Appunti Sperimentali – Parte III
Stanotte ho fatto un sogno.
Vivevo in una casa più grande, qualcuno mi regalava una scatola da cui fuoriusciva per installarsi nella mia dimora un grosso ragno.
Io lo lasciavo circolare libero.
Nel frattempo mi dicevo: “ancora due anni prima di prendere il diploma da attore. Poi potrò fare il lavoro che voglio”.
Secondo il Dr. Jung il ragno rappresenta una parte inconscia ancora sconosciuta (grazie al cazzo, se è inconscia … ).
Ma non ho la minima idea del perché del diploma da attore, non so cosa significhi.
Lo saprò tra due anni?
Io e mio padre ci siamo odiati.
Lui mi ha odiato perché di fronte a me si sentiva in colpa, e a un certo momento ha deciso, fomentato in questo dalla società, ovvero dalla sua parte politica e dai miei medici, che doveva essere chiaro a tutti e soprattutto a me che il mio malessere era solo colpa mia e che lui non c’entrava nulla.
La sua parte politica, ovvero i suoi amici, mi guardavano con sospetto perché io ragionavo come un anarchico pur senza avere tessere e appartenenze che fossero in linea col mio sentire.
I miei medici erano arrabbiati con me perché con i loro soldi si era dato alle stampe un giornale pieno di informazioni a loro sfavorevoli, e poco importava se essi ne erano i diretti responsabili in quanto quelle informazioni erano virgolettati, frasi dette da loro stessi come “Senza l’uso di cavie la scienza non farebbe progressi”. Io ero una delle loro cavie, per inciso.
Il risultato fu:
GASLIGHTING.
Con la società che stette a guardare, prima di giudicarmi colpevole e di farmelo sapere ricordandomelo poi ogni giorno per dieci anni di fila.
Dieci anni in cui, a differenza di ciò che pensava il mio prossimo, io lentamente provai a rinascere fino a quando non iniziai a scrivere.
Anche io odiai mio padre. Per come mi trattava. Iniziammo a mangiare a orari diversi per non incrociarci nemmeno, in casa, visto che nessuno dei due poteva tollerare l’altro.
Lui non tollerava me perché gli ricordavo chi era, ovvero cosa mi stava facendo e i sensi di colpa precedenti.
Io non tolleravo lui perché lo ritenevo stupido e irrazionale. Cattivo e dannoso per me.
Mai pensai di cambiare casa. Non ero io quello che se ne doveva andare, semmai mi si dovevano delle scuse. Penso tutt’ora la stessa cosa del luogo in cui vivo. Nessuno mi farà mai sentire in colpa. Semmai l’opposto.
Soltanto, ogni tanto penso che l’aria avvelenata potrebbe impedirmi di crescere, di sentire delle novità dentro e fuori di me. Ma è il prezzo da pagare per tenere il punto, per il mio senso di giustizia che ancora non è morto anche se si esprime solo con muta rabbia.
E’ che io le perdonerei anche le persone che mi hanno fatto del male, ma esse potrebbero rifare del male a altri dopo di me.
E lo fanno. Tutte le persone i miei medici ed ex medici trattano come contenitori di medicine anziché come soggetti da rendere di nuovo proprietari della loro storia i loro cosiddetti pazienti.
Supportati in questo equivoco da come hanno informato (in-formato) il mondo che ci contiene entrambi.
Tutti pensano che le persone disturbate debbano prendere medicine a vita e basta.
Nessuno crede che invece occorra che ogni soggetto (sano o malato che sia) debba riprendere in mano la propria vita.
Per farlo, occorre credere che ci sia una vita da riprendere in mano e qualcuno che ce l’abbia tolta.
Due verità impopolari nel mondo di oggi, che fanno venire la coda di paglia a troppe persone.
Ecco, caro paparino, il massimo che potrai ottenere da me è usarti per fare considerazioni come queste. Sei vissuto dalla parte giusta della Storia, hai obbedito e sei morto come un cane, con infarti silenti che hanno minato il tuo cuore prima del tracollo finale.
Gli ultimi mesi sei stato chiuso in casa senza neanche andare a lavorare, hai ricomprato la macchina dell’aerosol perché pensavi che quella vecchia non funzionasse più e il tuo caro dottore non ha rilevato nessuna anomalia in te, così ti ha mandato a fare degli esami sotto sforzo e quel giorno, la sera, per il dolore te ne sei andato.
Hai fatto proprio bene a fidarti della scienza. Ti ha salvato la vita in fondo, no? …
Quest’anno mi sono innamorato, di nuovo, finalmente. Lei a un certo punto è sparita senza darmi spiegazioni. Come si usa nelle relazioni di oggi.
Non ho più voluto vedere i nostri comuni conoscenti, perché non sono sicuro siano innocenti e dato il come ci hanno osservati interagire non voglio sporcarmi le mani con dei bambini che non si preoccupano di fare eventualmente dei danni. Fuori dalla mia vita, grazie.
Sto ancora aspettando di trovare, nel mondo che mi contiene, delle persone adulte come me.
Ho pensato se riportarla o no in vita, quella giovane donna, utilizzando il ricordo e l’emozione. Ma mi ha causato troppo dolore, sono ancora troppo arrabbiato.
Certo che il dolore è qualcosa che oggi più che mai riconosco come ingiusto, e per tanto dovrei imparare tecniche per evitarlo. Cose che ancora non conosco.
Purtroppo in questi mesi non sono riuscito a evitarlo del tutto. Ma ho imparato a fare surf, a volarci sopra senza farmene intaccare più del dovuto.
Del resto di giorno dovevo lavorare come tutti, essere presente, mentre nel mio tempo libero potevo mettere su un disco o rinchiudermi in una sala cinematografica o ancora andare ad un concerto.
E il tempo è volato. Avevo paura dato come scorreva in un possibile schianto. Ma invece nulla si è schiantato. Certo, il mio piede rotto e non ancora a posto mi impedisce di calcare un palcoscenico. Forse per sempre. Sto pensando di rimpiazzare il mio studio con una chitarra acustica o un sassofono usato …
Eppure questa cosa che ci vuole del tempo in modo che il dolore faccia meno male mi sta ancora tanto, tanto sul cazzo.
Provo a gettare uno sguardo sul futuro, dopo aver abbracciato il passato, lontano e recente, ma vedo l’ignoto.
So di cosa ho bisogno sul piano materiale: continuare a lavorare e portarmi a casa i soldi che mi servono per (soprav)vivere. Ma non so cosa mi serve dentro.
Quest’anno almeno mi ha dimostrato una volta di più che se seguo il filo dei miei pensieri o dei miei sentimenti e non mi perdo comunque riesco a portarmi a casa anche gli obiettivi più materiali.
E che le due cose sono strettamente legate: è infatti la prima volta che mi rinnovano un contratto di lavoro lungo. Quindi se seguo me stesso, se sto legato al mio bisogno di indipendenza emotiva e fisica, che sono i miei motori principali da sempre, tutto mi funziona bene, sia sul piano materiale che non.
Ma se dovessi cercare nel mondo, nelle persone, stimoli che siano almeno pari dei miei stimoli interiori?
Esiste una parte di psiche che non è individuale ma che è collettiva, e non intendo con ‘collettiva’ un semplice ‘di tutti’. No. Intendo quanto la relazione sia importante per accendere intuizioni, emozioni, sentimenti. Tutto questo mi manca.
Come farò per tornare a vivere queste cose senza rotture di coglioni come erano invece i miei collaboratori fino a questa estate? Senza pesi morti? Per il momento posso solo tenermi un canale di comunicazione aperto col mondo.
Certo, essere uno che ha un equilibrio fatto di vita interiore e cose come la musica, la letteratura o il cinema che alimentano solo quella parte, non aiuta.
Vediamo nei prossimi giorni cosa (mi) accadrà … oggi è l’ultimo giorno dell’anno, e sono ancora solo.


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