Un filo rosso

Leggo che giusto ieri sera c’è stata una aggressione omofoba ai danni di una coppia di ragazzi rei di essersi tenuti per mano all’uscita di un locale. I due avrebbero malauguratamente tentato di compiere il ‘folle’ gesto, se non fermati da qualcuno, fino al ritorno a casa. Dove mai andremo a finire, se un semplice gesto di quotidiano amore come il tenersi la mano può permettersi di inquinare le nostre certezze di figli del mercato e del capitale? 

Ed ecco una prode combriccola di quattro minus habentes, tre uomini e una donna, ventenni a quanto riporta la stampa ora che i ragazzi sono stati identificati dopo la denuncia che le due vittime hanno compilato una volta usciti dall’ospedale, hanno iniziato a picchiare selvaggiamente, anche con la cintura dei pantaloni, uno dei due ragazzi, e poi l’altro che si era prodotto in suo soccorso. 

Sono riuscito a vedere un video dell’accaduto perché alcune persone estranee hanno estratto un cellulare e filmato il tutto, pur senza intervenire. Non si sa se per paura o per indifferenza. Ma uno dei video è arrivato nelle mani di una associazione che seguo su Instagram e che lo ha pubblicato in coda alla narrazione degli avvenimenti. Ora. Come si arriva a picchiare due ragazzi ‘rei’ di essere omosessuali in pieno giorno nella capitale della nostra Repubblica? 

La risposta ce la forniscono le ricorrenze di questi giorni. Oggi infatti, 20 luglio 2024, è l’anniversario della morte, 23 anni fa, di Carlo Giuliani. Domani sarà l’anniversario della ‘macelleria messicana’ alla scuola Diaz. Stiamo quindi parlando del G8 di Genova, voluto da Massimo D’Alema ma poi gestito dal subentratogli Silvio Berlusconi, tra ordinanze che vietavano di stendere le mutande alle finestre della città e zone recintate. 

Tra le altre cose, io ci dovevo essere. Non avevo contatti con associazioni o centri sociali dell’epoca, anzi, io quell’anno ero in comunità psichiatrica a subire medici, infermieri e pure pazienti spaventati dalle situazioni paradossali che dovetti vivere lì dentro. Eppure. Eppure mi sarebbe piaciuto partecipare. Non andai non per permessi che non avrei comunque dovuto chiedere – ero relativamente libero di fare quello che volevo, unico limite i soldi che guadagnavo e non guadagnavo – ma per paura. 

C’erano stati infatti i prodromi di quel che sarebbe stato nella città ligure a Napoli. Io me lo sentivo che sarebbe successo qualcosa di brutto. Ricordo ancora un mio ‘collega’, sofferente non so di cosa – io non credo nelle diagnosi, nel senso che noi esseri umani mutiamo col tempo, e quindi cambiano anche i nostri sintomi – che un giorno si recò al CPS dirimpettaio alla mia comunità dicendo che era triste per quello che era successo a quei ragazzi. 

Un infermiere gli disse: “Hanno messo a ferro e fuoco la città, dovevano menarli tutti”. O era un’infermiera? Magari una donna, come quella che si vede nel video dell’aggressione omofoba. Nella scuola Diaz i poliziotti entrarono con la scusa di due molotov poi risultate, agli atti del processo, non portate dai ragazzi che lì si fermarono a dormire con giornalisti, medici e attivisti. E fecero il massacro che anche voi sapete, ormai. 

C'è stata una deriva. Una deriva autoritaria voluta. Per cui oggi, anno 2024, chiunque si sente in diritto di reprimere le ‘diversità’ a forza di botte. Parliamo di una aggressione omofoba, spesso vicino a zone franche, ogni quattro giorni. Queste violenze sono il risultato di quelle violenze. Se non lo volete vedere, siete ciechi. Soprattutto moralmente. Quando non complici, nel senso che il confine tra il ‘non voglio vedere’ e il ‘mi sta bene’ è un confine labile, soprattutto nella pratica – non farete niente per chi ha bisogno. 

Giornata di pioggia ieri. Da me c’è stata una tromba d’aria che ha sradicato un albero nella via in cui vivo. Mi è entrata acqua in casa, mentre per un quarto d’ora ho tenuto bloccata con le mani una finestra per impedirle di aprirsi, mentre l’acqua veniva quasi in orizzontale. Contemporaneamente, mentre subivo infiltrazioni tra cucina e soggiorno, dove curiosamente non mi basta avere finestre di quelle che non si aprono per essere al riparo, ha iniziato a funzionare male il frigo. 

E quindi acqua di condensa anche dall’elettrodomestico. Pulito tutto, mi sono preparato una cena. Allora il frigo ha smesso di funzionare. Di notte ho avuto altre perdite, che mi sono alzato ad asciugare. Il frigorifero ha ripreso a funzionare verso la mattina, e ora è tutto a posto. Avevo anche trovato un numero di pronto intervento H24 per gli elettrodomestici cha avevo chiamato nel cuore della notte, ma mi era stato detto che il tecnico poteva venire solo la mattina di sabato, oggi, e di richiamare, se lo desideravo, quando mi sarei alzato. 

Pertanto oggi sono rimasto a casa a monitorare la situazione. Tutto sembra a posto, quindi per ora sono discretamente tranquillo, ma venerdì pomeriggio, uscito per andare a fare la spesa, ho incontrato una vicina che, salutandomi, mi butta lì un “abbiamo deciso di guardarti”. Credo intendesse dire che il mondo che mi circonda non si sporcherà le mani con me. Chissenefrega. 

Ecco perché parlo di labile confine tra lo stare a guardare e l’essere parte attiva in un conflitto con delle minoranze. Perché le conosco quelle persone, e più le conosco più non mi piacciono. Certo, ho un lavoro, cosa che molte persone nella mia condizione non hanno. Certo, ho delle frequentazioni dovute ai miei interessi. Ma sono vent’anni che non ho una frequentazione intima. 

Faccio paura perché ho affrontato cose che la gente ‘normale’ non vorrebbe nemmeno vedere scritta in un romanzo – fateci caso a quanto sono edulcorati i vari Mencarelli, sia nei libri che nelle serie tratte dai loro romanzi. La gente che lavora con ‘quelli come me’, in comunità o in situazioni di emergenza, è gente da incubo. Siccome non si presume che io possa far valere dei miei diritti, chi lavora alla mia salute mentale pensa di poter fare tutto ciò che vuole. 

Mi dicono che i servizi sul territorio siano molto migliorati nell’ultimo ventennio. Io vedo che nel CRA vicino casa c’è ancora quel tizio, la cui mansione non svelerò per non farlo indentificare, che non voleva mi mettessi assieme con una volontaria, e che le ha raccontato cose che non avrebbe dovuto per le leggi sulla privacy, per dissuaderla dal diventare la mia compagna. Pazienza, siamo stati assieme solo un anno, dopo che lei si è dimessa dalla sua, nemmeno retribuita, mansione. 

Per non parlare del fatto che oggi nei CPS ci sono quasi solo psichiatri, e che uno psicologo a me è precluso per decisione del mio psichiatra curante (“hai parlato anche troppo con gli psicologi tu”) e quindi non posso confrontarmi direttamente con persone che potrebbero mettermi in moto certi neuroni – sempre ne avessero la voglia. Ma l’andazzo è: non stai bene? Medicine (da gestire per via degli effetti collaterali e della dipendenza che producono). 

Per non parlare poi dello stigma sociale. Vivo in un paese dove se ancora mi va bene dialogo ogni tanto, quando li incontro, con vecchi amici dell’adolescenza. Ma da quando è stato reso palese, in passato, il mio stato di difficoltà, sono un paria. Perché non trasferirmi? Primo: non sono io che me ne devo andare. Secondo: dieci anni fa mi sarei trasferito anche a Milano. Ma non ne avevo la possibilità. Oggi che invece potrei, non voglio più. 

Perché trasferirmi in una città dove tutto costa il doppio rispetto a dove vivo, e che sta diventando sempre di più un enorme quartiere dormitorio come i paesi del circondario? Musica dal vivo: se hai i soldi. Teatro: se hai i soldi. Cinema: va beh, ci sono le sovvenzioni statali in alcuni mesi dell’anno. Ma le persone che più trarrebbero giovamento dall’arte ne sono escluse. Anche per questo l’arte non se la passa granché bene: non vive di stimoli appropriati. 

Io non voglio andare a vivere in una città dove posso, se ho tanti soldi, vestirmi e mangiare oltre che lavorare, e basta. Sarebbe auto-prendermi per i fondelli. E significherebbe dare soddisfazione a troppa gente che ho attorno, soddisfazione che quella gente non merita perché non è una soddisfazione educativa. Riprendo temi che ho già trattato, oggi, perché voglio vedere se i miei lettori comprendono maggiormente quanto viene ripetuto. 

Ma il punto è che c’è un filo rosso tra come la società ha reagito, sospendendo la democrazia, alle lotte contro i potenti e la ‘normalità’ di un mondo votato solo al profitto, e le aggressioni alle minoranze – comprese le microaggressioni che io devo subire. Vi guardo quando vi ho attorno. Non ve ne frega un cazzo. I miei sorrisi vi sgravano, le mie rabbie non vi insegnano nulla. 

Quando poi qualcuno diventa aggressivo, ecco che sono i ‘dèmoni nella sua testa’. Sbagliate. Siete voi i dèmoni. L’ho già scritta questa cosa, andatevela a rileggere e non parliamone più. Al limite andate a rileggervi Antonin Artaud, un uomo che ha voluto ad ogni costo delirare nel suo teatro su dio – rigorosamente minuscolo – e sulla merda, quella prodotta dall’uomo. E che ha scritto il bellissimo “Van Gogh, il suicidato della società”. 

Sono stanco di prendervi per innocenti, per deboli, per incapaci. Chi mi sta attorno lo sa cosa sta facendo, non è un debole. O meglio: sì, è più debole di me. Sotto certi aspetti. Sul piano della resistenza psichica, ad esempio. E lo so che gli rode. Oh, quanto gli rode. E quanto gli faccio paura. Ho provato in tutti i modi a disinnescarla, questa paura. Se ancora non ci sono riuscito, vuol dire solo che quella paura non è un fine, un altare, ma è un sintomo.





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