ci credo che non esista neppure un individuo, ormai. Non ci credo che vi muovete solo a branchi, o meglio a famiglie. Ah come ve le vorrei distruggere le vostre appartenenze. Come siete pieni di stereotipi. Così diversi l’un gruppo dall’altro, ma così uguali a livello di dinamiche.

Non ho trovato, alla fine, un rituale adatto come scrivevo qualche tempo fa. Non so perché, anche se temo che il motivo sia che è tutto troppo sfittico. E poi, mica siamo ad Haiti. No, siamo in Brianza, anzi un poco più sopra, nella brutta periferia dell’Impero. E allora, come raggiungere il mio obbiettivo, l’alterità? Dov’è l’altrove? Qui ci sono sempre le stesse cazzate. Qui ci state voi. Due giorni fa sul treno qualcuno magnificava l’intelligenza della Ferragni. Capito?

 


  

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