Intermezzo: A Faber
Oggi, l’11 gennaio 1999, un tumore ai polmoni ci portava via Fabrizio De André. Io all’epoca già ascoltavo musica, ma di tutt’altro calibro – la new wave italiana e i suoi derivati ad esempio – e Faber mi era ancora oscuro. Me ne teneva lontano l’impressione, più che la realtà, di musicista più attento ai testi che non alla musica che quelle opere d’ingegno doveva rivestire. Mi sbagliavo, ovvio, ma non lo sapevo ancora.
Tutto cambiò, qualche mese più tardi, quando un amico, dopo aver conosciuto Cinaski e Capossela, mi fece ascoltare Tom Waits, che più o meno trattava nella sua musica gli stessi temi di De André. Ero pronto. Ci pensò una persona che faceva le pulizie in un negozio di elettrodomestici dove sotto Natale quell’anno anch’io entrai come venditore di telefoni cellulari – uno dei tanti lavoretti per cercare di mantenermi gli studi – a prestarmi Anime Salve.
E dunque il mio ingresso per l’universo di De André fu con il mondo delle persone transgender, dato che le prime sue note che ascoltai furono quelle di Prinçesa. Non sapevo nulla di quel mondo, ma non mi trovai per nulla a disagio tra quelle storie, anzi, quando il poeta genovese parlava di “vertigine d’anestesia” io pensai subito agli psicofarmaci pesanti che avevo da poco smesso di prendere, e che mi avevano trasformato per sei mesi in uno zombie con principi di epilessia condannato alla solitudine, per di più.
Il mio specialista dell’epoca non mi aveva preparato se non con poche formule sibilline ai molti effetti collaterali di quel trattamento. Che non sarei stato più in grado di esprimermi correttamente, di lavorare, di studiare, che avrei avuto ‘bruciori’ alla testa, e che avrei anche dovuto per lo più prendere altri farmaci contro i principi di epilessia indotti da quei farmaci sono cose che scoprii un poco alla volta, col mantra ‘non sono i farmaci, sei tu’ a calmare qualsiasi principio di ribellione. Per di più tutte le persone che mi stavano attorno mostravano rabbia e desiderio di abbandonarmi.
Sei malato (ah sì?), non scocciarci. In effetti a cos’erano servite quelle medicine se non a regalarmi un dolore nuovo al posto della mia insonnia? Non capii mai perché non riuscivo a dormire nei mesi primaverili e poi estivi del 1998, perché quei medicamenti fecero tabula rasa. Di me, però. Ne uscii, infatti, che ero un’altra persona. Più incazzato. Più desideroso di rivalsa. Ateo. Dio mi era servito per farmi compagnia e per attingere forza laddove non ritenevo di averne io, mi dissi bestemmiando non solo mentalmente per aver vissuto un buon decennio auto-mentendomi.
Nuova musica – oltre a De André e a Tom Waits ricordo un concerto dei Fugazi al Leoncavallo bello pregno di contenuti – nuovi amici, ché quelli vecchi di una persona imbottita di mercanzia chimica non sapevano cosa farsene nemmeno dopo – certi marchi si portano a vita – tantomeno provarono ad avvisrami che forse avrei fatto meglio a cambiare specialista. Nuovi vestiti – il chiodo d’inverno e la camicia militare della ex DDR d’autunno, capi d’abbigliamento che mi misero spesso in difficoltà con la brava gente per bene per la strada o anche nei negozi di Milano.
Ricordo ancora quando un negoziante mi dette dell’”amico dei kosovari”, come se fosse stato un problema avere conoscenze nel mondo dell’Europa dell’Est che allora si stava riprendendo dagli stupri etnici e dagli orrori della guerra in generale. Non comprai nulla – era un negozio di dischi in Piazzale Lodi – guardai un po’ di album e me ne andai dicendo a me stesso che quel subumano non meritava i miei soldi.
Per non parlare degli insulti sui tram o delle botte per la strada – un paio di occasioni, niente di che. In fondo mi ero coperto di alternativismo senza neppure frequentare gli alternativi, che negli anni Novanta erano da quel che vedevo per lo più stupidi e superficiali come i loro rivali ciellini, una scelta la mia meramente estetica dunque che però gridava forte al mondo cosa pensavo di lui – e il mondo ricambiò. Del resto se c’erano specialisti che potevano imbottirti di merda chimica il cervello al punto da lasciarti la sensazione che i neuroni ti bruciassero, gente che poi puntualmente faceva carriera anche negli ospedali pubblici, la colpa non era mia. Ma di chi mi circondava, oh sì.Anche per questo mi piaceva Faber. Perché lui forse uno come me lo avrebbe se non capito quanto meno accettato, non picchiato o insultato, non trattato. Forse mi avrebbe detto: “Non dormi? Prova a vivere di notte, come faccio io”. Faber avrebbe provato misericordia per me e il mio percorso umano. Come quel carcerato di cui di recente Pierpaolo Capovilla ha preso in prestito quei versi, “tutti veniamo gettati nel cesso prima o poi, almeno una volta nella vita”. E poi De André aveva delicatezza “I vecchi quando accarezzano hanno paura di far troppo forte”, detto di Giuseppe e Maria nel disco La Buona Novella: è una nota di incredibile umanità.
Purtroppo io non trovai dita tanto attente al mio cervello e alla mia vita in generale. Ma intanto con Fabrizio ci dialogavo, costantemente, mentre ascoltavo anche altre cose come il post rock e la musica etnica. Amico Fragile, autoritratto impenitente, era e resta forse la mia canzone italiana preferita, così come quell’ultimo album in studio è per me la cosa migliore fatta da un musicista nostrano, forse anche migliore di Conflitto di Assalti Frontali, di Affinità/Divergenze dei CCCP e sicuramente migliore degli altri cantautori, anche se Andare Camminare Lavorare di Ciampi e i brani d’epoca di Tenco meritano assai.
E poi, pensate solo alle potenzialità cinematografiche di certi pezzi come La Canzone del Padre tratta da Storia di un Impiegato … tutte quelle metafore che erano evidentemente figlie della poesia beat ma che anziché saltarti fuori dalla testa come nel caso di un Bob Dylan – penso soprattutto a Subterranean Homesick Blues con quella scrittura ritmica capace di sottolineare tutte quelle immagini magnifiche – si susseguono con una logica implacabile … “E i miei alibi prendono fuoco, il Guttuso ancora da autenticare”. Per non parlare dell’atmosfera morriconiana di quel pezzo.
E che dire del Testamento di Tito? Per me che avevo abbandonato la religione da poco, quel testo era cibo per la mente. Stravolgere quelle regole (“Templi che rigurgitan salmi di schiavi e dei loro padroni”) in nome di un realismo (“Ma forse era stanco, forse troppo occupato, davvero lo nominai invano”) a volte amarissimo (“Onora il padre, e onora la madre. E onora anche il loro bastone”) ma che non lascia comunque svanire la pietà “che non cede al rancore”, appunto, nel vedere un “uomo che muore”, ovvero il Cristo in croce.
L’Impiegato e il Vangelo apocrifo furono i dischi che ho più consumato, assaporandone ogni parola, assieme ad Anime Salve. Perché avevo scoperto col cinema di Kusturica, e le colonne sonore di Bregovic, di amare anche la musica etnica, da Caetano Veloso a Nusrat Fateh Ali Khan, da Ravi Shankar e il corrispettivo popolare della musica indiana nella versione degli “zingari” del Rajastan fino a Oum Kalthoum e i maestri musicisti di Jajouka, senza dimenticare la musica dei Sufi, il canto dei mongoli e Fela Kuti.
E quegli ultimi dischi di Faber, a partire da Crêuza de Mä in poi, erano una porta verso l’altrove, non verso l’esotico come potrebbe obiettare un Said, ma verso l’altro. Da qui alcune piccole imprese compiute negli anni successivi, come scattare alcune foto donate poi al Naga di Milano, l’associazione che sul nostro territorio si occupa di migranti seguendoli dal punto di vista medico e legislativo, o un certo interesse per la storia dei popoli in conflitto, dalla Bosnia al Rwanda.
E poi c’era l’anarchia di Fabrizio De André, che potevo ben capire dato che sin da ragazzo avevo amato tanto Pasolini e il suo “odio viscerale per lo Stato in cui vivo”. A parte un esame fatto in Università dedicato alla Storia dell’Anarchismo non ho letto tanti libri sull’argomento, ma l’idea di un mondo senza regole create per opprimere è qualcosa che ancora oggi mi attira tantissimo, tant’è che l’ultimo libro su cui ho riflettuto di argomento sociologico è un saggio di Angela Davis sull’abolizione delle prigioni, figlio di Foucault, che mi ha decisamente coinvolto e convinto.Lontano da lui quando iniziai a scrivere come critico per varie webzines, De André è ritornato forte dopo aver visto con amici uno spettacolo di Neri Marcoré dedicato alle sue canzoni. Forse il disco che più ho ascoltato in quest’ultima fase è Tutti Morimmo a Stento, con quella “paura” che si ha vergogna di confessare alla madre, ma in generale a parte alcune notazioni come questa di una umanità sconcertante è proprio l’idea di un ragazzo così giovane che riflette sulla morte a lasciarmi estasiato e a farmi riflettere.
E così quando settimana scorsa mi sono procurato la mia terza chitarra, dopo aver rotto la prima venti anni fa e venduto la seconda dieci, il secondo brano che ho imparato – dopo la Where Did You Sleep Last Night di Cobain/Leadbelly – è Andrea, assieme inno antimilitarista come La Guerra di Piero e canto di amore ‘contro natura’, come direbbero molti fan di un certo generale che oggi pubblica libri per ribadire la sua visione di un mondo dove ci dovrebbero essere privilegiati e scartati.
Corsi e ricorsi … proprio oggi pomeriggio, mentre facevo esercizi di scale e di ritmica mi sono accorto che mentre provo a impratichirmi quella sensazione che provo spesso, di straniamento – come mi suona strano essere al mondo a volte, non mi capacito di come sia potuto succedere – mi è completamente passata di mente. Certo mi sarei trovato più a mio agio a continuare a studiare da attore, ma dato che il piede che mi sono rotto questa estate ancora non ne vuole sapere di smettere di dolere, ho deciso di dedicarmi a un’altra arte, anche se dover ogni volta ricominciare da capo è sempre più snervante.
Chissà se stavolta sarà la volta buona. Chissà che effetti produrrà il dialogo con Faber e altri suoi mentori, da Bob Dylan (“We live in a political world, where love don’t have any place” canta in un brano che apre il disco Oh Mercy) a Leonard Cohen, mentre suono le loro canzoni, o almeno ci provo. Chissà se questa volta potrò godermi i frutti di un dialogo con l’altro e di una acquisizione di capacità senza dover ricominciare tutto una ennesima volta.
De André ci ha insegnato tanto, ma credo che la cosa che più ci ha insegnato è ad amare. Ad amare soprattutto chi ha avuto meno fortuna, e chi si trova a vivere magari dalla parte sbagliata della strada, senza averne paura e senza sentirsi più fortunati – come odio quel consiglio “non guardare chi ha di più, ma guarda chi ha di meno e ringrazia per la tua fortuna”. Come se non si potesse vivere tutti avendo almeno l’indispensabile, e anche qualcosa di più, e sforzandosi per raggiungere quella condizione.
De André ci ha insegnato che la vita è fatta di tante sfaccettature, ma soprattutto ci ha mostrato cosa significa, con il risultato della sua magnifica arte, utilizzare la ‘visione’, quella capacità che tutti abbiamo (non solo i ‘bambini, i matti e i solitari’, come una volta disse) di essere a pieno noi stessi, ovvero di non censurarci. E’ questa la sua lezione più preziosa, la sua “goccia di splendore” da consegnare alla morte. E la nostra, mia e di voi che mi leggete, quale sarà?



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