Appunti Sperimentali – Parte I

Natale di febbre. Coltrane in plancia di comando. Concerto all’Olatunji Center. “Ricordati, un giorno, di chi ti ha fatto stare bene”, mi dico. Rumore bianco alla clorexidina, sale sulle ferite, che puntualmente scompaiono come macchie rimaste sulle bende ma di cui nella pelle non v’è più traccia. Ayler poi. Un soprano mai più suonato, strizzato, inquisito in quel modo nella storia del jazz. Mary Maria. La batteria che Sunny Murray suonava non con le bacchette ma coi ferri da calza. Puro pulviscolo dada. 

Invece Allen Blairman accelera e decelera, colpisce e infioretta, benedice come un Papa mentre Call Cobbs intesse sottili trame attorno al contrabbasso archettato. Un accenno di marcia. Sono io che cammino nel mondo, senza timore, mentre un plotone intero mi punta i propri fucili da stigma. Io non vi vedo. Sono come un albero. Ho radici profonde, non fosse per il mio piede sinistro che ancora dopo cinque mesi mi duole, ma ciò non mi impedisce di respirare dalle foglie di assumere linfa dalla terra.

Avete provato a linciarmi. Siete stati a guardare mentre la mia famiglia cercava di fare di me carne da macello. E mi avete giudicato e schernito invece di tendere una mano. Io provo schifo per voi. Ma anche compassione. Tuttavia devo impedirmi di nuocermi di nuovo. E’ un dilemma etico, ma non puoi non inspirare o espirare. Inspiro il vostro odio, lo ributto fuori. Quando la musica mi fa inspirare amore, lo trattengo per me invece che darvene il corrispettivo, perché ve ne darò solo se e quando lo meritate.

Solo. In questa casa. Non fa freddo ma ho febbre e tremo. Il naso starnutisce in continuazione. Consumo un pacchetto di fazzoletti balsamici ogni due ore. Per un giorno. Poi tutto si calma prima che rientri a lavorare. Una quarantena di cinque giorni, il giusto tempo per godermi ancora la solitudine inflittami dalla società e dalla mia temperatura corporea. Voi mi guardate, io non vi guardo. Si alza il tono del tenore, quel sax che vorrei procurarmi e imparare a suonare in quel modo, come Ayler o come Trane.

Da un certo punto di vista vorrei che la mia voce allo strumento, e la mia vita, fosse come la voce di Albert: nata da un brodo primordiale di sacrifici umani e paure ancestrali, prende consapevolezza e si lancia in un canto di lode a sé, per poi perdersi nel trascendere più puro. Morto come un cane, Albert Ayler. Come quel magnifico quartetto di Brotz con Kondo, Parker, Drake. La musica più espressionista mai sentita. Era come guardarli dipingere cogli strumenti.

Vorrei poter essere un busker, ma col sassofono al posto della chitarra. Come Giuseppi Logan. Incantarvi o meglio spaventarvi con il mio suono. Perché l’importante è che una reazione ci sia, non che ce la stiamo a menare con quanto siamo tutti paciosi e carucci. Nessuno di noi è bello oggi come oggi, siamo tutti bisognosi di una verniciatura all’anima, di una risistemata, di una bella arieggiatura. Per vent’anni avete gaslightato lo scrivente, come fate a non essere colmi di odio per voi stessi?

Potete solo astrarvi, e vivere tutto ciò che raggiungete, ammesso sia quello che desiderate veramente, a partire da un livello che è diverso dal vostro. Di solito dimorate più in basso di quello che vi spetta. Ma è una vostra scelta. Io, per quel che mi riguarda, non capisco perché devo stare a un livello più basso del mio. E così mi sono alzato di nuovo. Sassofono, contrabbasso, pianoforte, batteria mi attraversano, mi riempiono, al posto delle quattro ciancie di tre anni fa con cui volevate restringermi.

Io non godo come voi. Io godo come i bambini. Anche quando c’è di mezzo il sesso. E’ solo così, con innocenza, che per me ha senso venire. E’ solo così, con innocenza, che ha senso comunicarsi. E’ solo così, con innocenza, che ha senso dialogare. Non siamo più belli, né dentro né fuori. Ne ho avuto la certezza quando ho ascoltato dal vivo Rava, Parker e Cyrille. C’era il mondo la fuori, e loro tre che suonavano non ostante le guerre, non ostante la povertà, non ostante il fascismo che ha vinto e si è ripreso il potere – e che ha negato le vostre anime.

Giorgia Meloni o chi per essa - hanno tutti gli stessi connotati, si assomigliano tutti questi signori della guerra - vince da quando avete negato la mia sessualità, dopo aver fatto finta di scandalizzarvene. Lo stigma che mi si vuole imporre a furia di astinenza nella pelle, compresa l’assenza di amicizie e di legami personali, è strettamente legato e imparentato alla vittoria del fascismo e alla scomparsa del libertarismo dal vostro orizzonte. Volete ordine. Volete repressione. In tutti i sensi di queste due parole. Per questo mi volete solo, perché lo sapete da che parte sto.

Io sto dalla parte dell’anarchia. Ma di una anarchia artistica. Per questo avete contaminato anche l’arte e l’avete voluta inquinata e moribonda. Perché non sopportate che qualcuno abbia fatto della fatica e della passione e dell’impegno qualcosa che a voi non appartiene. Voi che vi riempite la bocca di parole come sacrificio o merito, siete i miei nemici. Io vi vedo. Ogni vostra particella che si sente fuori posto quando non capisce e vuole distruggere ciò che non capisce. Quella è mia nemica. Perché vi ho visti all’opera. Siete degli sciagurati.

Avete cercato di distruggere la mia esistenza. Io sono qui forte come prima. Anzi di più, perché mi sono dimostrato quanto sono forte. Non c’è possibilità di zittirmi. Non avete la possibilità di togliermi questa voce con cui, mentre Albert Ayler ulula Holy, Holy, io vi dico che sarò sempre la vostra cattiva coscienza e che non accetterò mai di stare ai vostri sporchi giochi sociali. Io non sarò mai solo il mio lavoro, non sarò mai solo il mio ruolo, non sarò mai solo la mia reputazione, non sarò mai condiscendente. Sarò per sempre non riconciliato. Una potenziale bomba. Non potrete mai maneggiarmi con prudenza. 

 



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