Lascerò che i morti seppelliscano i morti

Lo scorso weekend sono stato all’ennesima fiera del vinile, e mi sono portato a casa il solito bottino, tra cui spicca un box triplo della Dischord, l’etichetta di Fugazi e tante altre band hardcore punk anni Novanta. Pochi giorni prima era uscito il nuovo disco degli Idles, che mi ero gustato in anteprima la sera antecedente l’uscita in un nuovo negozio di dischi milanese legato anche a un’etichetta che produce, tra gli altri, i fantastici Uzeda.

E così mi capita, mentre ascolto musiche vecchie e nuove, che si muovano i neuroni. Ho iniziato da poco a prendere lezioni di chitarra, e tra giri di blues in 12 battute con ritmi shuffle e valzer – bisogna imparare di tutto giustamente – e frequentando altre persone che come me per vari motivi sono appassionate di musica, mi sono venute in mente un po’ di cose che butto qui stasera per togliermi qualche sassolino dalla scarpa.

Quando io ero giovane, negli anni Ottanta, erano ancora presenti delle vere e proprie sottoculture. C’erano i punx, ad esempio, come c’erano anche i metallari. Questi ultimi erano divisi tra glamsters, seguaci di musicisti coi capelli cotonati e le unghie dipinte, e thrashers, gli amanti dei suoi più incazzosi, disgustati dalle ballads e vagamente parafascisti a volte. I punx invece erano anarchici, e anche quando non erano più ragazzini squattavano che era un piacere.

Il punto è che gli appartenenti a quelle sottoculture – i metallari ad esempio erano apprezzati anche da De André, uno che ci vedeva fino – a occhio ti davano l’idea di apprezzare certi suoni perché erano incazzati col mondo. I punx squattavano perché odiavano i soldi, e ne facevano chi con l’elemosina chi producendo arte – mi perdonerete la semplificazione – quel tanto che bastava per sopravvivere, ma la loro era fame di vita, non di conti correnti, IBAN e mutui subprime.

Insomma, era possibile vivere in un modo alternativo, anche se poi la gente ti guardava male, anche se a squattare magari venivi schedato e anche se la gente ‘perbene’ ti disapprovava e magari cercava anche di metterti i bastoni tra le ruote. Ma, e questa è la cosa per me importante, la controcultura significava che c’era un altro modo di vivere che non era quello borghese, fatto di ipocrisia, avvocati, vacanze dorate e dio denaro.

Oggi non è più così. Chi ascolta Caroline Polachek o i Bar Italia lo fa per sentirsi più intelligente della media. Per distinguersi. Ascoltare musica d’arte, dagli Smiles ai Murder Capital è solo un altro modo per dire: sono depresso e anziché capire come esistenzialmente lo sono diventato e magari tirarmi fuori da brutte situazioni prendo uno psicofarmaco, che mi annulla il sintomo ma lascia intatta la realtà che quel sintomo me l’ha data.

Come il mito del chemical imbalance in the brain, infatti, così il mito dell’hipster non è altro che un modo per non muovere un muscolo per rendere migliore il mondo – tanto non ci crede più nessuno che sia possibile – e limitarsi a non sentire angoscia e dolore esistenziale. Per questo la musica che viene prodotta oggi è mediamente inferiore – anche se per carità, i dischi di Algiers e Lankum non me li dovete toccare – a quella che si respirava anche solo dieci anni fa.

Sono cambiate le coordinate esistenziali di chi fa e di chi ascolta musica. Drasticamente. Irrimediabilmente? Questo non lo so dire, io so solo che l’anno scorso una pop band britannica, di cui adesso mi sfugge il nome – ho provato anche a cercarla con google ma vi dovete accontentare del mio racconto – ha pubblicato una canzone in cui si diceva appunto che tutta questa bella gente che ascolta musica alternativa un giorno morirà senza lasciare traccia e nessuno si ricorderà di loro.

Secondo voi perché un gruppo musicale si è messo ad andare in culo al proprio pubblico, se non perché era ora che lo si facesse? Nel senso, voglio dire, era giunto il momento di sollevare un grosso problema. Che giustamente è stato passato sotto silenzio. E allora ci torno su io, su questo che è un blog aperto, e che leggono giustamente in sei persone, statistiche alla mano. A volte mi spiace di non riuscire ad essere più incisivo, ma mi sembra il caso di soffermarsi su un problema grosso come una casa.

Venti anni fa leggevo una rivista di musica e una giornalista, brava tra l’altro, fan di Nick Cave e dei Cure – di questi ultimi se non ricordo male aveva curato anche un libro con traduzioni dei testi – scriveva che considerava la musica come una estensione della propria personalità e che ad ascoltarne di becera si sentiva, pertanto, offesa. Già si potevano sentire, allora, le prime crepe nel ‘sistema’.

Un sistema dove ad esempio ci si lamentava del fatto che i RATM incidessero per la Sony e si fregiassero ancora di un nome come Rage Against The Machine. Perché se attacchi il sistema non puoi farne parte. Non ci si rendeva conto che si predicava il pauperismo e il suicidio, come già avvenuto ai tempi della firma dei Clash per la CBS. Un sistema dove ci si faceva beffe del fan di Bob Marley come di un inconsapevole fattone.

Senza pensare che ci sono persone che ad esempio sono a favore della marijuana libera perché essa cura anche dolori fisici legati a malattie per cui i corrispettivi farmaci da banco sono meno efficaci, hanno più effetti collaterali e costano di più. Ecco, c’era, e c’è, molta superficialità e poca capacità di ascolto, poca empatia. Questo ci ha rovinati, completamente. La musica dovrebbe essere non un surrogato di cose che non si trovano altrove, ma un modo per esperire cose che normalmente non puoi provare, perché lontane da te quanto il campo di sterminio oltre la siepe di La Zona d’Interesse.

E’ per smettere di essere passivo che serve l’arte. Per fare qualcosa, poi, nel mondo reale. Anche solo tenertela quella insoddisfazione, vedere come ti scava. Se te la tiri perché tu hai capito tutto della musica e gli altri sono stronzi, cosa vuoi cambiare della realtà che ti circonda? Per questo sono contento di fare un lavoro che mi permette di stare a contatto con persone con un vissuto importante da un lato, e con persone con una vita mediamente più agiata della media dall’altra.

Sento che imparo cose da entrambe le parti. Questo è fondamentale: stare ad ascoltare. Badate bene: stare ad ascoltare, non ‘essere umili’. Ascoltare vuol dire mettersi da parte – come predicava Carmelo Bene – non mettersi al centro coi propri gusti del cazzo. E’ qui che va l’accento. Ascoltare musica e guardare le facce delle persone che incontri sul treno, vedere un film con attori pazzeschi e poi relazionarsi con operai o contadini. Anni fa una mia collega attrice mi disse “Tu sei strano”. Avrei voluto ribatterle: “E tu vuoi fare l’attrice? Come fai a immedesimarti in un personaggio se lo giudichi prima?”

Poco importa che quella persona non doveva interpretare me. La curiosità se settorializzata è morta. Bisognerebbe essere curiosi di tutto. Certo che se avete paura di rimetterci, allora poi tornate alle vostre paure di borghesi – siamo tutti borghesi oggi, anche chi è povero e volta a destra: non lo fa perché lo ha deluso la sinistra (altrimenti non voterebbe) ma perché è stato reso insensibile da un sistema.

Pertanto oggi, una domenica come tante, mi trovo a scrivere queste righe sapendo che non ho nessuno attorno e dentro che sia come me, che condivida con me questa fame di realtà, questa fame di modificare la realtà, questa fame e basta. Una volta ho sentito un musicista dire a una attrice, la quale si lamentava che non esistevano più artisti come Tenco, che nessuno ha più voglia di correre quei rischi. Ecco, sappiate che se non li correte voi, quei rischi, li fate correre a altri. Giocoforza.

Sono i migranti che vengono sbattuti avanti e indietro tra Bielorussia e Polonia, sono i bambini palestinesi e le loro madri bombardate perché avvengano complessi processi geopolitici di cui riesco solo a percepire in lontananza l’odore, sono i ragazzi prigionieri dei CPR tra focolai di scabbia e psicofarmaci elargiti senza nemmeno prescrizione medica, a costo di effetti paradossi come depressioni e ideazioni sucidiarie, sono le persone che perdono il lavoro perché quella multinazionale ha deciso di andare in un Paese dove la manodopera costa meno.

Ogni civiltà reca con sé una certa quantità di istinto di morte. L’essere umano, o meglio le società e le civiltà umane, soprattutto quelle bianche, sono delle grandi strutture parassite che fagocitano gli individui e il loro bisogno di felicità come le società o le civiltà minoritarie. Si riproducono distruggendo ciò che hanno intorno, proprio come fanno i virus, e poi si spostano altrove per riprodurre lo stesso schema. Anche gli individui rischiano di imparare questi meccanismi e riprodurli, persino quando diventano ‘cani sciolti’.

Per questo era importante il ‘no future’ del punk, ad esempio. Non perché titillasse le smanie di sentirsi intelligente e un po’ malandrino insieme degli hipsters, ma perché dicesse ‘noi non ci crediamo al vostro progresso, l’uomo – o meglio la nostra società – si sta devolvendo e non progredendo’. Ecco perché i Devo si chiamavano così, ecco perché i Joy Division presero il nome dai bordelli aperti nei campi di sterminio, ecco perché i Disciplinatha rispolveravano l’immaginario del fascismo.

Se oggi il massimo desiderio di un artista è farsi produrre da X o Y non perché in questo modo si potranno esprimere in modi che prima non conoscevano ma solo per avere un blasone in più, un motivo di attrazione, o sperimentare per avere l’etichetta di sperimentatori senza avere la costanza di capire come si fa, significa che anche gli artisti si sono integrati e che partecipano al banchetto dell’apparenza.

Scordatevi gli U2 che si fanno produrre da Brian Eno, scordatevi gli Idles che si mettono di buona lena sotto le indicazioni di Nigel Godrich, scordatevi i Fugazi che da un determinato istante decidono di ampliare la propria palette emotiva. Quegli artisti, vecchi e nuovi, messi così apposta per farvi capire che il problema non è ‘eh signora mia una volta’, hanno un bisogno – non a caso gli Idles hanno parlato di amore come atto politico nel loro nuovo disco – ma voi non siete a quel livello di consapevolezza. Soprattutto non l’avete nel sangue, nei vostri desideri.

Non molti di voi almeno, anche perché avete una società bloccata che vi rema contro e non avete le palle per opporvi, e non avete nemmeno un modello che vi indica come si fa. Io ci ho provato senza modelli e senza reti di protezione, e il risultato è che sono qui a farmi domande da solo dopo che in tanti, famiglia compresa, hanno cercato di farmi andare giù con lo sciacquone. Ma non è di questo che sto parlando, nel senso che non è questo che mi occupa, ora come ora.

Vorrei connettermi con persone e situazioni che siano al mio livello, qualunque esso sia, ma non più in basso. Vorrei trovarmi con feedbacks e echi che mi facciano risuonare, e non nel vuoto pneumatico, che riempio con l’arte riuscendo sempre a trovare qualcosa ma senza avere una persona diversa da me che incarni ciò che trovo.

C’è stata  una guerra, lì fuori. Tutti voi avete combattuto, come me. Ma ora è come se ognuno avesse solo cadaveri attorno, e cercasse il modo migliore per seppellirli. Io ho deciso semplicemente di lasciare che i morti seppellissero se stessi, se ne erano in grado, e altrimenti che diventassero cibo per gli avvoltoi. Io sono vivo, e mi sono avventurato fuori dalla città fortificata alla ricerca di miei simili, di altri sopravvissuti come me. Quando anche voi inizierete a fare altrettanto, forse allora ci incontreremo. 

 


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