Piovono numeri

Ed io sono a casa da solo. Ieri riflettevo su cose che ho già condiviso anche in questo spazio. Ma oggi vorrei introdurre qualche elemento di novità. Solo che scavo dentro me stesso e non lo trovo. Almeno quando sono da solo, almeno oggi. Mi prendo una pausa dalla tastiera. Cerco. Penso improvvisamente a quei famigliari di una ragazza morta in un ospedale sotto i ferri, che a vedere i carabinieri e a ricevere un cenno, nemmeno una informazione completa, sul disastro avvenuto, hanno improvvisamente agito la propria rabbia. 

Quello era un momento in cui tutti erano nudi. Erano nudi i medici, che si erano visti scivolare una vita tra le mani. Erano nudi i famigliari, che hanno perso un affetto da un giorno all’altro. E tutto quello che io ho notato è che è scattata la violenza. Per questo si cerca di evitare quel contatto, quella connessione tra due nudità. Ma è impossibile per quanto ci si provi. Devo ancora iniziare a leggere il libro di Lowen sul narcisismo, ma è evidente che viviamo in un mondo che non accetta i propri difetti perché teme di veder crollare l’immagine che ha di sé. 

E allora ecco che fa paura la morte, che quest’ultima diventa quasi inaccettabile, e poi c’è l’aggravante di una morte che pare fosse evitabile se la giovane vittima fosse stata trasportata in un altro ospedale più adatto, per ammissione degli stessi operatori. Ora, operiamo un distinguo. La rabbia è una emozione, e di quelle fondamentali. Quindi non si può evitare. Io inoltre non voglio giudicare nessuno. Ma ho coscienza di vivere in un mondo dove non c’è possibilità di dialogare in quella terra di nessuno di cui sopra. 

Nessuno ce lo insegna. Una volta, Arnold Van Gennep antropologo ci informa, esistevano dei riti di passaggio. Quando acquisivi un ruolo sociale, quando lo perdevi, quando acquisivi un parente, quando lo perdevi, quando guadagnavi ricchezze o ti veniva assegnato un lavoro, o viceversa, c’era un rito di passaggio pronto a portarti dalla vecchia situazione alla nuova. Oggi questi riti raramente esistono. E sapete perché? Perché viviamo in una società bloccata. 

Tanto bloccata che quella staticità per alcuni, se non molti, è sinonimo di perfezione. Ecco allora i nostalgici di tutto, persino del fascismo. Ma la vita, che nella sua essenza è sfuggente, quando non incomprensibile, ingovernabile, richiede un discorso sulle transizioni. Perché esse vengano prese in considerazione, come l’impalpabilità di cui sopra. E’ ovvio che tutti si aneli a una qualche forma di stabilità, ma questa stabilità, ultimamente, coincide con la morte. 

E il Narciso anela a morire. O detto altrimenti, incontra la morte a furia di fissare la propria immagine. Il Covid? Non esiste. Il cambiamento climatico? Non esiste. Esisto soltanto io vittima di un mondo di informazioni false da cui eventualmente mi difendo con altre persone simili a me. Io, quando parlo con queste persone, noto che sono intercambiabili. Nessuno di loro dice qualcosa di diverso da quanto direbbe un'altra persona con simili coordinate di pensiero. 

Sono come tanti mattoncini lego di dimensione e colore uguale: intercambiabili. Questa omologazione dovuta all’assenza di dinamicità sociale è qualcosa di pericoloso per l’umano. Mi ricorda il sentimento di uguaglianza verso il basso e di unità identitaria espresso dal film d’animazione Paprika di Satoshi Kon. Un sogno che diventa realtà, per poi rivelarsi un incubo. Come se ogni persona si sentisse come Neo, il personaggio di Matrix, per poi diventare un ultracorpo (sì, come i baccelli del film di fantascienza degli anni Cinquanta). 

Come se ne esce? E’ difficile dirlo. Quando il pensiero e il sentimento si incancrenisce, quando le emozioni sono meno importanti del modo in cui le classifichi, siamo di fronte a un mondo di uguali che non sa più dialogare con chi è differente. E’ facile scivolare nel maschilismo, nell’omofobia, nell’abilismo. Magari ammantati di pietà. Mi fermo ancora a riflettere. Ieri ho provato con un’amica a intercettare delle persone per un progetto artistico. Che difficoltà! 

E’ stato difficile interagire con persone che non hanno la minima idea di come è fatto il mondo circostante, o che hanno paura un giorno di essere chiamate in causa per cambiarlo forse, visto che tra le altre cose ci è stato detto in tutti i modi che a questo sistema non c’è alternativa e che le “utopie” sono violente. Leggevo dei frammenti di “Vogliamo Tutto” di Balestrini ieri, oltretutto, e mi sono trovato a pensare a come siamo cambiati in peggio, a come ci hanno fatto cambiare in peggio. 

Quegli operai che mettevano in discussione non solo le ingiustizie che vivevano sul lavoro, ma anche l’idea stessa di lavoro. Ecco, oggi in alcune nicchie vedo persone che si pongono domande e si danno risposte diverse da quelle della massa. Ad esempio, Angela Davis sta producendo materiale interessante sulla questione carceri. Ma è troppo poco. La situazione attuale mi fa venire in mente i condannati a essere deportati nei campi di sterminio, masse umane che, succubi e senza ombra di ribellione, si facevano accompagnare da pochi soldati verso l’inferno. 

Perché non ci ribelliamo più? Perché non vi ribellate più? A me basta un ritmo per iniziare a farmi muovere la testa e il corpo. La maggior parte di voi invece penserebbe: “Chi è questo Photek? Chissà con chi mi vado a mettere se mi lascio trascinare”. Non venitemi a dire che sono due situazioni diverse, due argomentazioni che non stanno insieme. Il punto è che avete troppa paura di compromettervi, di uscire dalle righe. Righe in cui eravate entrati inizialmente perché vi era stato ordinato, o meglio consigliato. Avete introiettato così tanto il consiglio … 

Che fare allora? Sarebbe interessante recuperare piacere, gioia e divertimento, ad esempio. Sarebbe importante avere curiosità. Sarebbe doveroso non avere pregiudizi o stare a vedere ciò che non si capisce o si fa fatica ad accettare per quello che è, senza avere la pretesa di sistematizzare tutto. Varrebbe soprattutto la pena di ammettere che abbiamo tutti fallito, commesso errori, avuto più paura del dovuto. Ripartire da qui, sapendo che là fuori c’è un mondo che aspetta solo di essere riscoperto. Io spero, da questo punto di vista, di fare la mia parte.



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